Andrea Vitali.

GALEOTTO FU IL COLLIER.


2012 Garzanti Libri, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
CHI SPOSER LIDIO CEREVELLI?
La bella e disinibita Helga, che piomba in paese da Zurigo nel giorno pi caldo dellestate? Oppure, come vorrebbe sua madre Lirica, la nipote del professor Cerretti, Eufemia, un ottimo partito ma brutta da far venire il mal di pancia solo a guardarla?
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CHI  LA PI BELLA DEL PAESE?
Olghina, giovane sposa del professor Cerretti, che accende il desiderio del direttore di banca Avano Degiurati? Oppure Anita, la moglie del muratore Campesi, di cui sincapriccia Beppe Canizza, barbiere nonch segretario della sezione locale del Partito?
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CHE FINE FAR IL TESORO CHE HA TROVATO LIDIO?
Nascosto in un muro, Lidio trova un gruzzolo di monete doro, nascosto chiss da chi e chiss quando. Con quel tesoro potrebbe realizzare tutti i suoi sogni...o mettersi in un mare di guai!
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Lidio Cerevelli  figlio unico di madre vedova. Un bravo ragazzo, finch alla festa organizzata al Circolo della Vela non arriva Helga: bella, disinibita e abbastanza ubriaca. Prima che finisca la cena, sono in riva al lago: una notte indimenticabile, in cui le chiappe di Helga rilucono come due mezzelune. Lirica, la severa madre di Lidio, abile e ricca imprenditrice delledilizia, ha vedute molto diverse. Suo figlio deve trovare una moglie made in Italy, una ragazza come si deve. Magari la nipote del professor Eugeo Cerretti, Eufemia, un ottimo
partito con un piccolo difetto:  brutta da far venire il mal di pancia solo a guardarla.
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Ma forse Lidio ha trovato il modo per uscire dalla trappola e realizzare tutti i suoi sogni: durante un sopralluogo per un lavoro di ristrutturazione, in un muro maestro scova un gruzzolo di monete doro, nascosto chiss da chi e chiss quando.
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Intorno a questo quintetto e al tesoro di Lidio, un travolgente coro di comprimari. A cominciare dalle due donne pi belle del paese: Olghina, giovane sposa del potente professor Cerretti, che fa innamorare Avano Degiurati, direttore della Banca del Mandamento; e Anita, la moglie del muratore Campesi, di cui si incapriccia Beppe Canizza, il focoso segretario della locale
sezione del Partito. E poi lOs de Mort, di professione assistente contrario, cuochi e contrabbandieri, lastuto prevosto e lazzimato avvocato... Immancabili, a vigilare ed indagare, i carabinieri guidati dal maresciallo Maccad. Tra piccoli e grandi misteri, piccoli e grandi segreti, in un vortice di amori e tradimenti, Andrea Vitali costruisce unimprevedibile caccia al tesoro, per uno dei suoi romanzi pi divertenti.
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Lautore.
Andrea Vitali  nato nel 1956 a Bellano, sulla riva orientale del lago di Como. Ha pubblicato A partire dai nomi (1994), Lombra di Marinetti (1995, premio Piero Chiara), Laria del lago (2001), Una finestra vistalago (2003, premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio letterario Bruno Gioffr 2004), Un amore di zitella (2004), La signorina Tecla Manzi (2004, premio Dess), La figlia del podest (2005, premio Bancarella 2006), Il procuratore (2006, premio Montblanc per il romanzo giovane 1990), Olive comprese (2006, premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio lettori 2011), Il segreto di Ortelia (2007), La modista (2008, premio Ernest Hemingway), Dopo lunga e penosa malattia (2008), Almeno il cappello (2009, premio Casanova; premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante; premio Campiello selezione giuria dei letterati; finalista al premio Strega), Pianoforte Vendesi (2009), La mamma del sole (2010), Il meccanico Landru (2010), La leggenda del morto contento (2011) e Zia Antonia sapeva di menta (2011). Nel 2008 gli  stato conferito il premio letterario Boccaccio per lopera omnia.
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Capitolo 1.
Davidone Perpenna aveva una faccia colore della roccia, un naso enorme, la mascella prognatica. Era una faccia che sembrava buona per il circo equestre o per fare lo scalatore. Invece amava lacqua e gli mancava un mese ad avere quindici anni di manutenzione e custodia del molo di Menaggio. Conosceva il lago come le sue tasche.
Quindi, a quelli, glielo aveva detto di lasciar perdere:
non si andava in giro in barca, di notte e per di pi ubriachi.
Le donne soprattutto, cinque e tutte di buone tette, gli avevano riso in faccia. Gli uomini, invece, quattro, avevano tentennato. Poi per, a scanso di figure, erano saltati anche loro sulla barca.
E via, partiti!
Il Davidone li aveva guardati fino a quando il buio misto di acqua e notte li aveva nascosti alla sua cataratta.U, sera detto avviandosi verso il caff Darsena, goloso di unanisetta, lui aveva la coscienza tranquilla, li aveva avvisati. Non era colpa sua se in Svizzera avevano aperto i cancelli dei manicomi. Perch i nove sulla barca erano svizzeri, e in questo non cera niente di male, anzi!, ma erano suonati come campane.
Chiedere alla stazione dei carabinieri di Menaggio per avere conferma. Da quando, un paio di settimane prima, la compagnia era calata dalle parti di Cadenabbia, addio pace. Gi un paio di volte i caramba avevano dovuto correre.La prima quando, sotto gli occhi esterrefatti di passanti e bagnanti castigatissimi, nelle prime ore di un pomeriggio si erano buttati in acqua completamente nudi, la seconda quando, nella piazzola antistante il caff Imbarco, sul lungolago di Cadenabbia, avevano intonato cori di montagna ben oltre la mezzanotte. Lavevano scampata solo perch erano turisti, svizzeri e ricchi. Ma i carabinieri, il maresciallo Carissimi in testa, avevano dovuto chiudere tutti e due gli occhi. E quelli avevano inteso che la loro vacanza fosse una specie di zona franca, dentro la quale tutto era permesso.
Cosa diavolo serano messi in testa di andare a fare a Bellano quella sera, solo il diavolo lo sapeva.
C la festa del Circolo, rispose, pur senza essere interrogato, il padrone del caff. Conosceva bene il Davidone, non gli avrebbe mai fatto una domanda direttamente, troppo abituato a stare ed a parlare da solo.
Festa della sezione bellanese del Circolo della Vela di Como. Cena con ballo a seguire. Era scritto sul Gagliardetto di quel giorno, 27 luglio 1930.
Capitolo 2.
Lidio Cerevelli, socio ordinario, fu il primo ad andare a vedere cosa stesse succedendo fuori, in piazza Verdi, davanti al portone daccesso alla sala mensa del cotonificio Cantoni che la direzione dello stesso aveva gentilmente concesso per la serata di festa del circolo. Erano pi o meno le nove della sera. Da una decina di minuti grida e rumori di pugni al portone rimbombavano nella sala dove la maggior parte dei soci era ancora alle prese con lantipasto. A un certo punto il presidente cavalier Agnisio Penna, settantanni, gottoso, aveva fatto la mossa di prendere il bastone ed andare a vedere.
Lasciate, aveva detto allora il Cerevelli, vado io, con la speranza che fosse scoppiata una qualsiasi rivoluzione cos da poter lasciare allistante la compagnia di artritici vicino ai quali era seduto.
Era il pi giovane di tutti, su una barca a vela non era mai salito n ci teneva a farlo, temendo il lago e il suo instabile umore. Aveva la tessera del Circolo della Vela cos come aveva quelle della Societ Filodrammatica, del Gruppo Escursionisti, del Corpo Musicale, della Polisportiva Virtus, quella del Partito naturalmente, e di varie altre associazioni: tutte per volont materna. La stessa volont che gli aveva imposto di partecipare al banchetto.
Rappresentanza, aveva detto la donna: non fosse stato per la sua colite che proprio in quei giorni sera risvegliata avrebbe partecipato pure lei. Fondamentale per il tuo futuro.
Rientr nel salone cinque minuti pi tardi, latore di unambasciata, lo sguardo lustro per quanto, pur nella penombra della sera estiva, era riuscito a vedere dei generosi seni delle cinque svizzere che erano al portone.
Il presidente cavalier Agnisio, udito il Cerevelli, chiam a s il vicepresidente Percottola e il segretario Ruminati.Li mise a parte della novit, ne ascolt il parere. Alla fine, su ogni altra considerazione, prevalse il dovere dellospitalit.
Ospiti stranieri, comunic ai convitati, chiedono di condividere il nostro momento di festa.
Di l a poco i nove vennero ammessi alla tavolata, con buona pace dei mugugni degli invitati pi riottosi.Fu cos che Lidio Cerevelli conobbe la svizzera, di Zurigo, Helga Ritter. Tra le cinque, al momento, era la pi ubriaca.Gli si appese al braccio per farsi condurre e si sedette accanto a lui. Da l in avanti il giovanotto non fece altro che pescare con gli occhi nella fenomenale scollatura della ragazza. Il primo piatto, un risottino in verit scotto, gli pass sotto il naso senza che se ne accorgesse. Tentava una qualche conversazione con la ragazza mentre questa non smetteva di versarsi del vino, preferendo il bianco. Del secondo, un tris di lago, agone, lavarello e luccio marinato, Lidio pizzic questultimo. Mica male. Ne avrebbe mangiato di pi se, a un certo punto, lingresso in sala dei musicisti che dovevano allietare il dopocena non avesse provocato in Helga unentusiastica reazione. Batt le mani e poi, bisbigliandogli in un orecchio, gli chiese di dare lavvio alle danze con lei. Il Cerevelli deglut: per dare maggiore forza alla sua richiesta la ragazza, con la punta della lingua, gli aveva lasciato unumida traccia sul padiglione.Dopo, rispose con fatica.
Il programma era legge, la musica doveva cominciare dopo il dessert.
Helga allora, protetta dalla tovaglia, allung una mano sulla coscia del giovane e risal sino al cavallo.Devo chiedere, disse lui, le orecchie in temperatura.
Pure a quella seconda richiesta il cavalier Agnisio disse s - piacevano anche a lui le tette -, e senza chiedere parere.Cos che quando lorchestrina attacc in anticipo sul programma, il vicepresidente Percottola, che da tempo ambiva soffiare la poltrona al tofoso cavaliere, si alz e se ne and in segno di protesta. Nessuno lo segu. Ma una vera e propria diaspora si verific quando, a dessert servito e consumato, due dei quattro maschi, dopo aver brevemente confabulato con gli orchestrali facendo anche scivolare qualcosa, sicuramente soldi, nelle tasche di uno, si fecero consegnare un saxofono e una fisarmonica per mettersi a suonare ritmi forsennati. Stizzita se ne and per prima certa Fiorella Vastit, sedicente cantante lirica, cameriera presso lhotel Meridiana, cui era stato promesso, pur vagamente, uno spazio tra una mazurca e un valzerino per dare fiato alle proprie corde vocali.Segu lintero gruppo Introzzi, ingegnere, moglie e le due cognate zitelle. Subito dopo fu la volta dello scrivano di pretura De Mascenti a cui fecero sguito le signorine Ficcadenti, dellomonima premiata ditta; il professore, di disegno e in pensione, Parolati e la signora Serrarola col marito tenuto per il braccio poich, essendo afflitto da invincibile tremore, tendeva a sbandare ed a scuotere la testa come se fosse perennemente in disaccordo con tutto e tutti. Quasi la met se ne and, sotto gli occhi divertiti del presidente Agnisio che li mand, uno per uno, mentalmente a dar via il culo: il vorticare delle tette delle cinque, che serano messe a ballare, meritava qualunque sacrificio. La ginnastica del ballo permise a Helga di bruciare buona parte del vino bevuto. Ma la scald. Dun tratto disse al Cerevelli, il quale aveva perduto il conto del tempo, che avvertiva la necessit di un bicchiere di aria fresca.
Mi accompagni?
Dovunque, fu la risposta spontanea di Lidio.
Uscirono. Si incamminarono verso i giardini di Puncia.
Di fronte al lago, alla sua superficie appena mossa da unonda che svaniva in sottovoce sulla riva, alla ragazza balen lidea: fare il bagno. Cera pure una luna quasi piena!
Il Cerevelli inorrid.
Anche tu, disse Helga.
Fossi matto!
Il tempo di formulare il pensiero e la ragazza aveva raggiunto la riva, sera tolta camicetta e gonna e, poich sotto non indossava indumenti di sorta, sera buttata nel lago completamente nuda.
Lidio si sent ingaggiato.
Poteva perdere la sfida, la faccia, lei, le sue tette, quelle chiappe che aveva visto rilucere come due mezze patate novelle?
Helga continuava a chiamarlo: Livio! ma poco importava.
Il Cerevelli si spogli. Si tenne addosso solo le mutande a mezza gamba e si pucci nellacqua. Due bracciate, badando bene a stare dove toccava. La attese l, a mezzo metro dalla riva e uscirono assieme come, vol alto il Cerevelli, due antiche divinit.Freddo, per, comment lui.
Aveva la pelle doca. Helga invece no.
Ti scaldo io, disse lei.
E, trac!, quello che non aveva immaginato capit.
Una ciulata da brivido. Come se il mondo non esistesse, nessuno potesse sorprenderli, chiamare i carabinieri, far scoppiare uno scandalo...
Dopo, estasiato, le braccia aperte, lo sguardo rivolto verso il cielo fondo, il Cerevelli riflett che quella sera la vita gli aveva offerto un aperitivo: decidesse lui se voleva continuare con quel menu.
Bon!
Intanto, presso la sala mensa del cotonificio, non cera pi nessuno, festa finita, buio. Pure gli amici della svizzera...
Raus!
Lidio sacrament, la ragazza invece rise.
Dormire da te, disse.
S, magari...
Impossibile, rispose con un gesto di stizza.
Warum?
Perch? Sposato?
Macch sposato!
Peggio, viveva ancora con la mamma.

Capitolo 3.
Leone Cerevelli, padre di Lidio e fondatore dellomonima impresa edile, era morto nel 1920, cadendo da unimpalcatura. Allepoca il ragazzo aveva diciotto anni ed era impegnato con la maturit classica cui era giunto dopo ben diciassette esami di riparazione, un record anche per il severissimo liceo Manzoni di Lecco. Nonostante ci Leone non aveva mai voluto rinunciare allidea di un figlio ingegnere che desse lustro allimpresa e aveva sborsato fior di quattrini in ripetizioni private.
La sua repentina scomparsa aveva consentito al figlio di superare agevolmente la maturit. La commissione desame laveva giudicato con clemenza, tenendo conto della luttuosa circostanza, e laveva promosso con una risicata sufficienza. In condizioni normali il Cerevelli sarebbe stato il primo dei bocciati.
Limpresa aveva mantenuto nome e cognome del fondatore, ma era passata nelle mani della fresca vedova, la signora Lirica Benfatti.
Al momento della morte di Leone, Lirica aveva cinquantadue anni e non sera mai impicciata di affari. Le era toccato farlo, chiamando a raccolta caparbiet e intelligenza, doti che non le facevano difetto, e Lidio sera trovato a fare i conti con un genitore ancora pi duro e determinato del padre. Se si era illuso di poter fare la vita del giovin signore aveva dovuto disilludersi in fretta, sua madre non gli aveva lasciato scampo.
Sera detta daccordo con lui circa linutilit di proseguire gli studi: anche a marito vivo non era mai stata dellidea, pur se non aveva mai voluto contrastare la volont del consorte. Adesso per le cose erano cambiate.
A Lidio necessitava un lavoro. Poteva quindi fare di testa sua oppure accettare quello che lei gli offriva quale titolare e padrona a tutti gli effetti dellimpresa.
Al giovanotto erano cascate le braccia.
La madre non sera lasciata impietosire. Si rendeva conto della fortuna che aveva?, aveva chiesto al figlio.
Gli avrebbe dato uno stipendio mentre lui frequentava capimastro e cantieri per imparare i trucchi del mestiere: cos si sarebbe preparato, meglio che alluniversit, a gestire con criterio limpresa che sarebbe stata sua al momento giusto.
Quando? aveva chiesto il giovanotto.
Quando lo dir io, era stata la risposta della donna.
Gli aveva concesso uno stipendio che corrispondeva a quello di un operaio, 200 lire.
E gli aveva consigliato di spacciarsi per geometra: i muratori non avrebbero fatto differenza tra un diploma o laltro. Ma presentarsi in cantiere vantando una maturit classica non le sembrava un esordio tra i pi felici nel mondo delledilizia.
I primi tempi erano stati duri, per Lirica soprattutto.
Durissimi. Mesi dinsonnie, paure. Di studio anche, per impadronirsi di una materia che le era totalmente estranea.Le era capitato molte volte di trovarsi nel bel mezzo della notte con gli occhi sbarrati, svegliata da sogni o pi spesso incubi di fallimenti, malaffare, crolli di case e galera.Era perfino arrivata ad accarezzare lidea di liquidare tutto. La prima asta pubblica, vinta nel 1922, quandera riuscita ad aggiudicarsi i lavori di ristrutturazione e manutenzione del lavatoio comunale, aveva segnato una svolta. Come affare non era stato granch. Giocando al ribasso, Lirica aveva esagerato e fatti i conti ne era venuta fuori in pari. Ma da quella prima vittoria aveva tratto un ottimismo che laveva rigenerata e da allora in avanti sera sentita sempre pi sicura.
Nel frattempo, avvicinandosi alla maggiore et, Lidio sera fatto lidea che quel traguardo avrebbe coinciso col suo ingresso da padrone, contitolare, nellimpresa.
Cos, la sera del 23 marzo 1923, quando sua madre gli aveva detto di aver in serbo per lui una sorpresa, rivelandogli poi che consisteva in un aumento dello stipendio - da 200 lire passava a 270, equivalenti a quelle di un impiegato -, Lidio non aveva nemmeno avuto la forza di protestare:
sua madre, aveva compreso, si era innamorata di quel lavoro e non avrebbe mollato la presa facilmente. Dal giorno seguente per aveva cominciato ad avviare discorsi, avanzare richieste di sempre maggiore indipendenza.Voleva dire la sua anche lui sulle aste e sulle offerte. Lirica ribatteva con la tattica del bastone e della carota.
Una carota era stata la concessione di un ufficio sito in via Manzoni che Lidio aveva cominciato a reclamare agli inizi del 1927 e che sua madre gli aveva accordato a met del 1928. Concessione calcolata, poich la donna sapeva bene che prima o poi avrebbe dovuto mollare il timone.Era colpa sua se, ogni volta che ci pensava, trovava ottime ragioni per rinviare il momento?
Padrone dellufficio, Lidio aveva iniziato a sentirsi molto pi libero. Vi ospitava occasionalmente un geometra, vero questultimo. Il geometra Piercarlo Vitali era stato uomo di fiducia di suo padre, e aveva cominciato a trattarvi affari e transazioni. In breve Lidio era giunto a sentirsi pronto per fare di pi, non gli mancavano n la lingua n le virt del buon mediatore. Ma ogni volta che il giovanotto se ne usciva con qualche pretesa sua madre ribatteva dicendo di non ritenerlo ancora pronto per fare il padrone e concludeva il discorso con una frase che si era stampata nella mente di Lidio.
Ricrdati che il titolare sono io.
Al che Lidio non poteva fare a meno di immaginare come avrebbe potuto essere la situazione se allora, dieci anni prima, fosse stata sua madre anzich il povero Leone a cadere malamente da un ponteggio.
Non era proprio il caso di portarsi a casa la prorompente Helga: sua madre ne avrebbe fatto uno scandalo e a pagarne le conseguenze sarebbe stato solo lui.
Capitolo 4.
Ti accompagno io, decise il Cerevelli.
Helga gli spieg che lei e la compagnia di squinternati stavano passando le vacanze in una villa di propriet del padre di uno dei quattro maschi: villa Sunferrelt, sulla montagna alle spalle di Cadenabbia.
Per mantenere la promessa, Lidio dovette svegliare il Vesini che aveva la macchina pubblica. Erano le tre del mattino. Il taxista, per nulla sfiorato dal pensiero di vestirsi e mettersi al volante, chiese dapprima al Cerevelli se aveva il permesso di guida.
Certo che ce lho, ment Lidio. Una macchina per la sapeva guidare, e tanto bastava.
Il Vesini gli lanci le chiavi dellautomezzo accompagnando il gesto con un sommesso vadavialc. Per tutto il tratto di strada tra Bellano e Colico Helga non fece altro che giocare col cambio. Non quello della macchina per.Cos, poco dopo il ponte del Passo, imboccata la statale Regina, Lidio decise di fermarsi, tirarsi fuori strada e sperimentare quanto fosse complesso ma eccitante fare certe cose in automobile.
Finito il secondo atto Helga si assop. Il Cerevelli guid tranquillamente sino allingresso di Cadenabbia dove, non sapendo da che parte andare, dovette svegliarla.Ogni metro della strada per raggiungere la villa si stamp con millimetrica precisione nella mente del Cerevelli. Il giovane fece lintero tragitto di ritorno fischiettando come un fringuello e col finestrino abbassato per godersi i profumi della lieve notte estiva.
Tre giorni dopo, nel primo pomeriggio, si ripresent al cancello della villa. Lo ricevette un rubizzo custode cui il Cerevelli chiese della signorina Helga.
E chi  che l? ribatt quello.
Lidio rimase di stucco: che avesse sbagliato villa? Ma era impossibile, aveva stampato in testa ogni metro della strada fatta tre sere prima. Glielo disse.
Ma s, ma s! grid il custode. Ma chi lo sa chi  che l! ribad. Io so solo una roba. Che dentro l, e col dito, senza girarsi, indic la villa alle sue spalle, c quattro maschi e cinque femmine, mt come cavi! Inn sempre in gir bit e tra di loro parln tudsc! Cosa volete che ne sappia io chi  la Helga e chi non . Mi vedi di gran tt, e usi! E cip! I vardi, e lor gi a rt! Ma, ostia, sont un om anca mi! Lidio abbozz.
Il custode, cambiando registro di voce, gli sugger come comportarsi.
Chel faga insc. Gh conve..., ci conviene entrare nel salone e vos signorina Helga. Vern ghe respondar.A idea mia la ga de vs quela coi tt che paren du micht.
Il Cerevelli segu il consiglio. Dieci minuti pi tardi era di nuovo tra le braccia della svizzera che davvero girava nuda per casa e laveva salutato dicendo: Ciao, piscione!.
Fu un pomeriggio da sogno per il sedicente geometra, dimentico che per lui quello era giorno lavorativo.
A ricordarglielo e a chiedergli conto di quelle ore passate chiss dove provvide, quella stessa sera, sua madre.
La risposta che Lidio le diede, vaga, vaghissima, la lasci del tutto insoddisfatta. Forse, pens, aveva ragione il signor prevosto.
Capitolo 5.
Glielo aveva detto pi volte. Anche pochi giorni prima, durante la mensile ed inutile confessione. Inutile perch, avendo niente o poco pi da confidare al sacerdote, lincontro tra i due si trasformava sempre in una specie di chiacchierata tra vecchi amici nel corso della quale Lirica parlava dei suoi problemi e il prevosto le dava saggi consigli.
Come quello di decidersi a mollare il timone
dellimpresa.
Doveva farlo, secondo il prevosto, per il bene suo, che cos si sarebbe goduta serenamente la vecchiaia, e per quello di Lidio, che ormai andava verso i trentanni.
Cosa voleva farne, senn, continuando a tenerlo cos, a bagnomaria! Un cicisbeo sempre attaccato alla gonnella della mamma?
Avete ragione, ribatteva sempre Lirica.
Ma attenzione!
Allestremo opposto cera il rischio che Lidio diventasse una canna al vento, senza una famiglia sua!
Certo, approvava sempre, a sua volta, il signor prevosto.
La famiglia. Lovile nel quale tutte le pecorelle, comprese quelle smarrite e poi ritrovate, si pascevano di pace e serenit.Ci voleva una buona moglie. E non mancavano in paese ragazze che avrebbero fatto la felicit di chiunque.
Affrontate con lui largomento, era il consiglio finale del sacerdote, perch il tempo passa e non aspetta nessuno.
Parole sante! Grazie alle quali Lirica aveva fatto profonde riflessioni sulla futura moglie di suo figlio. Che doveva essere a modo.
Quando pensava alla donna giusta per Lidio, Lirica arrivava sempre al punto in cui le sembrava di stare davanti allo specchio: somigliava, in tutto e per tutto, a lei.
Bisognava decidersi, riflett quella sera una volta a letto, passare allazione, parlare, affrontare largomento.Prima di chiudere gli occhi e dormire, Lirica fece voto a san Leone che di l a due sere avrebbe messo sul tavolo largomento. E cos fu.
Capitolo 6.
Nella cucina di casa entravano voci di bambini che, gi in contrada, giocavano chi alla lippa e chi a nascondersi.Lirica, fedele al voto, si attacc proprio a quelle voci infantili per avviare il discorso, parlando di futuro, figli, nipoti, eredit.
Vuoi dire che diventer padrone solo dopo essermi sposato? chiese il giovanotto.
Abile.
 un passo che prima o poi fanno tutti, rispose sua madre.
Ma...
Ci sono molte brave ragazze che non aspettano altro che diventare brave mogli, aggiunse lei.
S, per...
Niente da fare, sua madre era intenzionata a non lasciarlo nemmeno respirare.
E tra di loro c sicuramente quella che fa per te.
Tutto stava nel conoscerle onde poter fare la giusta scelta!
Lascia fare alla tua mamma, concluse Lirica davanti alla bocca spalancata del figlio.
Il quale, spiazzato da ci che sua madre aveva detto e soprattutto lasciato intendere, presag che quello era solo linizio di unoffensiva che non avrebbe conosciuto requie, un attacco in piena regola sferrato contro un nemico preso alla sprovvista, disarmato.
Ocristo! gli venne da pensare.
Pi invocazione che moccolo.
Capitolo 7.
Occhiaie.
Zero appetito.
Spiegazioni vaghe, mezze frasi incomprensibili.
Rientri, a volte, sul far dellalba.
A lei, cui non sfuggiva nemmeno il numero di chiodi usati nei cantieri, poteva sfuggire il brusco cambiamento che, nel volgere di pochi giorni, aveva trasformato suo figlio?Il quale, oltre ad avere le occhiaie, mangiare niente e spiegare ancora meno, latitava sui cantieri e disertava lufficio in via Manzoni. Sapeva, non era nata ieri, aveva i suoi bravi informatori.
Poteva essere che Lidio avesse imboccato una cattiva strada? Nel caso, quale?
Stringete i tempi, consigli il prevosto.
Lirica segu il consiglio.
La seconda e la terza domenica di agosto impose al figlio due colazioni alle quali invit altrettante conoscenti con figlie in et da marito.
Lidio non oppose resistenza, anestetizzato dalla musica che la Helga gli aveva suonato le sere precedenti. Ormai la svizzera gli era entrata nel sangue, ne sentiva il profumo e la voce ovunque, poco importava che girasse nuda per le stanze della villa, baciasse sulla bocca amici e amiche o sculettasse sotto gli occhi del custode che, a quella vista, si metteva le mani nei capelli, diventava rosso come un gallo e sacramentava.
Una donna, ecco cosera Helga!
Quelle che invece sua madre aveva invitato a pranzo non erano altro che cadaveri. E dei cadaveri dovevano avere gli stessi slanci e passioni.
Se il Cerevelli tuttavia poteva illudersi di andare avanti cos, blandendo la madre con unineccepibile cortesia a tavola per poi sfogarsi tra le tette della Helga, dovette a un certo punto disilludersi.
Ci pens il tempo a richiamarlo alla realt, quello che, come diceva il signor prevosto, non aspetta nessuno.
Capitolo 8.
Lultima domenica di agosto Lirica spar la terza bordata.
Per loccasione rinunci allidea di una moglie dei paesi tuoi, aveva fretta di concludere: in settimana infatti il Vesini - quello della macchina pubblica -, non trovando Lidio in ufficio, era andato da lei per farsi saldare laffitto dellauto.
Ma se suo figlio non aveva il permesso di guida?
Lirica si strozz in gola lobiezione. Meglio non alimentare chiacchiere, tacere, soprattutto con un bozzo come il Vesini.
Piuttosto, aveva chiesto, sapeva dove suo figlio se ne andasse con la macchina?
Il Vesini aveva risposto con le stesse parole di Lidio: in giro, qua e l, in fin dei conti era estate, per starsene chiuso in casa cera linverno. Per sera permesso di consigliarne lacquisto di una, visto landazzo attuale.
Lirica aveva saldato il conto senza batter ciglio, ma aveva cominciato a sentire la terra scottare. Cos aveva invitato a pranzo la famiglia Ferletti, milanesi con la puzza sotto il naso che, tra i tanti soprammobili, avevano una figlia in et da marito. Si chiamava Estasiata, era maestra.Tuttaltro che brutta, dovette ammettere tra s Lidio. Ma una bellezza che, si capiva, sarebbe andata a morire nella miseria degli obbiettivi che lEstasiata si era data per la vita: una famigliola, figli quanti ne avesse voluti il cielo, il focolare e quelle balle l.
Il Cerevelli lascolt educatamente, constatandone il pallore ed il pudore e cercando anche di calcolare quante volte il piccolo seno della maestrina potesse stare dentro quello smisurato della sua Helga.
Poi, quando gli ospiti partirono, li imit. Col Vesini era daccordo per le quattro.
Unora pi tardi il tempo gli present il conto nei panni della stessa Helga. Panni veri. Per la prima volta la ragazza lo accolse completamente vestita.
Divertimento finito, gli disse baciandolo castamente su una guancia.
La vacanza era terminata, lindomani partenza. Nellaria cera odore di bagagli gi fatti. Possibile che tutto finisse cos?, si chiese il Cerevelli.
La proposta gli sal alle labbra senza bisogno di pensarci.
Sposami!
Helga lo guard. Poi liber una risata che a Lidio diede la malinconia dei giorni appena passati. E un po di stizza.
Che cazzo cera da ridere? Credeva che stesse scherzando?
La ragazza lo invit a sedere: doveva spiegargli infatti che era fidanzata.
Fidanzata?!
Proprio. E si sarebbe anche sposata.
Lidio impallid. Helga gli mise una mano sul ginocchio.
Ascolta, disse.
Il suo promesso era pi vecchio di lei. Pure brutto. Ma ricco.
Io non voglia di lavorare, spieg. Io ride, diverte e scopa.
Le orecchie del Cerevelli si infiammarono.
Tu ricco, testone? chiese Helga scompigliandogli i capelli con una tenera carezza.
Nello sguardo della svizzera a Lidio parve di vedere una speranza: che rispondesse s.
Calcol. Poteva dirsi ricco?
S.
Potenzialmente s.
S, rispose.
Ma gli serviva un po di tempo per...
Non era facile spiegare. La mamma, leredit, limpresa edile...
Insomma, un po di tempo per entrare in possesso di ci che in effetti era suo.
Quanto tempo? tagli corto Helga.
Nuovamente Lidio calcol.
Un annetto. Detto cos non sembrava tanto.
Un anno? soppes Helga, il pensiero rivolto a quello brutto, vecchio e ricco.
Andava bene.
Si scambiarono un interminabile bacio, poi gli indirizzi.
Sul cancello della villa Lidio guard lungamente la sponda opposta.
A noi, mormor, pensando a sua madre.
E al diavolo la colite che si sarebbe risvegliata.
Capitolo 9.
Infatti, conferm il professor Cerretti, primario medico dellospedale Umberto I al cui pizzetto triangolare, che dava ad ogni sua parola la vernice della Verit, Lirica ricorreva per i mali del corpo cos come al prevosto per quelli dellanima.
Andava cos bene dopo lultima cosuccia, comment il pizzetto.
Invece adesso aveva una corda al posto dellintestino, gonfia di groppi. E bolle, gorgoglii... sembrava di ascoltare un ruscello in piena.
Cosera successo?, si inform il professore.
Sera forse dimenticata di seguire la dieta che le aveva dato?
Magari fosse solo quello, fu la risposta di Lirica.
La dieta comunque no, chiar la donna: sempre seguita, ligia, come un comandamento.
Ma come avrebbe reagito - e la scusasse se lo tirava in ballo in faccende di famiglia - se suo figlio si fosse incapricciato, al punto di volerla sposare, di una svizzera?Anzi, di una svizzerotta!
Capitolo 10.
Lidio era partito in tromba la sera di domenica, la testa bassa, non era pi tempo di tentennamenti. Artiglieria pesante.
Se per dargli quello che in fondo gli spettava, sua madre aveva bisogno che si sposasse, ecco, la moglie laveva bella e trovata, nome, cognome, provenienza!
A Lirica, sotto quel fuoco, erano venute meno le parole per un po.
Per prime, poi, le erano uscite quelle.
Una moglie svizzera? Anzi, svizzerotta?
E piano piano sera ripigliata.
Capisco tante cose adesso, aveva detto.
Ecco come suo figlio aveva trascorso lestate, a farsi imbesuire da una svizzera. Che di certo non era una signora.Lo fosse stata gli avrebbe quantomeno chiesto di esserle presentata.
Evidentemente le buone maniere le facevano difetto.
Non certo le doti di arpia, di maga Circe. Le aveva circuito il figlio.
Le prove? Erano l, bastava guardarlo.
Magro, le occhiaie, nervoso e svanito. Uno straccetto.
E voleva sposare una capace di trasformare nel giro di un mese un baldo giovanotto in una lumaca senza guscio?
Siamo matti?
Se quella pensava di aver trovato lAmerica, si sbagliava!
Moglie e buoi dei paesi tuoi!
E se il proverbio non era sufficiente a rendere il suo pensiero, Lirica aveva riesumato la vecchia frase.Talmente vecchia e chiara che pi non si poteva.
Ricrdati che il titolare sono io!
Allinvettiva della madre Lidio aveva ribattuto con una sola parola.
Vedremo!
Poi sera alzato da tavola, era uscito rientrando, con grande sbattimento di porte, ben oltre la mezzanotte. E non sera nemmeno degnato di passare da lei per augurarle la buonanotte, sorta di rito sino alla sera prima, qualunque fosse lora.
Figuratevi quindi, professore, la mia colite!
Capitolo 11.
Il professor Cerretti diagnostic, il pizzetto parl per lui.
Riguardo la colite, niente di nuovo. Dieta, tranquillit!
E blandi sedativi, il biancospino soprattutto.
Per laltra faccenda invece..., se gli era consentito dire, riteneva che bisognasse agire con lautorit piuttosto che con il ricatto.
Lautorit di un padre, chiar.
Purtroppo... esal Lirica.
Lo so, lo so, mormor il Cerretti partecipe. Se non un padre un... un chi per esso.
Un chi?
Qualcuno, intendo dire, che possa esercitare unautorit pari a quella di un padre. Che so, uno zio.
Lirica singult.
Lasciate perdere.
Lo zio cera. Suo fratello Arrigo.
Un sifilitico, e aveva detto tutto.
Potrei, se consentite, io... azzard il professore.
Lirica finse di non aver capito.
Due parole col ragazzo le avrebbe scambiate volentieri, sempre che permettesse.
Voi, professore? sbalord Lirica.
Poteva essere suo padre, per et. E certi casi, umani, come quello che la donna gli aveva appena sottoposto, avevano il potere di coinvolgerlo.
Sar perch mi sento particolarmente affezionato alle nuove generazioni, comment commosso. E anche per sentire meno la lontananza del mio, di figlio.
Non disse, non era il caso, che di l a qualche giorno gli sarebbe capitata in casa lunica nipote, Eufemia: figlia di sua sorella, Sofronia, insegnante di filosofia in quel di Bari e l morta due settimane prima di un colpo secco.Figlia di sua sorella e dellunico uomo che era riuscito, per tre anni dopodich era fuggito in Brasile, a sopportare il pessimo carattere della donna. Eufemia, dopo la morte della madre, sera rivolta a lui.
Poteva rifiutarsi di darle ospitalit? Negarsi ad aiutare lunica parente che aveva al mondo?
Per, che la ragazza non si illudesse di aver trovato, come la svizzerotta, lAmerica, l da lui. Aveva ventidue anni, forse ventitr. In ogni caso era matura per andare sposa.
Quindi, concluse il professore.
Da tempo meditava di ristrutturare il terzo piano della palazzina, pressoch disabitato. E nessuno gli impediva di affidare tali lavori allimpresa Cerevelli. Con la scusa del lavoro avrebbe avvicinato il giovanotto e, senza insospettirlo, se lo sarebbe studiato per bene.
Ditegli che sarei felice di averlo ospite venerd prossimo, comunic il Cerretti.
A cena? chiese conferma Lirica.
Certo, a cena, con dopocena musicale.
Capitolo 12.
Era forse framassone il professor Cerretti?
La voce correva, sussurrata. Sospetto nutrito da parecchi.
Dal maresciallo Ernesto Maccad, per esempio. Al quale per la cosa faceva un baffo, per la ragione che la massoneria era invisa al regime mussoliniano. Faceva orecchie da mercante: ogni cosa che dava noia al Duce ed alla sua cricca gli metteva allegria.
Pure il prevosto dubitava. Aveva ben presente il Codice di diritto canonico promulgato nel maggio 1917 da papa Benedetto XV nel quale, canoni 684 e 2335, veniva ribadita la scomunica dei massoni. Ma ci volevano prove, e lui non ne aveva. Cos aveva sempre comunicato il professore le volte in cui questi, anzich presso la cappelletta dellospedale, andava a sentir messa in prepositurale.Due, tanto per dire.
Ma anche il podest, il veterinario Decorati, il medico condotto dottor Lesti e, a scalare, certi ben informati da retrobottega rimuginavano lo stesso pensiero.
Insomma, parecchi lo pensavano, nessuno per osava dirlo.
Cos come nessuno osava dirgli che, come violinista, era un cane.
Dava concerti, a casa sua. Una, due volte al mese: cena con dopocena musicale.
Sempre sette invitati, si diceva, e maschi. I quali, se sopportavano senza batter ciglio le sue carminative esibizioni con larchetto in mano (i pezzi erano sempre quelli, la Sonata n. 2 per violino solo di Bach e, secondo luzzolo, un paio dei 36 studi melodici e facilissimi di Dancla), era perch avevano il loro bel tornaconto.
Gli esempi non mancavano.
Adelio Negri, segretario del Partito sino al 1928, anno in cui era morto cadendo da una pianta di fichi, era stato ospite fisso alla tavola del professore ed era diventato segretario per ordine diretto della Federazione quando per logica la carica sarebbe dovuta andare a Fiumino Denti, ardito della prima guerra mondiale nel corso della quale aveva perduto un occhio e unico, autentico sansepolcrista bellanese, anche se per caso. Il 23 marzo 1919 sera infatti trovato a Milano attratto dalla equivoca pubblicit di un sedicente oculista indiano che garantiva di aver inventato occhi che permettevano di vedere grazie a un segretissimo sistema di lenti incorporate. Limbroglione riceveva in un sotterraneo poco distante dal covo fascista di via Paolo da Canobbio e il Denti, dopo aver schivato la truffa, sera trovato in mezzo alla scarna folla dei primi fascisti, sera fermato ad ascoltare e, lasciatosi convincere dalle argomentazioni di quelli, sera iscritto al fascio.
Lingegner Giovanni Scattini aveva infilato le gambe sotto la tavola del professore nel luglio del 1926 ed era stato misteriosamente esentato da una regola che sino ad allora la direzione del cotonificio aveva applicato con rigore: i giovani ingegneri come lo Scattini giungevano a Bellano per fare un apprendistato di circa sei mesi e poi partivano a farsi le ossa presso le sedi pi disagiate. Arrivato a Bellano con quella prospettiva, lo Scattini cera invece rimasto a dispetto anche di uno stile di vita francamente riprovevole.
Il farmacista Adone Previtali, altro ospite fisso del Cerretti, aveva visto svanire come dincanto il pericolo che lamministrazione comunale, cedendo alle insistenze della cittadinanza, autorizzasse lapertura di una seconda farmacia: comunale per, in grado di soddisfare in tempi brevi le richieste di farmaci, galenici e quantaltro, per ottenere i quali nella farmacia Previtali era spesso necessario aspettare pi giorni a causa dellindolenza del titolare.
E ancora.
Il notaio Carmine Anfuso era giunto a Bellano con le pezze al culo nel 1927 e con le stesse pezze sera predisposto a emigrare per altri lidi quasi due anni pi tardi quando il collega Spartaco Amoroso, che sino ad allora non laveva nemmeno salutato, dopo una cena a casa del professore se lera preso in studio, avviandolo alla conoscenza della sua vasta e ricca clientela. Ne aveva addirittura fatto il suo delfino cui, agli inizi del 1929, aveva lasciato definitivamente il posto.
Infine, per dirla tutta, anche il caso, pur se di segno esattamente contrario, di Avano Degiurati, direttore della Banca del Mandamento di Bellano, lasciava pensare che il Cerretti maneggiasse segrete leve e che se uno amava il quieto vivere avrebbe fatto bene a non entrare in contrasto con lui. E soprattutto a stare alla larga dalla sua giovane mogliettina, Olga Vram.
La Olghina.
Capitolo 13.
Una cretina senza pari lOlghina, unoca giuliva, una cascata, una valanga, un vulcano di parole e risate.Ma va? Come mai? Perch?
Un vaso vuoto. Fuori, per, perfetta.
Se lOlghina fosse stata capace di tacere dieci minuti, si poteva godere la certezza di essere davanti a un miracolo.Facendola, il Padreterno sera dimenticato il cervello. A titolo di risarcimento, laveva dotata di un dono raro: lOlghina sapeva essere come la volevi.
Avevi bisogno di un angelo custode? Il suo sguardo, il candore della pelle, leleganza dei movimenti ne facevano un affresco da santuario.
Lo stesso sguardo, lo stesso candore, gli stessi movimenti cambiavano di segno sotto le lenzuola. Allora gli occhi erano spie di lussuria, i gesti quelli indolenti di una tigre prima dellattacco.
Per questo il professor Cerretti laveva sposata, in seconde nozze, senza badare ai trentanni, lui cinquantacinque lei venticinque, che li separavano. Senza tener conto, anche, che lOlghina, prima di diventare sua moglie, era stata la serva di casa per un lustro, essendo entrata a servizio allet di anni venti.
N, e soprattutto, il professore aveva tenuto conto di ci che, al suo capezzale, la moglie di primo letto, Oliviera, colta, brutta e sempre incazzata, gli aveva fatto promettere: che non si sarebbe mai pi risposato e che da quel giorno in avanti non avrebbe avuto altro pensiero che leducazione del loro unico figlio, Salvonio.
Ginocchioni, il professore aveva promesso, incrociando le dita dei piedi.
Un mese pi tardi il Salvonio partiva alla volta della Casa dei Salesiani di Treviglio dove, a dire del professore, il ragazzo avrebbe potuto godere di tutte quelle attenzioni che lui purtroppo, stante gli impegni della professione, non sarebbe stato in grado di dargli.
Quindi, sei mesi pi tardi, un tempo onesto per il lutto, il Cerretti, sfoderando un sorriso contenuto, aveva impalmato Olga Vram concedendo agli ultimi voleri della defunta Oliviera una sobria cerimonia, riservata a pochi intimi e celebrata presso la cappelletta dellospedale Umberto I di Bellano, del quale era primario chirurgo e direttore sanitario.
Alle cenette musicali lOlghina non prendeva parte.
Per loccasione il professore non voleva donne tra i piedi.
In quelle serate la sua bella mogliettina tornava a fare la serva. A lei mica dispiaceva, gli invitati di suo marito erano perlopi in et e noiosi. In genere tirava lora di andare a dormire ascoltando la radio, in cucina: le piacevano particolarmente i notiziari del Giornale radio che ascoltava attaccata al chiliofono, il monumentale radiofonografo prodotto dalla ditta Marelli, anche durante la giornata, senza capire granch, imparandoli tuttavia a memoria cos che nel corso dellultima edizione delle 23,45 si sovrapponeva alla voce dellannunciatrice ripetendone pari pari le parole ed immaginandosi al posto suo.
Ci aveva pensato il Degiurati a movimentarle la vita. Avano Degiurati, uno dei pochi che potesse raccontare, a ragion veduta, quanto fossero stagne le sue tette. E che poi sera beccato lira funesta del professore.Era successo nellottobre del 1929.
La vendetta, sintende, perch la storia delle tette andava avanti gi da un bel po.
Capitolo 14.
A frequentare la tavola del professore Avano Degiurati aveva cominciato verso la fine del 1927 quando era gi da un paio di anni direttore della Banca del Mandamento di Bellano. La banca, fondata nel 1924, era cresciuta in maniera sorprendente sotto la sua direzione, mettendo a tacere le voci di coloro che ne avevano criticato la nomina, vaniloquendo attorno al fatto che la madre del Degiurati fosse morta di cretinismo tiroideo.
La prima cena in casa Cerretti era filata via liscia.
Chiacchiere, pettegolezzi, qualche confidenza, domande.
I convitati avevano lasciato spazio al nuovo ospite che aveva dimostrato di essere uomo di mondo, avveduto e attento. Di s Avano aveva raccontato quanto bastava.Evidentemente, in quella circostanza, professore e soci se lerano studiato. Altre cene erano seguite. Infine, certo di avere a che fare con una persona affidabile, il Cerretti aveva messo da parte laccademia ed era passato a proposte pi concrete. Era successo nel marzo 1928. A cena, naturalmente. Ma con ospiti diversi dai soliti.
Il professore, parlando a nome di tutti (Tanti, aveva detto, oltre ai presenti), aveva chiesto al Degiurati se avesse avuto piacere che tutti loro diventassero clienti della sua banca.
Il giovane non sera scomposto, bench solitamente fosse suo il compito di procacciarsi nuovi clienti.Perch quellinversione di ruoli?
Aveva taciuto la domanda. Sera invece affrettato a rispondere che non avrebbe mai sperato in una simile fortuna.
Lorsignori nelle rispettive banche non si trovano bene? aveva buttato l.
La domanda, arguta, era piaciuta al Cerretti, laveva trovata concepita con scaltrezza. La sua forma, ineccepibile nella cortesia, nascondeva una sostanza forte.Non si tratta di questo, aveva risposto il professore.Quanto, aveva aggiunto uno degli ospiti, il barbuto professor Siniscalchi, otorinolaringoiatra presso lospedale di Como, della necessit di riunire i loro capitali che per il momento giacevano qua e l, quasi privi di peso e in bala dei venti delleconomia. Riunendoli, la musica sarebbe cambiata: mettendoli tutti assieme in ununica banca, meglio se piccola, meglio ancora se privata come la Banca del Mandamento di Bellano, avrebbero invece cominciato a contare qualcosa.
Ove ci fosse poi, aveva chiosato il Degiurati, un direttore disposto ad ascoltare suggerimenti e proposte e non solo a fare di testa sua... Tutti gli ospiti avevano sorriso alluscita.
Un direttore moderno, aveva commentato il Cerretti.Moderno, e con lo scudo di un consiglio di amministrazione quasi ignaro degli equilibrismi della finanza, che avrebbe intascato in parte il frutto dei successi e pagato in toto invece eventuali disastri.
Il Degiurati aveva detto s. Gli era piaciuta lidea di rimpinguare le casse del suo istituto piene, sino ad allora, di sudati risparmi o di capitali senza lode messi insieme da spocchiosi commercianti che, un giorno s e un altro pure, doveva rassicurare su questo o su quellaltro investimento.
Avevano brindato. Dopodich, e prima dellinsopportabile concertino, serano messi daccordo sul fatto che, nessuno di loro volendo apparire, le transazioni, i versamenti, gli accordi e quantaltro sarebbero avvenuti sempre l, a casa del professore, durante uno dei soliti, conviviali incontri cui lOlghina, comera noto, non partecipava.
LOlghina doveva preparare tavola e pietanze, poi fuori dalle balle. Giunto lultimo degli ospiti, spariva dalla vista, lasciando marito e soci ai loro affari. Sino alla primavera del 1928 la donna non aveva mai mostrato interesse alcuno per le ragioni di quegli incontri, n tanto meno per gli invitati tutti, ai suoi occhi, vecchi e noiosi babbioni.
Lingresso nella cricca del Degiurati, giovane, magro, elegante e distinto, ne aveva pizzicata la vanit. Spazio per andare oltre un puro gioco di fantasia non ce nera, n lOlghina avrebbe pensato seriamente di tentare. Sera sempre limitata a guardare di sottecchi il bel direttore quando lo riceveva in casa. Una volta, mentre in sala ferveva la discussione, aveva lasciato cadere due gocce del suo profumo sulla sciarpa di seta del giovanotto.Se nera accorto?
Chiss!
Nel dicembre 1928 per le cose avevano preso una piega diversa.
Era successo quando, una sera, il Degiurati non aveva potuto prendere parte alla solita cena perch sera beccato una bronchitaccia e il dottore laveva consegnato a letto.
Olga, che non sapeva niente, aveva atteso il suo arrivo e sera arresa allidea di non vederlo solo quando il marito aveva annunciato agli ospiti lassenza del direttore.LOlghina sera immediatamente ritirata in camera, senza attendere, come faceva di solito, la fine della serata ascoltando la radio e imitando lannunciatrice. Era disperata e sera sentita in credito col destino. Il quale aveva fatto in fretta a saldare il debito.
Il luned successivo a quella cena monca, il Cerretti aveva chiesto al Degiurati se potesse fargli la cortesia di andare da lui, la sera, per ritirare deleghe ed accrediti.Avano, sfebbrato da non pi di un giorno, gli aveva risposto che preferiva evitare di esporsi alle ariacce serotine: se faceva lo stesso sarebbe andato a trovarlo il marted mattina. Tanto, ai fini delle operazioni da effettuare, non cambiava nulla.
Il professore aveva acconsentito, serano dati appuntamento per le dieci. Ma alle nove e trenta di marted mattina era giunto in ospedale, portato a dorso di mulo dalla frazione di Noceno, un uomo che lamentava mal di pancia. Visitatolo, il Cerretti aveva diagnosticato unocclusione intestinale.
Subito in sala operatoria!
Memore dellappuntamento col Degiurati, aveva spedito a casa un portantino con un biglietto.
Cara Olghina, verso le dieci arriver da noi il direttore Degiurati.
Un intervento urgente mi impedisce di essere puntuale.
Trattienilo, attorno alle undici sar libero.
Ricevuto il biglietto, la donna aveva avuto un brivido.
Puntualissimo, alle dieci, Avano aveva suonato al cancello della palazzina. LOlghina sera precipitata ad aprire, malamente coperta da una vestaglia. Le tracce di sonno che perduravano sul suo viso le davano unespressione estremamente conturbante.
Ho appuntamento col professore, aveva detto il Degiurati.
Ma il professore non c, aveva osservato lei.
Eppure mi ha convocato qui per le dieci.
Lo so, aveva risposto lOlghina, ma tarder. Sar qui verso le undici e mi ha pregato di trattenervi.Il Degiurati aveva aggrottato la fronte.
E di certo non sulla porta di casa, aveva concluso la donna.
Diobono che tette!
E che carica!
Una pacchia. Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre. Dieci mesi da favola. Una vita intera concentrata in trecento giorni.LOlghina aveva dimostrato di avere una mente diabolica, oltre a una carica di ormoni senza fine, come se nessuno prima di allora lavesse stappata.
Dopo la prima, rapida, ubriacante volta, sera assunta lei il compito di pianificare gli incontri.
Luned, mercoled, venerd, giorni di sala operatoria, gli eletti.
Aveva stilato tabelle orarie.
Unappendicite durava mezzora. Unernia anche unoretta, dipendeva dalla sede. Le recidive erano pure meglio.Meglio ancora prostate, stomaci e intestini. L, quando si apriva, non si sapeva mai quello che si trovava, unora poteva raddoppiare, anche triplicare, parola del professore. Il quale sera arreso al nuovo vezzo della mogliettina e la sera, prima delle sedute operatorie, le elencava gli interventi che lo attendevano. Secondo il programma lOlghina gongolava o si stizziva. Poi, fatti i conti del tempo che avevano a disposizione, ne dava comunicazione al Degiurati cui, in quei mesi, pareva di vivere tra le nuvole. Gli sembrava di avere ovatta nelle orecchie e, tanto in famiglia quanto sul lavoro, diceva sempre s. Le cose andavano lisce, gli affari prosperavano, larmonia domestica era senza rughe.
Quando poi una, due o anche tre volte la settimana affondava nel corpo dellOlghina aggrappandosi alle sue tette come a un salvagente, si sentiva contemporaneamente in paradiso e allinferno. Il paradiso era quel sentirsi sazio e sfinito dopo ogni volta. Linferno era lei che lo spronava ancora, ancora...
Ma dove diavolo andava a prenderla tanta energia?
Un giorno infine glielo aveva chiesto e aveva avuto la risposta.
Era un mercoled. Il Degiurati sera alzato con la sensazione che quella sarebbe stata una giornata storta. Non era superstizioso, non gli importava di scendere dal letto con un piede o con laltro, passare sotto una scala o incrociare gatti neri. Ma aveva avuto quellimpressione. E la telefonata dellOlghina che gli dava il via libera, quando gi era in banca, non era valsa a cancellare la sensazione di pericolo.
Allappuntamento, manco a dirlo, cera andato.
Quandera stato sotto le lenzuola, prima di dare il via alle danze, aveva confessato alla donna il suo stato danimo.LOlghina per tutta risposta aveva sorriso e cominciato a darsi da fare. Stentava per il Degiurati. LOlghina sera impegnata di brutto. Nel momento in cui era sembrato che tanta fatica fosse stata l per essere premiata, il giovanotto sera di nuovo ammosciato. Per giustificarsi aveva detto che gli era parso di aver sentito un rumore.Che rumore?, aveva chiesto lOlghina.
Di porta sbattuta.
Ma se in casa non entrava nessuno, tranne il professore!
Fosse stato lui?
Impossibile. Quella mattina aveva due intestini e unernia, roba da restare in sala operatoria fino alle due del pomeriggio.
Eppure...
Eppure niente, aveva ribattuto lOlghina, se stai diventando come lui avvisami.
Una bastonata.
Sarebbe a dire? aveva chiesto Avano.
Sarebbe a dire nisba, aveva spiegato lOlghina agitando per aria indice e pollice.
Il professore aveva il morto addosso.
Il Degiurati aveva sorriso. E, un po perch sera rilassato, un po perch la donna aveva ripreso le manovre, sera infine messo sullattenti.
Sullattenti, fuori dalla porta di camera, ad ascoltare ogni cosa, stava anche il professor Cerretti.
Non rispondeva al vero che fosse morto del tutto. ogni tanto, senza ragione, senza segni premonitori, ritornava in vita.
Era capitato quella mattina, mentre stava aprendo la pancia del secondo paziente. Sapendo la moglie ancora a letto, non aveva esitato. Aveva simulato un attacco di emicrania e ceduto i ferri allassistente. Quindi sera lavato, cambiato ed era corso a casa.
Davanti alla bella sorpresa non aveva voluto far scene.
La vendetta era un piatto che andava consumato freddo, e freddamente.
Era ritornato in ospedale, tanto pi che il momento magico era svanito. In sala operatoria non era rientrato, altri pensieri gli frullavano per la testa, pensieri di vendetta, appunto.
Tremenda vendetta.
Fredda, spietata.
Il luned successivo gli uffici della Banca del Mandamento erano stati subissati dalle richieste di estinzioni di conti, e proprio nel momento in cui il consiglio di amministrazione, colpito dalla straordinaria gestione del Degiurati, stava valutando un piano di espansione, aprire nuove filiali in altri paesi del lago.
A chiedere la soluzione del rapporto erano stati naturalmente i clienti migliori, i convitati del Cerretti. Nel giro di pochi giorni Avano sera reso conto che sotto i suoi occhi si stava consumando un disastro e non aveva faticato molto a comprendere che se lera confezionato con le sue proprie mani.
La banca a quel punto rischiava di saltare in aria. Alle strette, aveva convocato con urgenza il consiglio e illustrato lo stato delle cose. Quindi aveva rassegnato le dimissioni.I consiglieri erano insorti, avevano gridato. Il Degiurati li aveva gelati.
Qui si vuole che cada una testa, la mia.
Un mese pi tardi, giusto il tempo per riordinare le carte e predisporre le consegne al suo successore, aveva fatto armi e bagagli: con la moglie Ottavia e la quinquenne figlia Beatina, caricate le sue cose su un camion della ditta Sartiami, specializzata in traslochi, era partito da Bellano, destinazione Barzan, presso una sorella della moglie.
In banca era stato sostituito da un anonimo ragionier Limiti.
Capitolo 15.
Non se la ricordava cos brutta, sua nipote Eufemia.
Cio, brutta s.
Laveva vista quando aveva tredici anni. Prima e unica volta. Allepoca sua sorella insegnava a Roma e lui cera andato in viaggio di piacere.
Le bozze frontali, sporgenti che sembravano fare ombra agli occhi, e i capelli stopposi di un colore bastardo tra il rame e la carota erano di chiara origine materna.Del padre che, a parte la scoliosi, non era un brutto uomo, la ragazza non aveva ancora ereditato niente, ma il professore aveva sperato per lei che, col tempo e lo sviluppo, fosse migliorata un po.
Invece, quando la vide nel primo pomeriggio di gioved, giorno del suo arrivo a Bellano, il Cerretti rest di stucco: sembrava la Sofronia, con qualche anno di meno e il carico ulteriore della scoliosi paterna, da cui trasse limpressione che la nipote assomigliasse a un abito maldestramente appeso a una gruccia.
La ricevette nel suo studio presso lospedale dopo averla mandata a prendere in stazione.
Lavesse vista prima..., ragion tra s dopo averla, pur controvoglia, abbracciata e baciata.
Fosse andato al funerale di sua sorella, ne avesse presa visione, avrebbe avuto tutto il comodo per inventarsi qualcosa pur di non portarsi a casa quello sgorbio. Solo un cieco od un disperato poteva ambire alla sua mano: locchio clinico del Cerretti valut che sera tirato in casa un bel guaio.
Purtroppo, adesso, era l!
Il professore tenne immediatamente ad avvisare che la regola per le serate con dopocena musicale - donne fuori dalle balle - valeva anche per la nipote e poi la affid allOlghina che, avendo occhi solo per la propria bellezza, sorvol sulla bruttezza esasperante dellospite e la sommerse immediatamente con le sue sciocchezze.
Diventeremo amiche! Devi raccontarmi tutto di te!
Quali colori preferisci? Ti piace la radio? e via dicendo.
Che il Cerevelli vedesse lEufemia, al Cerretti non pareva proprio il caso.
Perlomeno non subito.
E poi..., boh!, ci avrebbe pensato.
Capitolo 16.
Che il professore avesse di gi operato il miracolo?, si chiese Lirica il giorno dopo la cena.
Gi dal risveglio suo figlio sembrava trasformato. Durante la toletta aveva fischiettato con allegria. Lei laveva seguito sino allultima nota, dalla cucina dove lo attendeva col caffellatte. Un valzer, secondo lei di buon auspicio, non una di quelle moderne canzonacce di cui a volte le parlava Melide, la petulante servetta di casa, e che avevano titoli impronunciabili tipo... Ziki Kaki... Paki Zuki...porcherie!
Valzer, invece, armonia, serenit!
Lirica non immaginava che quello era lultimo valzer che Lidio aveva ballato con la svizzerotta la sera della festa.
A pranzo, poi, era tornato chiacchierone come da giorni non era pi. Le aveva detto della cena e della proposta di lavoro.
E tu? aveva chiesto lei.
Avrei accettato... aveva risposto il giovanotto, ma con un tono remissivo, come se ne attendesse lapprovazione.
Hai fatto bene figlio mio, sera affrettata ad approvare lei.
Quindi Lidio le aveva sottoposto i nomi della squadra che aveva pensato di mettere insieme affinch ne venisse un lavoro ben fatto e in tempi brevi: cinque solidi muratori, tra i quali Amilcare Campesi.
Su questultimo lei sera permessa una mezza obiezione.
Non era quello che ogni tanto litigava con la moglie, si ubriacava...
S, proprio lui, aveva confermato Lidio, una testa matta.
Ma era bravo, quasi geniale, nato per fare il capomastro.
Mi fido, aveva detto lei, la voce foderata dalla meraviglia per quel miracolo che aveva sotto gli occhi.
Cos, nel pomeriggio, il figlio assente, pur non volendo disturbare, Lirica si permise una telefonata.
Il Cerretti sorrise alle lodi e ai ringraziamenti della donna.
Beata giovent! comment.
Si sa com, si infiamma in fretta e subito si sfiamma!
Che non temesse, la rassicur il professore: suo figlio era un giovanotto a modo e tutto si sarebbe accomodato per il meglio.
Tutto stava, come aveva fatto lui affidando a Lidio i lavori della sua palazzina, ad accordare a quella esuberante giovent un poco di fiducia.
Capitolo 17.
Appunto, la questione stava proprio l: guadagnarsi la fiducia di sua madre.
La sera di domenica, dopo la tirata della donna contro la Svizzera e le svizzerotte, Lidio Cerevelli era uscito da casa con un garbuglio di pensieri e non aveva fatto altro che passeggiare in su e in gi per il lungolago spingendosi un paio di volte a rimirare la riva sulla quale aveva giaciuto con la Helga. Di cedere alla volont materna e sposare una delle sue galline a lesso, non era neanche il caso di parlarne.
Helga, e nessunaltra!
Ma gli ci volevano soldi, e tanti. Dove trovarli?
Prendere di petto sua madre sarebbe stata solo una perdita di tempo. Non poteva permettersela perch quello che aveva a disposizione, quello che aveva concordato con Helga - un anno - doveva impiegarlo per mettere da parte un capitale sul quale fondare la sua felicit terrena.Ma il tempo vola, fugge.
Quindi, aveva pensato, basta litigi, alterchi, inutili questioni.
Sotto una luna che, manco a dirlo, gli aveva ricordato le lattescenti chiappe della svizzera, aveva deciso che doveva approfittare di ogni occasione gli permettesse di arraffare soldi.
Era questione di fiducia.
Se lui si fosse dimostrato remissivo, quasi acquiescente o vinto, sua madre avrebbe allentato il controllo.
E in un brodo di ritrovata serenit, sarebbe stato molto pi libero di lavorare per raggiungere il suo scopo.
Doveva solo stare calmo, calcolare bene ogni sua mossa, cuocere lentamente la vecchia gallina.
Tutto pur di arrivare a Helga, aveva mormorato. Tutto, anche una cena dal professor Cerretti.
Quindi, quando sua madre lo aveva informato dellinvito aveva risposto di slancio: Meraviglioso!.
E tornando a casa, dopo la cena, poich gli sembrava che il suo desiderio stesse cominciando a realizzarsi, non aveva fatto altro che calcolare quanta cresta gli sarebbe riuscito fare sul conto totale dei lavori di ristrutturazione nella palazzina del Cerretti, concedendosi, tra un calcolo e laltro, un paio di pause per ripensare allOlghina, che probabilmente era davvero cretina come si diceva in giro, ma in quanto a tette poteva tranquillamente competere con la Helga.
Capitolo 18.
La sera del 9 ottobre Lidio Cerevelli navigava in un lago di nostalgia, ad alimentarla era lei, Helga.
Motivi, purtroppo, ne aveva a iosa.
Innanzitutto sul paese era calata una cappa di foschia e umidit che per contrasto lo rimandava ai luminosi pomeriggi dellestate appena trascorsa.
In secondo luogo, Lirica, vantandone il diritto, aveva voluto dare unocchiata al conto da presentare al Cerretti.I lavori alla palazzina erano stati completati in quindici giorni. Eseguiti con una puntualit e una precisione che il professore stesso aveva elogiato.
Non aveva discusso sul costo.
Ma appunto perch non laveva chiesto e, soprattutto, perch era il professore.
Bisogna fargli un bello sconto, aveva detto Lirica e, tac!, con due colpi di matita, aveva fatto saltare quel po di cresta che Lidio sera illuso di intascare. Talmente illuso che ne aveva data comunicazione tramite lettera alla Helga, annunciandole che, grazie allaiuto di un certo professore, un vecchio coglione con le mani in pasta dappertutto che credeva di saperla lunga ma in realt di conti non capiva un cazzo, il capitale del loro futuro era nato.
Nel nulla erano svaniti il suo compenso quale progettista e supervisore dei lavori, una consulenza chiesta allidraulico Treponti e gonfiata ad arte dallo stesso Lidio ( sua abitudine, aveva detto Lirica, calcare sui prezzi.Lha sempre fatto ma con me non lha mai spuntata) e il costo delle tegole avanzate (Le ritiriamo noi, aveva deciso la donna, non vanno a male e non mancher loccasione di riutilizzarle).
Due giorni dopo, per rispondere a tanta gentilezza, il Cerretti aveva convinto il signor prevosto ad affidare allimpresa Cerevelli, nella persona di Lidio, la ristrutturazione dei locali delle ex scuole in piazza Santa Marta, da poco acquisiti dal consiglio dei fabbriceri.
Un affare, ottimo!
Ma se sua madre avesse continuato a mettersi di mezzo, Lidio temeva che anche l non avrebbe trovato di che alimentare il capitale di cui aveva incautamente vantato la nascita.
Quella sera Lidio sera deciso per lispezione.
E, ciliegina sulla torta, proprio mentre stava attraversando la piazza della chiesa per andare a dare unocchiata allo stabile delle ex scuole, il signor prevosto in persona laveva fermato per fare quattro chiacchiere e nel discorso aveva lasciato cadere che, da sua madre, aveva saputo che stava cominciando seriamente a pensare al matrimonio.
Era vero. Cio, era vero che qualche sera prima Lirica, vedendolo cos tranquillo e ben disposto, aveva ritirato fuori la questione. E lui aveva risposto s tanto per dire qualcosa: ci stava pensando davvero e al momento opportuno ne avrebbe parlato.
Bravo, bene, laveva congedato il prevosto.
Cos Lidio, guardando la figura del sacerdote che si allontanava come un angelo scuro nella sera, si era sentito sullorlo di un buco senza fondo e la nostalgia di Helga era diventata unaffilatissima lama di coltello piantata sotto lo sterno.
Quando entr nei locali delle ex scuole era ormai buio. La luce stentata di due lampadine illumin lambiente.Laria aveva odore di chiuso. Sui pavimenti polvere, tocchetti di intonaco. Addossati alle pareti un paio di armadi, e banchi, non pi utilizzati, su cui erano passate intere generazioni di scolari: tra loro suo padre Leone.La nostalgia di Lidio si acu in quel profumo di passato, dal cui fondo venivano anche le storie che, su quelledificio, come di altri del vecchio nucleo del paese, gli avevano raccontato quandera bambino. Leggende, fole di un conte, il conte Loria, proprietario di quegli immobili cento, o duecento?, anni prima che usava liberarsi degli avversari negli affari, cos come nellamore, murandoli, anche vivi, nei suoi palazzi.
Ne aveva fatti di brutti sogni, pensando a quelle storie.Ed Helga, riflett cominciando lispezione dei locali, avrebbe finito per diventare pure lei soltanto un sogno?
Picchiava intanto con le nocche sui muri. Un gesto istintivo ormai, uno dei primi appresi durante la gavetta sui cantieri che permetteva ad un orecchio esercitato di capire dove il muro fosse solido, di sasso, e dove no.Ormai il giro del piano era completato, mancava la parete che dava su piazza Santa Marta, di fronte alle carceri mandamentali: un muro maestro.
Invece, a un certo punto, toc, un suono vuoto.
Il Cerevelli si ferm.
Possibile?
Torn indietro di un paio di passi, riprese la percussione.
Il suono era bello pieno su tutto il muro ma, nello stesso punto di prima, toc, ancora, come se...
Gli venne un mezzo brivido al pensiero ma sorrise, ormai era un adulto. Eppure...
Che l dietro ci fosse uno di quelli, uno degli avversari che il conte Loria murava vivi per toglierseli dalle balle?
Si guard intorno alla ricerca di qualcosa con cui grattare il muro. Trov un lungo chiodo arrugginito, di quelli che si usavano per fissare le travi dei tetti. In mancanza di meglio, us quello.
Non gli ci volle molto per aprire un piccolo varco, un buco in quella parete mezzo marcia. Sbirci attraverso il pertugio senza vedere niente. Riprese a picchiare. A un certo punto delloperazione ud un rumore, un tintinnio.Pens per un istante che il chiodo gli fosse scappato di mano, caduto per terra. Fu un brevissimo istante appunto, perch il chiodo era sempre l, stretto tra le sue dita.E allora?
Guard sul pavimento e la vide.
Una moneta.
La raccolse. Era pesante. Se la mise a due dita dagli occhi.
Era oro?
Capitolo 19.
Bisognava proprio dirlo, se il professore non era santo, poco ci mancava. Probabilmente, anzi, sicuramente, fu il pensiero di Lirica, aveva ragione lui: non con il ricatto bisognava condurre Lidio alla ragione, ma con la bonaria autorit, paterna o maschile che fosse.
E l dove lei aveva fallito, lui invece aveva fatto centro.
Tra laltro nel giro di poco tempo.
Incredibile!
Lirica Cerevelli, non senza una certa vena di malinconia, stava pensando a come erano mutate le cose dal momento in cui il professore aveva ammesso il figlio nella sua cerchia, alla sua tavola.
Non era quello che si era augurata? Che finalmente maturasse, abbandonasse certe fantasie, ascoltasse chi, della vita, aveva gi esperienza?
Sicuro.
Ma tutto era avvenuto a una velocit tale che adesso si sentiva presa un poco alla sprovvista. E, avanti di quel passo, non ci sarebbe voluto molto per giungere al fatale momento, quello in cui avrebbe dovuto cedere il comando dellimpresa, e anche allimperativo del tempo che passava e che, dallessere madre, lavrebbe portata ad essere nonna.
Sospir profondamente. Era sola in casa. Quella mattina infatti Lidio, dopo tre giorni passati ad andare avanti e indietro dalledificio delle ex scuole per studiare bene come impostare i lavori, era uscito presto, per recarsi a Lecco, presso gli uffici del catasto: doveva verificare, aveva detto, certi mappali a confine con le ex scuole.
Ho promesso al signor prevosto di fare un lavoro coi fiocchi e non voglio certo deluderlo. Men che meno creargli qualche guaio, aveva detto in tono grave.
Nelle vibrazioni delle erre, Lirica aveva avvertito la presenza del suo povero marito. Anche lui parlava cos, ringhiando su quella consonante, dando limpressione di essere arrabbiato. Invece era la sua natura e Lirica piano piano ci si era abituata. Ma risentire quelleco nella voce del figlio laveva messa un po a disagio. Tanto che laveva guardato con stupore.
Cosa c? le aveva chiesto lui.
Niente, aveva risposto lei.
Lavrebbe presa per sciocca se gli avesse detto che in quel momento non gli sembrava il figlio che da anni conosceva, ma un altro. Un uomo, finalmente.
Finalmente?
Capitolo 20.
Tre giorni avanti e indietro tra il suo ufficio di via Manzoni e ledificio delle ex scuole. Fingendo di essere impegnato a tirar misure e poi fare calcoli.
Se le era nascoste in tasca, in una borsa, in un tubo cilindrico pieno di vecchie mappe. Poche per volta. Meglio un viaggio in pi piuttosto che provocare sospetti, curiosit.
Alla fine le aveva riunite, tutte insieme, in una vecchia cassaforte Juwall, modello 22, che era stata di suo padre Leone e che aveva recuperato dalla cantina di casa. La chiave naturalmente se lera appesa al collo, alla catenina, accanto alla medaglietta della Madonna di Lezzeno. In quei tre giorni Lidio Cerevelli le aveva contate centinaia di volte. Il totale era stupefacente: trecentoventicinque.
Trecentoventicinque monete di oro zecchino. Di peso e dimensioni diverse. Prima di occultarle nella cassaforte, le aveva anche divise in gruppi, dalle pi piccole alle pi grandi, una gioia per gli occhi. E antiche, inoltre.Pur non capendone niente, le date che vi erano incise, e che andavano dal 1362 al 1488, parlavano chiaro.
Altro che avversari murati vivi! Ecco quello che, dentro quel muro, il conte Loria o chi per lui aveva nascosto.Per quale motivo?
Lidio non aveva avuto dubbi. Sera risposto subito, la sera del ritrovamento: per dar di che campare a lui e a Helga, pensando solo, come diceva lei, a ridere scopare e divertirsi.
Davanti a quel buco nel muro che gli aveva rivelato il tesoro, Lidio, senza vergogna, si era inginocchiato come aveva qualche volta fatto davanti alla Helga, e aveva ringraziato il destino per la fortuna che gli aveva messo sulla strada.
Oddio, non proprio sulla sua. A guardare bene la cosa, quel bendiddio spettava ad altri. Al comune di Bellano, che era il vecchio proprietario dello stabile. Oppure al consiglio dei fabbriceri, quindi alla chiesa, che secondo latto di vendita laveva acquistato con tutto ci che conteneva.Questione sottile, da scomodare gli avvocati, forse.
In ogni caso il Cerevelli aveva avuto una sola certezza:
quella roba non era sua e quindi bisognava farla sparire in fretta e bene.
Una volta messa al sicuro quella fortuna aveva immediatamente formato la squadra di lavoro. Sette operai, stavolta, tra i quali cera ancora lAmilcare Campesi.
Capitolo 21.
Vancesio Bergondi, orafo in Lecco, aveva fama di numismatico e anche di culattone, entrambe meritate. Della seconda voce Lidio non era al corrente. Pure se lo fosse stato, non se ne sarebbe curato. Aveva un solo obbiettivo entrando nelloreficeria Bergondi, quello di tradurre in moneta corrente la fortuna che gli era capitata, anche perch bruciava dalla voglia di comunicare la straordinaria novit ad Helga con la sicurezza, per, di non parlare a vanvera per la seconda volta.
La sera precedente sera messo in tasca una di quelle monete, presa a caso tra le tante. Per tutta la durata del viaggio in treno verso Lecco, laveva tenuta stretta, per il timore di perderla.
Quando entr nel negozio del Bergondi, sito in via Sacchi e stretto tra una macelleria equina e una trattoria dal singolare nome di La Porca, laveva ancora in pugno.
Il Bergondi lo guard come se non vedesse un cliente da settimane, cosa peraltro non molto lontana dal vero.
Poi, dopo una prima occhiata, lo pes. Infine:
Desiderate? chiese.
Lidio avvert locchiata concupiscente dellorafo. Si confuse.
A pagamento, sintende, esord, facendo nascere un sorriso sul volto dellorafo.
A pagamento cosa, caro?
Lidio arross.
Gi... non ve lho detto... scusate...
E gi, concord quello.
Ecco, si riprese Lidio, vorrei una consulenza.
Ma bene, acconsent lorafo. E su cosa?
Il sorriso del Bergondi sera trasferito dalle labbra agli occhi. A Lidio dava il sudore. Confuso, pens bene di cassare il discorsetto che sera preparato. Tir fuori dalla tasca la mano con la moneta e la mostr allorafo.Vorrei sapere quanto potrebbe valere.
Il Bergondi la pinz con due dita, sempre sorridendo, ma era convinto di aver capito tutto: il giovanotto era uno della sua sponda, alle prime armi per, entrato l per allacciare contatti e quella moneta una scusa, un viatico.
Uh, ma com calda! fece, la moneta tra le dita.
Dov stata finora?
Dopo aver soppesato la moneta e averla lungamente guardata col monocolo appiccicato allocchio destro per, dal suo viso scomparve ogni frufr per lasciare il posto a unespressione di serissima professionalit.Quello che aveva sotto gli occhi era un ducato veneziano del doge Andrea Contarini, lepoca del conio la seconda met del Trecento. Un pezzo raro che a venderlo bene e a chi sapeva lui poteva rendergli mille, anche millecinquecento lire.
Posso sapere da dove proviene? chiese.
Figurarsi! pens il Cerevelli.
Dalla mia collezione, ment.
E ne avete molte?
Una decina, spar Lidio.
Tutte come questa? chiese lorafo.
Be... no, fece Lidio. Alcune sono un po diverse...
pi piccole, pi grandi...
E siete intenzionato a venderle? chiese ancora lorafo.
Potrebbe darsi, rispose Lidio.
Tuttavia, prima gli sarebbe piaciuto conoscere il valore commerciale di quella moneta, farsi unidea: per quella ragione sera spinto a consultarlo.
Certo, certo, rispose il Bergondi.
Quindi? chiese il Cerevelli che non vedeva lora di moltiplicare.
Non  semplice, lo fredd lorafo.
Se facciamo riferimento al prezzo attuale delloro che
si aggira attorno alle 17, massimo 19 lire al grammo,
dipende un po dallandamento dei mercati come certamente
saprete, ecco, volendo considerarla come semplice
oro e stimando il suo peso...
Il Bergondi la fece saltellare sul palmo della mano e strinse le labbra prima di emettere il verdetto.
Direi che, a essere generosi, potrebbe rendervi una cinquantina di lire, enunci per poi tacere in attesa della reazione di Lidio.
Il quale aveva seguito attentamente le parole dellorafo e non gli era sfuggito quel passaggio...
Avete detto: considerandola come semplice oro, osserv.
Certo.
C qualche altro modo per valutare questa moneta?
Ma caro il mio giovanotto... cinguett il Bergondi.
Avete detto di averne?
Dieci.
Ecco, con le altre nove! In quel caso il loro valore aumentava notevolmente, non bisognava pi tener conto del prezzo corrente delloro, trattandosi di una, bench piccola, collezione. E poi bisognava considerare il soggetto acquirente. Verano collezionisti disposti a fare pazzie pur di avere oggetti simili. Non aveva idea di quanto i fanatici della numismatica fossero disposti a spendere pur di avere loggetto dei loro desideri.
Lidio voleva capire, sapere, fare conti.
Insomma, se la moneta fosse vostra, quanto riuscireste
a farri pagare da un collezionista che la volesse?
Lorafo decise di essere sincero: tanto, riflett, quella moneta era gi sua.
Mille, disse. Anche millecinque, a un italiano.
Come, a un italiano? chiese Lidio.
Il Bergondi scosse la testa, beata ingenuit: ma cosa credeva, che le monete antiche venissero collezionate solo in Italia?
Gli stranieri!
Gli stranieri?
Uh! fece il Bergondi, ritrovando i toni della checca di lungo corso. I collezionisti stranieri, specie americani e inglesi! Disposti a spendere cifre da capogiro! Per non parlare delle aste!
Le aste?
Le aste, s! Messe allasta quelle monete potevano toccare vertici inimmaginabili. E a suon di dollari, franchi o sterline!Doveva immaginare che quella piccola moneta che gli aveva portato in unasta di numismatici poteva... poteva...Cosa? mise fretta Lidio.
... poteva arrivare a rendere lequivalente dello stipendio di un alto funzionario di Stato.
Dodicimila lire?
E forse di pi! concluse il Bergondi.
Il Cerevelli non riusc a frenare un sorriso soddisfatto.Che per lorafo gli seg subito con un preciso colpo di falce.
Purtroppo... disse.
La difficolt stava nel trattare e piazzare merce di quel genere.
Difficolt di mercato, qui in Italia, spieg il Bergondi.
Fossimo in Svizzera invece...
L non cerano restrizioni, leggi, controlli. Cera libert e libero mercato!
Vendute bene, afferm il Bergondi, le vostre dieci
monete vi darebbero da campare per un anno senza far
niente!
Qui siamo in Italia, per, osserv Lidio.
Lorafo giocherell col monocolo.
Esattamente, conferm. Ma la Svizzera  cos
vicina...
Vorreste dire?
Bando ai balletti!, risolse tra s lorafo.
Giovanotto... esord.
Lo sapeva o no che cerano i mezzi per far viaggiare merci di tutti i tipi? Tutto stava a conoscere gli autisti giusti.Si spiegava?
Abbastanza.
Bene. Quindi, se era sua intenzione far fare un viaggetto oltre confine alle monete, mettesse le carte in tavola.
S o no?
S, rispose il Cerevelli.
In fin dei conti, aggiunse lorafo, una decina di monete non  gran cosa.
Lidio sollev lindice verso il Bergondi.
E se fossero di pi? chiese.
Il Bergondi incroci le braccia e lo fiss.
Quante di pi?
Parecchie, rispose il Cerevelli che voleva star sul vago, in verit non le ho mai contate.
Un fischio dal profumo di menta usc tra le labbra dellorafo.
La faccenda cambiava aspetto. Nel senso che diventava cosa da studiare con calma.
Si pu fare comunque? chiese il Cerevelli.
Tutto si poteva fare.
Gli desse, spieg il Bergondi, un paio di settimane di tempo ed esattamente di l a quindici giorni si ripresentasse nel suo negozio: gli avrebbe detto come, dove e quando.
Non dimenticate di portare con voi quattro di quelle monete, aggiunse.
La fronte del Cerevelli si corrug.
Il prezzo onesto per far avere a quelle monete il passaporto giusto.
La mia mediazione ha un costo, spieg il Bergondi.
E con quella che Lidio gli aveva mostrato poco prima, e che tratteneva a scopo di cauzione ed anticipo, appunto, cinque monete.
Capitolo 22.
Al catasto? chiese quella sera Lirica.
Per pranzo non laveva visto ma Lidio sera premurato di avvisarla che non ci sarebbe stato. Aveva pranzato a Lecco presso la trattoria della Rovinata. Le parole del Bergondi gli avevano messo addosso una frenesia difficile da dissimulare: meglio, aveva pensato Lidio, stare lontano dallocchio lungo della madre. Aveva mangiato con gusto (il carrello di lessi della Rovinata era famoso in tutti i paesi del lago), masticando e facendo moltiplicazioni, prova del nove compresa, sul bordo di un giornale.
Trecentoventicinque monete, trecentoventi tolte le cinque che doveva dare al Bergondi.
Bene. Lorafo aveva detto mille, millecinque, forse di pi. Meglio cominciare con una via di mezzo. Millecinque per trecentoventi: quattrocentoottantamila lire! Se un funzionario dello Stato campava, e da signore, con dodicimila lire allanno, significava che lui poteva fare altrettanto per ben quarantanni! Per il Bergondi aveva anche spiegato che un collezionista poteva arrivare a spendere di pi per avere quelle monete e poi aveva parlato delle aste...
A Lidio era venuta lacquolina, aveva provato ad aumentare la cifra. Ammettendo che una le rendesse mille lire ma unaltra magari cinquemila, aveva fatto una media.Proviamo, sera detto.
Tremila lire.
Tremila per trecentoventi: novecentosessantamila lire!
Cio, ottantanni!!!
Ottantanni di vita spensierata, senza lavoro, di viaggi, divertimenti e trombate con la Helga.
Chi diceva che i soldi non davano la felicit era davvero cretino.
Finito il pranzo, corroborato da due cognac, aveva passeggiato sul lungolago e verso met pomeriggio era saltato sul treno, un localaccio che si era fermato in tutte le stazioni - Abbadia, Mandello, Olcio, Lierna, Fiumelatte, Varenna, Regoledo. Era sbarcato a Bellano quando cominciava a calare la sera, con il volto afflitto da finta stanchezza poich aveva dormicchiato un po, il viso schiacciato sul finestrino e sognando quelle cifre.
Al catasto era andato tutto bene, rispose Lidio, ma con un che di sofferente nella voce.
Solo che si sapeva comerano quegli uffici pubblici.
Lenti! specific il giovanotto.
Lo so, lo so, echeggi Lirica concorde.
Bench avesse speso in quegli stanzoni praticamente lintera la giornata non era riuscito a prendere visione di tutte le mappe che gli servivano. Quindi, onde evitare di perderci altro tempo, aveva segnalato a un impiegato quelle di cui aveva bisogno e questi, grazie anche a una mancetta, sera impegnato a fargliele trovare.Bene, approv Lirica.
Lidio sorrise, sorriso amaro.
Di l a un paio di settimane!
Ti rendi conto, mamma?
Capitolo 23.
Pur di arrivare a Helga, tutto!
Sopra ogni cosa, fingere.
Di essere tranquillo, di non avere pi grilli per la testa, di non avere altro pensiero che il lavoro, di aver dimenticato la Svizzera, dovera?, e la svizzerotta.
Fingere di bersi, come faceva coi brodini serali, le parole ed i consigli di sua madre. E di sentirsi fortunato per aver posato le chiappe in casa del Cerretti e onorato di accompagnare la nipote del professore alla Casa del Fascio la sera di due giorni dopo, per assistere alla commedia brillante in tre atti Lappetito vien mangiando, messa in scena dalla compagnia teatrale del conte Resega.
Lidea era stata del professore. Che per sera ben guardato dal comunicarla direttamente al Cerevelli.A Lirica, invece, per telefono.
E con laria di voler chiedere solo un consiglio: a lei, che, essendo madre, certamente meglio di lui avrebbe saputo come comportarsi se gli fosse capitata tra capo e collo una nipote, orfana di madre da poche settimane, di padre latitante, ventitreenne, senza uno straccio di amico sottomano visto che sino ad allora aveva vissuto da Roma in gi...A Lirica non era parso vero.
Nipote del professore? Che sciccheria!
La stessa sera, dopo una cena durante la quale Lidio non aveva fatto altro che parlare di lavoro, laveva buttata l.
Sapeva la novit?
A casa del professore cera eccetera eccetera.
Orfana.
Senza amicizie nel paese.
Non gli sembrava un gran bel gesto, aveva sparato, invitarla cogliendo loccasione della commedia?
Prima di rispondere, Lidio aveva lasciato correre qualche secondo. Lirica aveva temuto che lincantesimo in cui viveva da giorni fosse sul punto di svanire.Invece: Ma certo! aveva risposto.
E: Ottima idea, aveva anche aggiunto, per
sovrapprezzo.
Fingere.
Anche di fronte alla bruttezza della nipote del professor Cerretti.
Capitolo 24.
La commedia.
Un intreccio goliardico farcito di doppi sensi che avevano provocato risate a ripetizione dalla platea. Solo lEufemia laveva seguita come se fosse a messa e a Lidio non era venuta nemmeno la tentazione di spiegarle qualcuno degli equivoci che facevano sganasciare tutti gli altri spettatori.
Poi, la domenica successiva, una gita in battello nonostante una pioggia fitta, dentro un grigio di acqua e cielo che lEufemia, in una delle rare, spontanee uscite (parlava poco, per fortuna, e solo se interrogata, risposte brevi, secche, come se scappasse), aveva definito di malinconica bellezza.
Infine, il giorno dellanniversario della marcia su Roma, il concerto che il Corpo Musicale Bellanese tenne nel salone del convitto del cotonificio. Locale al cui interno Lidio Cerevelli non era mai pi entrato dopo lestate.Rivedendolo prov una singolare, struggente emozione.Cos forte che avrebbe potuto abbatterlo a terra, farlo piangere di nostalgia se non avesse avuto nelle orecchie, quale antidoto, le parole che proprio il giorno prima lorafo Bergondi gli aveva detto dopo aver intascato il saldo della sua intermediazione: due fiorini del duca Filippo Maria Visconti, un ducato del doge Francesco Foscari e un snese doro di Gian Galeazzo Visconti duca di Milano e signore di Siena.
La pratica  istruita, e aveva schiacciato locchio.
Di l a una settimana doveva telefonare a un certo numero.
Gli avrebbe risposto una voce che, alla parola dordine lumacone, gli avrebbe detto quando, dove e a chi doveva consegnare la merce.
E, anche, dove lui voleva che venisse portata.
Vista la natura della cosa, consiglierei una bella cassetta di sicurezza in una banca, sera permesso di dire lorafo. A Lugano, o Locarno.
Meglio Locarno, aveva suggerito lorafo, localit discreta dove, tra laltro, aveva buone conoscenze.
Vi potrei favorire anche in quello, aveva detto il Bergondi
con uneloquente mossa del basso ventre. E non
vi costerebbe troppo!
Lidio aveva inteso al volo. Ma era un prezzo che non era per nulla disposto a pagare.
Vi ringrazio, aveva risposto, ma ho gi una persona di fiducia che si prender cura della cosa.
Peccato, sfugg al Bergondi. Quel giovanotto gli piaceva proprio.
Da quel momento i globuli rossi di Lidio, anzich ossigeno, avevano cominciato a portargli nel cervello atomi di felicit pura. Sotto la pelle del viso sentiva di avere un diuturno sorriso che, per, non poteva, non doveva esibire.Doveva, piuttosto, continuare a fingere di essere cambiato: guai a insinuare sospetti, la posta in palio era troppo alta.
Tutto pur di avere Helga.
Anche dire s a sua madre quando, la sera dopo il concerto, chiese se non gli pareva ora di fargliela conoscere questa famosa nipote del professore.
Magari invitandola a cena da loro.
Magari addirittura quello stesso sabato.
Capitolo 25.
Uno dei peggiori sabati della sua vita, pens Beppe Canizza, segretario della sezione bellanese del Partito scendendo, ultimo passeggero, dal battello Folgore.
Lungo, noioso.
Un tormento dellanima e del corpo. Laveva trascorso a Como, presso la federazione, convocato assieme a tutti gli altri segretari di sezione per comunicazioni di estrema importanza.
Al Canizza fischiavano ancora le orecchie per i discorsi ascoltati, un rosario infinito di parole dordine. Cazzate.
Che bisogno cera stato, sera chiesto lungo tutto il viaggio di ritorno, di farlo andare fino a Como per raccomandare la massima sorveglianza?
E di tenere gli occhi aperti, di non avere alcuna piet per i nemici del regime?
Di collaborare, anche, con le forze dellordine, carabinieri o guardie di frontiera che fossero.
Guai!, per, mai sostituirsi a loro!, aveva strillato quella mezzasega del federale.
Stare allerta invece, e riferire. Movimenti sospetti, facce strane, discorsi oscuri.
Ri-fe-ri-re!
Il nemico si nascondeva nellombra e colpiva alla schiena. Perci non meritava piet. Nella rete, fino ad allora, erano caduti i pesci grossi, quelli che facevano notizia nei titoli dei giornali.
Ebbene, aveva insistito il federale, che quelli piccoli non credessero di poter sfuggire al proprio destino. Che era quello di finire, prima o poi, nella stessa rete.
La rete cui aveva fatto riferimento il segretario provinciale era stata lanciata dalla polizia di Mussolini. Quelli appena trascorsi erano stati giorni di caccia e pesca ai dissidenti di tutta Italia. Loffensiva maggiore sera scatenata contro il movimento Giustizia e Libert che ne era uscito malconcio, decapitato: in galera erano finiti Ferruccio Parri, Camilla Ravera, Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi.
Pesci grossi appunto, da titolo sui giornali.
I piccoli, invece...
Alcuni avevano cercato rifugio allestero. Da Milano soprattutto, approfittando della vicina Svizzera, si erano affidati ai passeurs e avevano tentato di varcare il confine. Altri avevano preferito attendere sul patrio suolo che le acque si calmassero, la buriana passasse. Avevano sbagliato i conti.
Infatti, complice Roberto Farinacci che laveva accusato di essersi illegalmente arricchito, Mussolini aveva nel frattempo silurato il segretario del Partito, Augusto Turati, sostituendolo con Giovanni Giuriati. Il quale aveva inaugurato la sua nomina allinsegna della pulizia interna.Via i rami secchi, era stato il suo slogan.
Guerra ai pavidi, ai tiepidi, ai passacarte. E nessuna piet, appunto, per i nemici del regime, grossi o piccoli che fossero.
A qualcuno, anche nellOVRA, era tremato il culo. Cera mica tanto da scherzare. Bastava un niente, un attimo di rilassamento od un sospetto, e dalla sera alla mattina ci si poteva trovare in braghe di tela.
Le parole del nuovo segretario nazionale erano state una scossa elettrica che aveva percorso, incendiandole, tutte le gerarchie del Partito.
Quella scossa per, al segretario della sezione bellanese Beppe Canizza aveva fatto un baffo.
Tremassero pure i papaveri delle alte sfere, aveva pensato per tutta quella lunga giornata e anche dopo, mentre stava ritornando verso casa. Se la facessero addosso, aveva rincarato, mentre il battello, silenziosamente, fendendo lacqua scura, aveva doppiato il promontorio di Bellagio.Ma non gli andassero pi a rompere i coglioni, aveva mormorato tra s quando aveva cominciato a intravedere le luci del lungolago di Bellano e a desiderare un bel Campari che laiutasse a digerire la giornata. Lui gli occhi li aveva sempre tenuti aperti. E non solo sui nemici del regime.
Tanto per dirne una, da un paio di settimane non si perdeva una mossa della moglie del muratore Amilcare Gampesi, lAnita. Esattamente da quando, passando casualmente da via Balbiani dovera il lavatoio pubblico, vi era stato attirato dalle grida di due donne che stavano litigando ed era intervenuto per sedare la rissa.
Lei era l, china sul bucato.
Le due scalmanate se le stavano dando di santa ragione.
Lui le aveva afferrate per i capelli, separandole, senza staccare gli occhi dai due tronchi di coscia della moglie del Campesi, sognando il buio in cui andavano a finire.Aveva chiesto alle due perch stavano litigando, chi aveva cominciato.
Aveva avuto, in risposta, insulti.
Allora sera rivolto allAnita, che non aveva smesso di lavare.
Non ho gli occhi nel culo, aveva replicato lei. Quindi  inutile che continuiate a cercarli l! Perdio! Gli era entrata nel sangue al ritmo di galoppo.
Da quel momento non aveva perduto occasione per spiarla e un paio di volte aveva anche cercato di attaccare bottone. Ne aveva ricevuto occhiatacce e risposte abrasive.Risultato, questo, che laveva convinto di una cosa: per averla avrebbe dovuto studiare manovre. E mentre andava progettando piani, aveva continuato a spiarla componendola, pezzo dopo pezzo, nella sua fantasia.
Laveva tutta ormai. Quasi. Occhi, naso, orecchie, fianchi, tette, culo.
Gambe. Diobono, quelle gambe!
Gli mancava solo una cosa, le caviglie. Sempre nascoste in scarpacce o calze grossolane.
Caviglie. Che dovevano essere magre, coi malleoli appena sporgenti. Caviglie da scatto, ne era sicuro: il Dio Creatore non poteva aver fatto due gambe cos perfette per rovinarle con caviglie tozze.
Ecco, quando avesse finalmente ceduto, Beppe Canizza sapeva gi da dove avrebbe cominciato a baciare quella donna: dalle caviglie.
Tutto stava nel convincerla a lasciarlo fare, si disse sulla soglia del caff dellImbarcadero.
Capitolo 26.
Le vetrine illuminate del locale creavano unillusoria atmosfera di festa. Allinterno, per, locchio del segretario non colse alcun movimento.
Parola dordine un bel Campari, pens il Canizza chiudendo la porta, alla salute del segretario provinciale e dei nemici del regime.
Aveva la richiesta bella e pronta sulla punta della lingua.
Ma che cazzo... gli scapp detto invece.
Annus.
Che odore cera nellaria?
Annus ancora, chiudendo gli occhi. Sembrava catrame.
Stava per chiedere la ragione di quella puzza al padrone del caff quando il maestro Fiorentino Crispini spunt da dietro la vetrina delle paste, sorreggendone un cabaret. Gli si avvicin, salutando. Il segretario lo guard. Era elegante come non laveva mai visto. I capelli, che solitamente aveva ricci, erano schiacciati sul cranio grazie a una pestilenziale brillantina che in pochi minuti aveva impestato laria del locale. Acceso in viso, anche.
Seratina galante? chiese il Canizza schiacciandogli locchio.
Il Crispini arross ulteriormente. Il segretario aveva messo il dito nella piaga. Si sapeva infatti che il maestro era un collezionista di disfatte amorose. Le donne per un po sembravano accettare la sua corte composta, corretta.Ma al momento di stringere se la davano a gambe e per giustificare il rifiuto si attaccavano alla sua altezza. O bassezza che dir si voglia.
Fiorentino Crispini faceva infatti un metro e sessantacinque e sera sempre incaponito con donne che lo sopravanzavano di almeno dieci centimetri. Gliene era venuto, rifiuto dopo rifiuto, una sorta di complesso tanto che, nelle occasioni ufficiali, quando si doveva esibire in discorsi pubblici, indossava scarpe con un tacco spropositato e accompagnava i suoi slanci lirici sollevandosi sulle punte.
Una riunione tra amici, rispose il maestro.Poi, solfeggiando: A casa del professor Cerretti, aggiunse.
Il Canizza fischi. Mica per via delle voci che correvano sul professore. Che fosse framassone gliene fregava una mazza, manco sapeva, per dirla tutta, cosa fosse sta massoneria. Piuttosto perch se in tutta Bellano cera una donna che per bellezza poteva competere con la moglie del muratore Campesi, quella era proprio la moglie del professor Cerretti, la Olghina.
Il maestro Crispini intanto fremeva. Non voleva andarsene senza salutare ma men che meno voleva correre il rischio di fare tardi.
Allora, buonasera, salut.
Il Canizza si riscosse da una fantasia: lui in mezzo a quelle due, chiuso come una fetta di salame in un panino.Rispose con un cenno del capo. Poi si gir a guardare oltre la porta del caff la schiena del maestro che, zampettando allegramente, viaggiava in direzione dellospedale.
Chiss cosa cera in ballo quella sera a casa del professore!
Boh, fece il Canizza ad alta voce.
Il padrone del caff, che si stava quasi addormentando, si riscosse.
Hai detto qualcosa? chiese.
Il Canizza lo guard. Lora del Campali era passata.
Dammi un cognac, ordin. E fammelo doppio, aggiunse subito dopo.
Capitolo 27.
Beppe Canizza aveva quarantanni.
Quarantanni e neanche un filo di grasso addosso!
Una sola cosa in testa: credere obbedire e trombare era il suo motto.
Della moglie naturalmente se ne fregava. Laveva bellamente cornificata prima e dopo il matrimonio. Anche durante, si potrebbe dire, visto che la mattina stessa delle nozze il Canizza era rientrato a casa dalladdio al celibato concluso al casino di Lecco ben oltre la mezzanotte.
Era fatto cos, aveva bisogno di carne fresca almeno una volta alla settimana. Se non timbrava il cartellino in casa di tolleranza, significava che aveva trovato da beccare fuori, in paese o nei dintorni.
Di gusti era facile.
El bus l bus, era un altro dei suoi motti.
Non dimenticava mai comunque i suoi doveri coniugali.E alla moglie dava sempre quella che definiva la paga quotidiana.
La signora Canizza sapeva delle intemperanze del marito?
E, se sapeva, fingeva di niente, accontentandosi delliniezione quotidiana?
Spesso i fedelissimi della sezione serano posti la domanda:
invidiosi anche, per il fatto che il loro segretario la passava sempre liscia, mai un problema, una discussione.Daccordo, il Canizza era furbo, faceva le cose per bene.
Ma la signora doveva avere le fette di salame sugli occhi.
Tuttaltro, invece.
Dorina Brugni in Canizza era al corrente. Non sera mai piegata, per, ad ascoltare voci o pettegolezzi. Sapeva e basta, puro intito femminile. E dal sapere, traeva vantaggi.
Liniezione giornaliera, inutile negarlo, le faceva comodo.Ma era routine, spesso una sveltina, cinque effimeri minuti, una ginnastica con la mente rivolta altrove.
Sulle scappate al casino del marito chiudeva gli occhi, tappandosi anche il naso per non inalare i mielosi profumi delle sue puttanelle: non erano donne, quelle, con cui bisognava scendere a patti.
Quando il segretario per puntava una preda fresca, la musica cambiava, e cominciava il bello. Perch in quei casi a suo marito capitava una specie di metamorfosi.Sotto i suoi occhi lei si trasfigurava, assumeva i contorni e le forme della femmina che lui aveva messo nel mirino.
Un piccolo miracolo, insomma. Il tran tran quotidiano allora saltava in aria, il segretario tornava ad essere il galletto dei primi anni di matrimonio e lei si ritemprava godendo dei continui assalti. Poco importava se, mentre lei gli stava sopra, sotto o dovunque la mettesse, lui fantasticava di avere per le mani quellaltra. Intanto, l cera lei.
Quella mattina Dorina Brugni non sera ancora svegliata completamente che gi il marito la stava insidiando.Comprese subito che il piccolo miracolo si stava ripetendo.
Meno male, erano sei mesi che in quella casa si ballava al ritmo di una marcia funebre.
Partecip con entusiasmo a quel primo round, certa che non sarebbe finita l.
A mezzogiorno infatti, subito dopo pranzo, il segretario Canizza volle ancora.
A sera infine, quando gi imbruniva, ci fu lapoteosi.Suo marito batt cassa per la terza volta. Chiedendole, chiss perch?, di mettersi come se fosse al lavatoio e stesse lavando panni.
Capitolo 28.
Pure Lirica aveva passato lintera domenica chiedendosi perch. Anche ad alta voce, approfittando del fatto di essere sola in casa.
Il Cerretti infatti, per rispondere al gentile invito a cena che Lidio aveva fatto alla nipote Eufemia, domenica mattina aveva proposto di pranzare da lui tutti insieme.Ma lei aveva un nuovo attacco di colite!
E come mai, aveva chiesto il professore, visto che adesso tutto sembrava andare per il meglio?
Sar per via del tempo, aveva risposto lei.
Umido, caliginoso.
Pensando che, per fortuna, quella conversazione si stava svolgendo al telefono e non sotto lunico, indagatore occhio clinico del professore: fosse stato cos, al Cerretti non sarebbe sfuggito che gli stava propinando delle balle.La colite, in effetti, cera davvero.
Il tempo per centrava niente.
Unavvisaglia dellattacco, che poi sera dispiegato in tutta la sua forza durante la notte tra sabato e domenica, laveva avuta subito, non appena la porta di casa sera aperta inquadrando la nipote Eufemia.
Il primo impatto con la bruttezza della ragazza aveva avuto la forza di un colpo di freddo sulladdome. Lirica aveva nascosto la sua perplessit per tutta la durata della cena e anche dopo, quando Lidio era rientrato dopo aver riaccompagnato a casa la ragazza, facendosi trovare diplomaticamente gi a letto.
Al cuore non si comanda, lo sapeva.
Nemmeno allintestino, per.
Lamore  cieco, le aveva suggerito una vocina.
Tuttavia, ogniqualvolta le si ricomponeva nella mente la bruttezza dellEufemia, lintestino le aveva risposto con le solite fitte. Che smorivano pian piano per riprendere forza quando laltro pensiero si riaffacciava, quello che suo figlio potesse essersi invaghito di quellessere: ragione per la quale non se lera sentita di sopportare la vista dellEufemia anche la domenica.
Se mai..., pens domenica sera tra una fitta e laltra e prima di chiudere gli occhi, se proprio era destino... se proprio doveva capitare... ecco, che almeno i figli, i suoi nipoti, prendessero da Lidio.
Capitolo 29.
Caro camerata.
Il segretario Canizza si svegli tardi. Aveva le gambe molli e si sentiva un po svanito, gli sembrava di camminare sulle uova.
Per fortuna era luned: per lui, barbiere, giorno di riposo dopo le fatiche domenicali.
Caff, barba, altro caff al bar dellImbarcadero. Poi in sezione, quel giorno era dedicato per intero al Partito.
La lettera, nonostante la stampigliatura, Personale-Urgente-Riservata, era stata infilata sotto la porta.
Il Canizza la vide solo dopo averla calpestata. Con un sospiro si chin a raccoglierla e strapp la busta.
Caro camerata, mi permetto di disturbarti per sottoporti una questione: se del tutto privata oppure non priva di risvolti politici star a te dirlo.
A scrivere era il segretario della sezione di Cernusco Lombardone, tal Nicola Bombelli.Bombelli, Bombelli... fece il Canizza.
Boh, non ricordava di averlo mai visto. E se laveva visto, se lera dimenticato.
In questa fase critica della vita del Partito, come sai, ci tocca vigilare, anche in vece di chi dovrebbe farlo per dovere. Ma tant! I rami secchi, come ti sar noto, sono un po dovunque.A noi eliminarli! Ma veniamo al dunque.
Beppe Canizza, letta lintroduzione, si ferm e diede unocchiata al resto: due fogli pieni, scritti a mano con una grafia minuscola. Gli conveniva stare l in piedi in mezzo al locale? Le gambe gli tremavano ancora un po.Sedette.
Se mi permetto di chiedere la tua collaborazione  perch ho necessit di avere informazioni precise attorno a un soggetto che ti sar ben noto visto che sino a pochi mesi fa dimorava nel tuo comune. Si tratta di certo Avano Degiurati, ragioniere di banca.
Il segretario sussult: va che rispuntava il Degiurati!
Ma lui cosa centrava?
Centrava, a detta del collega.
Centrava perch lo scatolificio Ambroselli di Casletto Rogeno, di propriet di Amilcare Zombetti, cognato del podest di Cernusco Lombardone, aveva ricevuto una domanda di assunzione a firma del Degiurati. Il curriculum proposto era di tutto rispetto.
Un curriculum diprimordine, scriveva il Bombelli.
E proprio per ci si permetteva di disturbarlo: perch, si chiedeva, un soggetto che aveva avuto davanti a s una limpida e promettente carriera bancaria si era, secondo quanto dichiarato dallo stesso, liberamente licenziato per riproporsi nemmeno un anno dopo nel rischioso mondo del commercio privato?
Converrai, caro camerata, che qualche dubbio, qualche sospetto sia pi che legittimo.
Ostia! approv il Canizza a mezza voce.
Chiedo a te quindi se hai qualche informazione utile a chiarirci le idee ed a permetterci di guardare serenamente al futuro.
Lo scatolificio Ambroselli infatti era societ anonima a conduzione familiare che stava per affacciarsi sul mercato nazionale: un primo ragioniere serio e onesto era pedina fondamentale per raggiungere pi alte mete. Era necessario per sapere se il Degiurati lo fosse. E gi che cera, se anche la moglie del suddetto fosse donna di ineccepibile moralit.
Il segretario controll quanto mancava ancora per arrivare in fondo: quasi una pagina.
Ma perch cazzo le andava a chiedere a lui quelle cose?, pens.
Anche quello era scritto.
Chiedo a te queste informazioni, caro camerata...
Le chiedeva a lui caro camerata perch liter ufficiale, cio quello che portava ai carabinieri, aveva dato un esito non soddisfacente. Dalla caserma di Bellano era partito un laconico rapportino che diceva testualmente:
Degiurati Avano nato a... il... ha lasciato la Banca del Mandamento di Bellano in data 10 dicembre 1929. Soggetto moralmente ineccepibile, osservante, rispettoso dellautorit. Nulla da segnalare a carico della consorte. Dal momento della sua partenza da Bellano non si sono avute pi sue notizie.
Era una risposta, quella?
Il Canizza bestemmi.
Certo, lo era.
Era la classica risposta di quel Ponzio Pilato dellappuntato Misfatti, cui era affidato il compito di redigere le note informative e che, in quelloccasione, si era limitato a comunicare solo quello che era tenuto a sapere e non quello che invece era venuto a sapere e che gli aveva sempre, puntualmente riferito nel corso di conciliaboli settimanali che loro due tenevano segretamente, riferendosi chiacchiere, pettegolezzi e quantaltro.
Adesso doveva prendersi lui la responsabilit di dire s o no?, riflett il Canizza.
Ma nemmeno da pensarci!
Nellorbitale di influenza del professore non ci voleva entrare.
Non voleva saperne niente. Quel poco che sapeva era gi fin troppo, che il professore fosse framassone o fracazzone erano affari suoi.
Lui, Beppe Canizza, voleva farsi i cazzi suoi e non lasciarci le balle, fare la fine del Degiurati, che era l da vedere, svanito dalla sera alla mattina, immolato per gli ormoni dellOlghina, secondo quanto sussurrato dal Misfatti!
Alla quale, per inciso, il professore l per l non aveva fatto niente. Il Cerretti aveva mandato gi lamara medicina e avanti con le misteriose cenette musicali.
Elei?
Le erano finiti i bollori?
Oppure la bella mogliettina aveva trovato di che consolarsi, sostituendo, come lappuntato Misfatti aveva cominciato da un po a sospettare, il povero Degiurati con uno degli altri ospiti del professore?
Magari, come il carabiniere gli aveva lasciato pi volte intuire, con quel farfallone del geometra Lidio Cerevelli, che poi geometra non era.
Capitolo 30.
Sbagliava il Misfatti.
Mica di tanto per.
Nel senso che il Cerevelli, ogniqualvolta entrava in casa del professore ricevuto sulla porta dallOlghina, fissava gli occhi sulle tette della donna, sognando di toccarle, ma come se fossero quelle della Helga. E in attesa di farlo con quelle della svizzera, si sarebbe tenuto volentieri in allenamento coi seni della moglie del professore.
LOlghina, per parte sua, sognava di lasciarsele toccare da quelle mani giovani ma, per far s che accadesse, doveva creare loccasione. Cosa non facile, impossibile addirittura.
Non erano pi i tempi del Degiurati, svanite
quelle libert.
Il Cerretti, sistemato il povero direttore, aveva messo a posto anche lei.
Dora in avanti, aveva sentenziato,non uscirai mai pi di casa se non con me.
Sulle prime, avendo temuto le ire del cornuto, lOlghina si era sentita sollevata. Poi, col passare dei giorni, avevano preso il sopravvento la noia e soprattutto la necessit di dare soddisfazione a certi desideri, che sempre meno bussavano alla porta di suo marito.
Larrivo in casa dellEufemia aveva scatenato la sua fantasia, dato che era coinciso con quello del Cerevelli.Di volta in volta pensieri conturbanti le si erano affilati, ma da l a metterli in pratica...
Mai era riuscita a beccarlo da sola a solo, fargli intendere una certa disponibilit, stimolare a sua volta la fantasia del giovanotto, provocarlo a inventarsi una di quelle occasioni che col Degiurati erano diventate la norma.
Adesso, invece, si sentiva in un vicolo cieco. E quando ci pensava, si ingrigiva al punto che le passava anche la voglia di parlare, da sola oppure con lEufemia, chiusa con lei nella cucina in attesa che le cenette del professore finissero.
Come lEufemia, fissava anche lei il muro, riflettendo che lessere bella tanto quanto laltra era brutta portava alla identica conclusione.
Capitolo 31.
La voce anonima, quella che rispondeva al numero di telefono 2122, disse: Pronto e poi aspett. Solo dopo la parola dordine rispose.
Parlava come i telegrammi.
Problemi, disse, invece di chiarire come dove e quando, secondo quanto il Cerevelli si aspettava.
Quali problemi?
Frontiera troppo calda.
E allora?
Una scarica di elettricit copr la risposta.
Come?
Necessita rinvio.
Di quanto?
Presto per dirlo.
Quando posso saperlo, quand che devo richiamare? chiese Lidio.
Settimana prossima.
E, clic!, chiusa la comunicazione.
A Lirica, quella sera, non sfugg che il figlio aveva qualcosa di diverso rispetto al solito. Succhiava la minestra lentamente, teneva gli occhi bassi.
Che ci fossero problemi col lavoro?
Glielo chiese.
No, ment Lidio.
Solo che, cerc di giustificarsi, Eufemia aveva un po di febbre, tutto l.
Lirica evit di commentare.
Ma se si era gi a quel punto, che tre o quattro linee di febbre gettavano suo figlio nella disperazione...E via con la colite.
Capitolo 32.
La signora Canizza tendeva a mettere su pancia. Pancetta, la chiamava lei. In ogni caso, pancia - e lo era - o pancetta che fosse, da qualche settimana aveva deciso di tenersi a dieta, un solo pasto al giorno, la sera, leggero pure quello. E a mezzogiorno, dopo essersi sorbita la Tisana Frattigna alle erbe dimagranti, la cui pubblicit imperava sulle pagine del settimanale Pro Famiglia, per non subire il ricatto della vista del marito che mangiava voracemente, da buona moglie sedeva davanti a lui, ma leggeva il giornale, cos da essere presente ma non vedente.
La politica lannoiava, lo sport neanche a parlarne. I morti erano il suo pane, le notizie locali il companatico.Marted trov di che saziarsi.
Ma guarda un po! sbott agitando il foglio.
Il segretario Canizza stava masticando lentamente, beandosene, una cucchiaiata di nervetti che gli piacevano conditi con tanto aceto e tantissima cipolla, con buona pace dei clienti cui nel pomeriggio avrebbe alitato in faccia.
Che c? chiese, la bocca piena.
Per tutta risposta la moglie gli allung il giornale: era Il Gagliardetto, organo della federazione provinciale del Partito. Bench labbonamento fosse intestato alla sezione il postino aveva ordine di consegnarlo a casa Canizza.Da l poi passava nella barberia.
Luomo diede unocchiata distratta.
Ma cosa c? chiese gi irritato: delle notizie che intrigavano sua moglie a lui fregava niente.
Qui! rispose Dorina, calando lindice sulla pagina.
Dove parlano del Campesi!
Al segretario il boccone si ferm in gola. Bastava sentire quel cognome e reagiva. Laveva vista anche quella mattina lAnita. Era uscito un momento dal negozio e quasi le era andato a sbattere contro. La donna veniva dal forno del Panozzi, circonfusa di un profumo di pane che metteva appetito. Non laveva degnato di uno sguardo.Lui invece sera impalato a guardarle lo chassis. E finalmente era riuscito a fotografare il pezzo che gli mancava, le caviglie: perfette, come le aveva immaginate.Visione paradisiaca perch quella mattina lAnita Campesi indossava un paio di calze a rete col filo che slanciavano e tornivano ancora di pi le sue gambe.
Non lo sapevi? chiese la moglie.
Beppe Canizza mand gi il boccone.
Dorina picchi con lindice lindice listato a lutto sulla pagina del giornale: era una notiziola di dieci righe incastrate tra la cronachetta dellinvestimento di un ciclista a Dervio e lavvistamento di unaquila reale sulle montagne alle spalle di Dorio.
Chiss cosa cera mai da sapere, pens il Canizza decidendosi a leggere.
Capitolo 33.
Da sapere cera che il professore il venerd precedente aveva compiuto un intervento straordinario e salvato una giovane vita.
Si ha notizia di un eccezionale intervento eseguito presso lospedale Umberto I di Bellano per mano del professor Eugeo Cerretti che salvava la vita al decenne Mario Campesi dopo che questi aveva accidentalmente ingerito una moneta.Il tempestivo intervento impediva che il giovane trovasse una crudele morte per soffocamento.
La moneta doro, in ottimo stato,  stata donata dal padre del ragazzo, il muratore bellanese Amilcare Campesi, al professore, quale pegno di eterna riconoscenza. Niente di pi, peraltro, della soddisfazione per il dovere compiuto appaga spiriti nobili come quello del professor Cerretti al quale da anni la comunit bellanese e quelle valligiane affluenti presso lospedale Umberto I da lui diretto con piglio sicuro guardano con riconoscenza.
Bench larticoletto non fosse firmato, Beppe Canizza riconobbe lo stile pomposo del maestro Fiorentino Crispini.
Era quello dunque, si chiese, il motivo dellinvito a cena e della velenosa brillantina che il Crispini sera colato in testa?
Ne dubitava. Non era nello stile del professore farsi pubblicit. La sua vita era un mistero e lui ne era il custode pi geloso. E poi, francamente, se il Cerretti avesse voluto darsi delle arie sul giornale, avrebbe potuto arrivare molto pi in alto, altro che quel trombone del maestro.
Boh, mormor, rispondendo a una domanda della moglie senza averla neanche sentita.
Come boh, ribatt lei. Non sei tu quello che sa sempre
tutto?
E cosa dovrei sapere?
Ma dove ce lhai la testa oggi? fece la donna.
Gli aveva appena chiesto dove, secondo lui, il figlio di un morto di fame come il muratore Campesi fosse andato a scovare una moneta doro zecchino.
Boh, ribad luomo, il pensiero perso nella fantasia dellAnita mentre si toglieva le calze a rete.
Capitolo 34.
Un istrice, ecco come sera combinato il maestro Crispini.
I suoi capelli avevano reagito malamente alla pestilenziale brillantina. Si erano ammutinati, diventando duri come fil di ferro.
Era dalla mattina di domenica che il maestro cercava di ridurli allobbedienza. Niente da fare.
Per tenerli un po in ordine non aveva avuto altra via che continuare lapplicazione, tanto che mercoled mattina, al risveglio, gli era sembrato di avere in testa un puntaspilli.
Aveva usato altra brillantina. Risultato, i capelli serano appiattiti, compatti. Davanti allo specchio aveva faticato a riconoscersi. Sembrava che in testa portasse un elmo, calato su un viso dallespressione attonita, vagamente imbecille.Forse era quella la ragione delle risate soffocate che, da un paio di giorni, coglieva tra i banchi della sua classe.
Era ora di arrendersi.
Il Canizza se lo vide entrare in bottega nel primissimo pomeriggio, quando aveva aperto da non pi di dieci minuti.I capelli del maestro avevano ricominciato a sparare in tutte le direzioni: sembrava uno che avesse appena visto la stra.
Al Canizza sal una battuta. Si fren, per convenienza.
Aveva il Crispini sottomano, dopo la seratina dal professore e larticoletto sul giornale: non voleva giocarsi la possibilit di evadere la curiosit, sua e di sua moglie.In cosa posso esservi utile? chiese.
Il maestro, sconsolato, indic la ridicola capigliatura e allarg le braccia a significare che stava per mettere alla prova le sue doti di Figaro.
Torner ad avere una testa normale almeno per la Giornata del Ringraziamento? chiese funereo.
Capitolo 35.
Domenica 16 novembre, Giornata del Ringraziamento.
Lo annunciavano manifesti affissi un po dappertutto.
Ce nera uno anche nella barbera del Canizza. Lintera comunit bellanese veniva invitata a rendere omaggio alleroe locale Luigi Pellicani che, quattro mesi prima, aveva tratto in salvo dalle turbinose acque del fiume Pioverna il bambino Eonio Vergottini, di anni otto, avventuratosi in quelle acque con una forchetta in mano a mo di fiocina per infilzare strusoni e poi travolto dalla corrente.Lintervento del Pellicani, si leggeva nellencomio, gettatosi al salvataggio completamente vestito tranne le scarpe, aveva strappato il ragazzo a sicura morte per annegamento.
Poich il Pellicani era un avanguardista, Beppe Canizza aveva caldeggiato con il podest un impegno presso il ministero dellInterno affinch latto di eroismo venisse adeguatamente premiato.
Cos era stato, e al Pellicani era stata attribuita una medaglia dargento al valor civile. A quel punto, quando aveva cominciato a girare la voce che lonorificenza sarebbe stata consegnata al Pellicani nel corso di una solenne cerimonia presso la sala del consiglio comunale, il prevosto aveva voluto dire la sua. Poich, a sua volta, il piccolo salvato faceva parte della Compagnia di San Luigi, don Boldoni aveva osservato che sarebbe stato dovere di tutti ringraziare anche il Signore e proposto che alla cerimonia civile venisse affiancata quella religiosa. Messa di ringraziamento presso la prepositurale e poi cerimonia ufficiale di consegna della medaglia in municipio.
Il podest sera detto favorevole. Il Canizza pure, poich sapeva che contro lo strapotere del prevosto non lavrebbe mai spuntata. Non valeva la pena metterglisi contro, con buona pace delle recenti direttive del Partito che invitavano a sganciare la giovent dallinfluenza delle parrocchie.
Quindi, due mesi prima, aveva incaricato Fiorentino Crispini di preparare un discorso di fuoco, grondante mistica ed etica fascista, in modo che il confronto finisse perlomeno in parit.
Capitolo 36.
Lasciate fare a me, sussurr suadente il Canizza. Farete un figurone.
Il maestro arross.
E non solo per la presenza fisica, aggiunse il segretario.
La fronte del Crispini si aggrott. Ogni volta che sentiva riferimenti al suo fisico entrava in allarme. Il Canizza lo sapeva, laveva buttata l apposta.
Cosa intendete dire? chiese abboccando allamo.
Se mi posso permettere... esord il barbiere.
Se si poteva permettere di giudicare, lui, in fondo un ignorante che non era andato oltre la terza elementare...Esit, di proposito.
La fronte del maestro era una ragnatela.
Insomma... riprese il Canizza, tono umile, da questuante.
Che il maestro prendesse il suo giudizio per quello che era, ma se il tono del discorso che avrebbe pronunciato era simile a quello dellarticolo apparso sul Gagliardetto...
Il collo del Crispini si irrigid.
Non ne perdo un numero, assicur il Canizza.
Quale artcolo? chiese il Crispini.
Articolo senza firma, daccordo, prosegu il barbiere.Poteva anche sbagliare, ma, come dire?, lo stile era inconfondibile...perfino un povero di studi come lui riusciva a capirlo... ecco, insomma, se lo stile era quello...
Sar un gran discorso, ne sono certo, concluse il Canizza mentre lavorava con lena da giardiniere sulla testa del Crispini.
La fronte del maestro si spian immediatamente.
Dite? chiese.
Il segretario lo guard nello specchio, fece la faccia dellintenditore.
Non vedo chi altri potrebbe scrivere cose cos...
cos...
Non gli veniva la parola.
Sciocchezze, si scherm il Crispini.
Sar, ammise il barbiere, ma non a tutti  dato di apprezzarle e farle apprezzare.
Il viso del maestro era ormai rosso come un pomodoro.
Ho avuto fortuna, disse, la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto.
Luomo giusto al posto giusto direi io, sentenzi il Canizza.
Be, forse s, ammise Fiorentino Crispini, perch...
Capitolo 37.
Perch il professore laveva raccontata per caso quellavventura in sala operatoria. Anzi, il destro per narrare lepisodio glielo aveva offerto proprio lui, il maestro Crispini.
Era successo quando la cena era appena cominciata e a tavola, per antipasto, erano stati serviti dei missoltini.
Buon Dio!, sera detto il maestro. A lui il pesce non piaceva. Ma non se lera sentita di dirlo davanti al professore.Se nera servito uno solo, giusto per la creanza, e aveva cercato di mangiarlo il pi in fretta possibile, senza nemmeno masticarlo. Ne aveva fatti tre pezzi. Lultimo, quello con la coda, gli era rimasto in gola. Aveva tentato, mangiando un po di pane, poi bevendo un bicchiere di vino, di farlo scendere.
Peggio che andar di notte!
Gli era venuto un accesso di tosse incoercibile, gli era mancata laria, gli occhi che sparavano fuori dalle orbite.
Mentre gli altri ospiti lo guardavano come se stesse per morire, il professore, impassibile, si era alzato da tavola, gli si era avvicinato e, cingendolo con le braccia da dietro e poi dando una stretta rapida e potente, laveva liberato in meno di un amen dal maledetto boccone.
Era stato a quel punto che il Cerretti se nera uscito a dire che gi il giorno prima aveva risolto un caso analogo.Solo che anzich un boccone di cibo il paziente in questione aveva ingerito una moneta.
Come, come? aveva chiesto uno degli ospiti.
Il professore, prima di spiegare, aveva chiamato la moglie:
che gli portasse la borsa coi ferri del mestiere, gli serviva la torcetta per dare unocchiata alla gola del maestro, caso mai ci fossero lesioni.
LOlghina era entrata in sala mentre suo marito stava raccontando lintervento. Era rimasta ad ascoltare, muovendo le labbra, ripetendo le parole del marito per memorizzare il fatto e poi riferirlo allEufemia. Quando per aveva sentito parlare di una moneta antica di oro zecchino, apriti cielo!
Che mugoli, che trilli, che mossette!
Incredibile!
Uno sbattere continuo di ciglia!
Che storia, che storia...
Un sospiro, le mani giunte.
Oh, come le sarebbe piaciuto, ma tanto, tanto!, vedere quella moneta!
Il professore sera infilato una mano nella tasca dei pantaloni e laveva esibita.
A quel punto lOlghina era partita come se nelle vene le frizzasse una gazzosa.
Incurante degli ospiti, della cena e del minestrone che si raffreddava, sera aggrappata al collo del Cerretti sbaciucchiandolo, accarezzandolo, implorandolo, con evidente fastidio di lui.
Poteva regalarla a lei?, non aveva smesso di chiedere.
Il Cerretti, forse anche per darci un taglio, aveva acconsentito.
Ma non capisco a cosa ti possa servire, aveva detto.
O caro... aveva cinguettato lei, gli uomini, gli uomini... Li aveva guardati tutti, uno per uno.
Aveva fin le bolle di saliva ai lati della bocca per la concitazione.
Gli uomini che pensavano solo agli affari e non avevano occhi per nientaltro!
I commensali serano scambiati degli sguardi.
LOlghina, per tutta risposta, aveva riso fino a farsi venire le lacrime agli occhi.
Ma ne avrebbe fatto fare un magnifico, unico, originalissimo collier!
Un collier? aveva chiesto il professore.
LOlghina era diventata improvvisamente seria.
Certo, un collier.
Che tutti, uomini e donne, le avrebbero invidiato.
Capitolo 38.
La testa del maestro Crispini era ormai diventata un fulgido esempio di quello che il Canizza intendeva per taglio scolpito. Tra tutti, il pi costoso.
Le chiacchiere fatte non erano servite allo scopo del barbiere. Daltronde laveva gi immaginato, linvito a cena non era dovuto allintenzione di dare pubblicit alleccezionale intervento salvifico.
Il motivo era stato un altro, ma quale?
Il Crispini non sera scoperto. E nemmeno aveva mollato un indizio che potesse soddisfare la curiosit di sua moglie e pi che mai sua, adesso.
Dove diavolo era andata a prenderla una moneta doro zecchino il figlio di un morto di fame come il muratore Campesi?
E per inciso, stava pensando il segretario mentre il maestro usciva dal negozio, fosse stato lui nei panni del muratore, col cazzo che lavrebbe regalata al professore.
Capitolo 39.
Ma mica glielaveva regalata il muratore Campesi, nossignore.
Il professor Cerretti non aveva chiesto se poteva tenerla.
Finito lintervento laveva messa in tasca e basta, bottino di guerra.
Al Campesi il professore laveva solo fatta intravedere una volta uscito dalla sala operatoria, dicendogli in tono grave che si poteva morire strangolati anche per molto meno. Poi, per la seconda volta, laveva rimessa definitivamente in tasca.
Il muratore aveva fatto finta di niente.
Aveva abbozzato.
Aveva fatto buon viso a cattiva sorte.
O meglio, aveva dovuto fare buon viso a cattiva sorte.
Capitolo 40.
Come lorafo Tranquillo Pandolfi quando, il luned successivo alla cena cui aveva preso parte il Crispini, sera visto comparire in bottega il Cerretti. Lo conosceva di nome, di fama e per averlo intravisto qualche volta in chiesa durante la messa grande. Cos vicino per non ci si era mai trovato.
A una prima occhiata non gli era sembrato che avesse un aspetto, una presenza tale da meritare il timore reverenziale di cui era circonfuso. Anzi, cera qualcosa in lui che gli aveva ricordato i topi, forse il naso carnoso. O il riporto dei capelli che cercava di coprire la piazza dei parietali.Oppure i gesti, rapidi: come quello che aveva continuato a fare con la mano destra, usandola per spazzar via dalla spalla uninvisibile forfora e poi per tirare verso il basso il bordo della giacca.
Quando il professore aveva aperto la bocca, per, la musica era cambiata.
Parole misurate, scandite. Ordini indiscutibili.
Avrei bisogno di una cortesia, aveva detto.
Senza attendere risposta, aveva mostrato la moneta e, difilato, spiegato cosa voleva se ne facesse.
Nel momento in cui il Cerretti sera zittito, il Pandolfi aveva smesso di tener fede al proprio nome. Il sudore gli aveva imperlato la fronte, la lingua gli si era grippata. Al professore, imbattibile semeiologo, non era sfuggita quella manifestazione di panico.
Qualcosa non va? aveva chiesto.
Il tono della domanda prevedeva una sola risposta.
No, aveva mormorato lorafo.
Per...
Gli era sfuggito tra le labbra, un soffio che aveva lambito lorecchio del professore.
Per?
Lorafo sera difeso come meglio aveva potuto. Aveva spiegato che per fare ci che il professore gli aveva appena ordinato, un collier!, mica uno scherzo, avrebbe dovuto tralasciare ogni altro lavoro e dedicarsi solo a quello per una decina di giorni.
Non vedo dove sia il problema, aveva osservato il Cerretti.
Al Pandolfi non era rimasto che concordare.
Capitolo 41.
Dopo il Crispini, pi nessuno era entrato nella barberia.
Giornata di merda, giudic il Canizza.
Umida, tra laltro. Unumidit saporita che era andata aumentando col passare delle ore. Pareva di masticarla come un cibo, riempiva lo stomaco, togliendo lappetito.Il Canizza infatti, nonostante lora, non ne aveva neanche un filo.
Ne aveva pieni i coglioni per. Aveva ingannato il tempo aspettando i battelli e spiando chi saliva e chi scendeva.Spettacolo miserevole, quater gt: solo destate la musica cambiava, allora s che i battelli scaricavano sempre carne fresca.
Quello delle 17 e 50 proveniente da Como, se non cerano pi clienti da servire, sanciva la fine della sua giornata: scopatina al pavimento e poi unoretta al caff dellImbarcadero, per tirare lora di cena.
Beppe Canizza sapeva perfettamente chi sarebbe sceso da quel battello. In quella stagione, tre persone.La Tina Tencia, che andava sulla sponda di l a vendere uova: se tornava a casa troppo presto significava che non le era riuscito di piazzarle tutte, nel qual caso il marito lavrebbe accolta a suon di legnate: scese per prima.Il battellotto Remigiani, che due anni prima sera fatto trasferire allo scalo di Varenna dopo che sera fulmineamente innamorato di una cameriera dellhotel Ulivi, situato proprio di fronte allattracco del battello. La ragazza, poco dopo, sera sposata col fidanzato senza nemmeno intuire la bruciante passione del Remigiani che da allora si vedeva regolarmente respinta la domanda per ritornare allo scalo di Bellano. Scese per secondo.
Il ragionier Vigliacchini, contabile presso la ditta italo-svizzera Berthold, con sedi a Locarno e Bellagio, dove appunto il ragioniere lavorava. La Berthold produceva camicie che il personale dipendente poteva acquistare, in numero di non pi di dieci al mese, a prezzo scontato.Il Vigliacchini approfittava dellopportunit, ma anzich indossarle le rivendeva a privati. Andavano a ruba e quando il Vigliacchini scendeva dal battello con un voluminoso borsone in mano, segno che aveva la merce, alla porta della sua casa di scapolo si formava la coda: scese, a mani vuote, per terzo, e ultimo.
Bon, fece tra s il Canizza.
Scop in un angolo i residui del Crispini, chiuse e si avvi alla volta del caff dellImbarcadero.
Erano le sei di sera passate da pochi minuti.
Capitolo 42.
Ubaldo Lamina si scus per lora e anche per non essersi tolto i vestiti che odoravano di stalla. Ma, nella sua qualit di rappresentante della frazione di Ombriaco presso la municipalit, gli era sembrato che non dovesse perdere tempo, quindi non aveva badato alla forma ed era sceso di corsa in comune, tanto che era ancora sfiatato.Cos successo? chiese il segretario comunale Antonino Carr.
Nonostante lora il Carr era nel suo ufficio per ripassare in piena tranquillit le norme obbligatorie per lattuazione della legge 29 marzo 1928 n. 858 contenente disposizioni per la lotta alle mosche. Era stato il podest, qualche giorno prima e istigato dalla moglie cui unamica cittadina aveva fatto notare di aver trovato il paese singolarmente popoloso di mosche, a chiedergli un riassunto delle norme in oggetto per passare poi alla constatazione delle eventuali trasgressioni.
Il Carr aveva detto signors ma su due piedi di quella legge ricordava poco se non che era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, nel maggio 1928 gli pareva, e, dallamministrazione presso la quale adesso lavorava, applicata con una certa larghezza di manica. Rinfrescandosi la memoria sera via via reso conto che sotto il titolo generale Lotta alle mosche si allineavano norme che andavano ben al di l della semplice guerra allinsetto, alla luce delle quali cera molto da fare.
Nel momento in cui il Lamina era entrato nel suo ufficio scusandosi e benedicendo la Madonna di Lezzeno per avervi trovato qualcuno, il segretario stava cercando di capire come si potesse conciliare (Capo I, Disposizioni Generali, punto 4) lobbligo di collocare le aree destinate alla raccolta di immondizie e materie putrescenti a non meno di 500 metri dal centro di popolazione agglomerata con la possibilit di consentire (sempre Capo I, Disposizioni Generali, punto 5) la costituzione di depositi di immondizie e materie putrescenti per la loro utilizzazione come fertilizzanti nei giardini urbani e in terreni coltivati siti a distanza minore di 500 metri dal centro di popolazione agglomerata.
Chiuse il fascicolo rinviando allindomani la soluzione del dilemma, annus lodore di stalla che emanava dalle vesti delluomo, lo guard, ripet la domanda.Allora, cosera successo?
Il Lamina aveva ripreso fiato, part a macchinetta.Era successo che non pi tardi di unora prima tal Giglia Vecchi era corsa alla di lui stalla presso la quale stava finendo di mungere la seconda delle sue vacche per avvisarlo che il muro dello stradone si stava rompendo.Conoscendola come persona facile ai voli della fantasia lui se lera presa con comodo e aveva portato a termine la mungitura. Solo a quel punto aveva seguito la donna.Giunto in loco aveva verificato che nel muro di contenimento della curva detta del Rt, il secondo di tre tornanti nel tratto di strada che lambiva la frazione, cera una fenditura verticale larga una spanna da cui gemeva acqua. Il muro ai lati, inoltre, aveva perso lappiombo originale, apparendo rigonfio.
Ritenendo che si stesse verificando ci che aveva peraltro gi paventato mesi prima, e cio che le acque del torrente Gora, ostruite da una frana, dopo essersi scavate una via alternativa avessero infine infiltrato il terreno dietro il muro della curva, si era precipitato in municipio.Il Carr non era tipo da perdere tempo in interrogatori.
Salito insieme col Lamina a prendere visione del muro in oggetto e verificata lestrema pericolosit della situazione, ne inform immediatamente il podest.Cerano due cose da fare.
La prima: unordinanza di chiusura della strada per ragioni di pubblica sicurezza.
Fatela, concord il podest.
Alle otto era bella e pronta.
La seconda: una delibera di incarico per i lavori di messa in sicurezza del muro incriminato. Non cera bisogno di indire gare dappalto, spieg il segretario, era un caso, quello, di lavori di somma urgenza.
Senza indugi, concluse ancora il podest.
Alle nove di sera, dopo aver incassato il no delle imprese Fossavanti e Crosta, Lirica accett anche per conto del figlio che, con la scusa di fare due passi, sera chiuso nel suo ufficio di via Manzoni per consolarsi, nellattesa della sua prossima vita, contando le monete che gli avrebbero garantito leterna felicit.
Quando, rientrato a casa verso le dieci di sera, glielo aveva comunicato, Lidio pens a uno scherzo: un malvagio scherzo del destino, una rottura di coglioni proprio quando aveva bisogno di avere la libert di agire da un giorno, addirittura da un momento allaltro.
Unoccasione doro per entrare nel giro delle aste pubbliche, rincar raggiante Lirica.
Il giovanotto si pass una mano sul volto, la pelle tratteneva ancora leccitante odore del metallo.
Sei contento? chiese Lirica.
Cosa poteva rispondere?
 magnifico, mormor.
Bene, approv la donna.
E vai a riposare adesso, consigli. Perch lindomani mattina, alle sette, avrebbe dovuto essere sul posto.
Capitolo 43.
Alle sette della mattina di unalba incerta, fredda e percorsa dal rauco canto di un gallo, il podest, il Cerevelli, il segretario Carr e Glauco Esangui detto Os de Mort, che per i lavori appaltati dalla pubblica amministrazione svolgeva il ruolo di controllare gli stessi e perci aveva la qualifica di assistente contrario, ascoltarono attenti ci che Ubaldo Lamina aveva da dire.
Il Lamina aveva monitorato per tutta la notte la fenditura.
Lo squarcio non aveva smesso di allargarsi. Pi lentamente,  vero. Ma era chiaro che prima o poi il muro avrebbe ceduto.
A suo giudizio quindi bisognava innanzitutto abbatterlo, ormai era marcio dacqua.
Molto pi di quanto possa sembrare!
In secondo luogo, creare unintercapedine tra la terra e il muro di nuova erezione, isolandolo. Era fondamentale per bonificare il torrente Gora, le cui acque si erano infiltrate l, rinforzandone gli argini nei punti in cui lacqua era pi facile che esondasse.
Inoltre bisognava agire in fretta, poich se il muro crollava i detriti avrebbero colpito le case che stavano sotto la strada, evacuate nel frattempo per ragioni di sicurezza.
Il podest disse s, il segretario pure. Il Cerevelli stava per farlo, avrebbe detto s a chiunque, a qualunque cosa: aveva in testa solo la telefonata che doveva fare a giorni.LEsangui lo anticip.
Ci vorranno dieci uomini per fare un lavoro del genere in fretta.
Li avr, spar Lidio.
E che lavorino senza badare agli orari, aggiunse lOs de Mort.
Lavoreranno, rispose Lidio che ormai era in ballo.
Paga doppia, tripla se necessario.
Che cazzo gliene fregava, pagava lamministrazione comunale!
Capitolo 44.
Dieci operai, come aveva detto lOs de Mort.
Sette a occuparsi del muro: i fratelli Prezzi, Ugo e Caronte, Plinio Maniglia, Andrea Scarpetta, Luigi Barba, Sesto Cavalli e Giovanni Puncia.
Su al torrente invece Genesio Maccetti, detto Stortn, Lupo Sandionigi e, ancora, Amilcare Campesi.
Paga doppia per tutti. E con un intervento anche da parte dellimpresa, perch il podest, sentito il segretario, aveva annunciato che pi di tanto le casse comunali non potevano sborsare.
A Lirica sfugg un sospiro di disappunto.
Lidio si incass nelle spalle. Il gesto gli venne bene, espresse tutta la remissivit e limpossibilit a fare altrimenti.Non cera stato altro mezzo per convincere i badilanti a lavorare senza preoccuparsi dellorario, condizione indispensabile per condurre in porto un lavoro ben fatto e in tutta fretta. Lalternativa erano penali da brivido.
Sono gli inconvenienti dei lavori pubblici, osserv Lidio.
Lirica intese quello che il figlio non aveva voluto dire.
Forse avrei dovuto interpellarti prima di decidere.
Lidio assunse unespressione da uomo navigato.
Non preoccuparti, mamma, andr tutto bene.
Ma pensava ad unaltra cosa.
Capitolo 45.
Venerd mattina era ancora buio. Qualche luce nelle case, nessuna nel cielo, nuvoloso. Nellaria, anzich il canto del gallo, si levarono gli echi dei primi colpi di mazze e picconi.
Il comandante della stazione dei carabinieri di Bellano, maresciallo maggiore Ernesto Maccad, li ud mentre camminava in direzione della caserma. Fischiettava allegro. La prima cosa che disse a beneficio dei presenti una volta che si trov nellatrio fu: Vi ricordo che oggi  venerd!.
Ci vuol dire che ieri era gioved, gli rispose, affacciandosi alla tromba delle scale, il brigadiere Efisio Mannu.
Il maresciallo sorrise, serafico: No, vuol dire che domani  sabato, ribatt.
E cominciava per lui una licenza di ben otto giorni che si predisponeva a trascorrere in casa per godere il calore della famiglia e soprattutto le frigne del secondogenito, nato un paio di settimane prima.
Non un gesto voleva perdere di quel secondo miracolo che sua moglie Maristella gli aveva messo al mondo, n un verso e nemmeno una poppata.
A partire, appunto, dal giorno seguente, sabato.
E poi domenica, luned...
Capitolo 46.
Il luned, dopo il Partito, al Canizza toccava la ramazza.
Pulire e lustrare la barbera. Mestieri da donna. Ma la Dorina non ne aveva mai voluto sapere, diceva che ne aveva a basta di quelli di casa.
In verit, tempo addietro, aveva tentato di appaltare il lavoro, col duplice scopo di scansarne la fatica e trombarsi la domestica: la speranza che aveva coccolato era che si facesse avanti la moglie del Campesi, perch sapeva che andava per case a fare mestieri, dovendo tenere a galla la baracca quando suo marito batteva la fiacca. Alla voce che aveva messo in giro si erano invece presentate delle scalcagnate che solo un ardito, cieco e con un arretrato di anni, avrebbe potuto avvicinare. Cos aveva del tutto cassato lidea, amen.
Erano le diciotto, minuto pi minuto meno, di luned 10 novembre. Il Canizza aveva appena finito di tirare a pomice il negozio. Nellaria cera odore di camomilla, la usava per sbiondire i capelli di alcuni vanitosi, e per contrasto a lui si stava moltiplicando la voglia di Campali.Ma non era ancora lora. Per tirarla si mise dietro la vetrata ad attendere larrivo del solito battello che quella sera viaggiava con un po di ritardo. Guard scendere la Tina Tenda, il battellotto Remigiani, il ragionier Vigliacchini, ancora a mani vuote.
Ma poi...
Le parole del federale tornarono a fischiargli nelle orecchie.
Occhi aperti e ri-fe-ri-re!
Spense immediatamente le luci del locale dopodich ritorn di vedetta.
Un quarto viaggiatore era uscito da sotto la pensilina della Navigazione quasi un minuto dopo il ragionier Vigliacchini, come se avesse voluto che gli altri si allontanassero.O forse aveva chiesto qualcosa al battellotto.
Il segretario lo vide fare due passi in direzione di piazza Grossi, fermarsi, dare unocchiata in giro poi indugiare con lo sguardo sul portone della caserma dei carabinieri.Quindi, come se avesse improvvisamente fretta, avviarsi in direzione dellalbergo-ristorante Il Cavallino.
Beppe Canizza attese che il misterioso passeggero sparisse alla sua vista, dopodich part in tromba.
Il battellotto stava per raggiungere il caff dellImbarcadero dove, tra un bianchino e laltro, avrebbe maturato lora della cena. Il segretario lo blocc ponendogli una mano sullo sterno.
Avete parlato? chiese.
Il battellotto era gi discretamente macerato: passava tutti gli intervalli tra un battello e laltro seduto al caff e cos, spesso, la sera bisognava riaccompagnarlo a casa.Chi? chiese, stupito.
Poche storie, fece il Canizza, tu e il passeggero che  appena sceso.
Il battellotto fece per aprire la bocca.
Cosa vi siete detti? spar il segretario. Cosa ti ha
chiesto?
Laltro deglut una bolla daria.
Niente, erutt.
Poi, notando il sopracciglio del Canizza che si contraeva:
Cio, si corresse.
Niente di particolare, normale amministrazione. Non essendo del posto gli aveva chiesto doverano la caserma dei carabinieri e Il Cavallino. E lui glieli aveva indicati.
Ho fatto qualcosa di male?
Manco gli rispose il Canizza. Sera gi messo al lavoro.
Non aveva bisogno che gli insegnassero come doveva comportarsi, pens, federale dei miei coglioni!
Capitolo 47.
Non uno, due Campali.
Il primo per mantenere fede allabitudine.
Il secondo per chiarirsi le idee.
Prosciugato che lebbe, per, il segretario Canizza avvert di averle vieppi confuse.
Daccordo, le direttive erano precise.
Occhi aperti, e lui li aveva tenuti. Quindi lindomani avrebbe dovuto ri-fe-ri-re! E ai caramba.
Ma, si chiese, riferire cosa?
A ben guardare...
Riflett.
Forse era proprio il caso.
Dammi un Campali, ordin.
Il padrone del caff lo guard strano.
Un altro? chiese.
Ti dispiace? ribatt indispettito il Canizza.
Figrati, fece quello, contento te...
Il segretario torn ai suoi pensieri.
Innanzitutto riferire cosa?
Che aveva visto scendere dal battello uno sconosciuto?
Bella roba. Se il brigadiere, una testa di cazzo di sardo, o il maresciallo, un calabrese suo degno compare, gli avessero riso in faccia non ci sarebbe stato niente da dire.Gli pareva gi di sentirli.
E che, sul battello possono viaggiare solo i residenti a Bellano?
O solo quelli che conosceva lui?
Pluf!, un bel sorso di Campari, mezzo bicchiere. Al segretario stavano cominciando a girare i coglioni, come se avesse davvero di fronte maresciallo e brigadiere che ridevano tra loro.
No, decise. Unoccasione del genere non lavrebbe offerta ai Regi. Che andassero a prendere per il culo qualcun altro.
 vero che poteva dirlo allappuntato Misfatti, il suo confidente. Ma quello mangiava pane e volpe a colazione, mica si sarebbe assunta la responsabilit di riferire lasciandolo fuori. Avrebbe fatto il suo nome, tirandolo in ballo.
No, anche il Misfatti poteva aggregarsi alla compagnia e andare a prenderlo in quel posto insieme agli altri due.Il Campari era finito. Beppe Canizza pag, salut, usc.
Sulla soglia del caff si ferm un momento, il tempo per tirare un bel respiro e prendere le misure, i tre Campari gli sfrigolavano in testa.
Si avvi.
Ma, fatti tre passi, si ferm e torn a guardarsi in giro.
Cera stato...
Corrug la fronte, strinse gli occhi.
Cera stata una cosa... qualcosa...
Qualcosa che laveva colpito... una cosa...
Ma cosa?
Capitolo 48.
Mancavano pochi minuti alle sette della sera quando il brigadiere Efisio Mannu usc dalla caserma.
Poco prima la pescivendola Gioconda Cancrena aveva suonato al portone della caserma risvegliando il piantone Cassamagna da una botta di sonno. La donna era scarmigliata, indossava un grembiale sozzo che riluceva di scaglie di pesce ed era evidentemente agitata.
Correte, aveva gridato nellatrio della caserma, che senn si ammazzano.
La veemenza della richiesta aveva fatto s che le sue parole giungessero anche nellufficio del brigadiere. Che sera fatto sulla soglia e aveva chiesto: Cassamagna, che succede?.
Il carabiniere stava per rispondere che ancora non lo sapeva. Ma la donna aveva infilato le scale ed in due salti era stata al cospetto del Mannu.
Maresciallo, dovete intervenire senn quelli si ammazzano! aveva ribadito, controllando a fatica il tono della voce.
Non sono il maresciallo, aveva puntualizzato Efisio, sono il brigadiere.
Fa lo stesso, aveva ribattuto la Cancrena, si ammazzeranno se nessuno interviene.
Il Mannu aveva abbozzato.
Quando vi far comodo mi direte anche chi si dovrebbe ammazzare. E dove, aveva detto.
La donna sera portata una mano alla guancia, che scema!
Ma i Campesi, no? aveva risposto come se fosse la cosa pi logica della terra.
Il muratore? aveva chiesto il brigadiere.
Proprio, aveva confermato la donna.
Lo conosceva, il brigadiere: cera un fascicoletto su di lui. Sciocchezze: due risse, schiamazzi, ubriachezza, roba da balordo. Quale, in effetti, il muratore era, che un po lavorava e un po no e non si vergognava di mandare in giro a fare mestieri quel bijou di sua moglie.
Tornate a casa, aveva detto il Mannu alla pescivendola.E intanto avvisate i due litiganti che stanno per arrivare i carabinieri. Cos magari cominciano a darsi una calmata.
Dopodich sera preparato per uscire.
Capitolo 49.
Unocchiata a destra poi una a sinistra.
Lo faceva sempre Genesio Maccetti, prima di muoversi, era un vizio. Un ticchio, lo chiamava lui, per via dello strabismo.
Quando, dopo un traballante segretario Canizza, pure il brigadiere spar in via Cavour, luomo usc da dietro al monumento a Tommaso Grossi, dove sera nascosto per vedere senza essere visto.
Era in missione.
Missione di pedinamento che gli era toccata dufficio perch il bottiglione del vino rosso, col quale fare colazione la mattina, laveva rotto lui.
Capitolo 50.
Primo.
Gli era sfuggito di mano ed era andato a frantumarsi ai suoi piedi. Ne era seguito, da parte di Lupo Sandionigi, un rosario di bestemmie che aveva zittito il canto degli uccelli. Lalternativa era fare colazione con lacquetta ferruginosa che sgorgava dalla vicina sorgente di Gora.Neanche da pensare.
Il Sandionigi aveva allora lanciato lidea.
Andiamo gi allosteria dal Fiaccoletta!
Con quattro salti, lungo la mulattiera, ci sarebbero arrivati.
Avrebbero fatto colazione seduti, al caldo e col vino.
Nel giro di unoretta sarebbero ritornati. Genesio Maccetti aveva subito accettato.
Il Campesi invece non aveva aperto bocca, se non per dire che non si sarebbe unito alla compagnia.
Cazzi suoi, lavevano mandato a dar via il culo. Se gli piaceva farsi venire le rane allo stomaco e la ruggine alle ginocchia, si accomodasse.
Erano partiti, allegri come fringuelli.
Il Fiaccoletta aveva appena finito di dare di scopa al pavimento e stava lustrando il bancone della mescita. I due, manco fossero a casa loro, gli avevano invaso il locale, insozzando il pavimento con gli scarponi pieni di fango e non serano curati delle sue proteste.
Per tutta risposta anzi, avevano cominciato a raccontarsi un sacco di porcherie ed a ridere come matti. Poi serano seduti al tavolo e avevano ordinato: pane, salame, pancetta, formaggio. E un fiasco di vino che era finito quando il Fiaccoletta non aveva ancora servito il resto. Il Sandionigi ne aveva immediatamente richiesto un secondo.Poi un terzo. A quel punto il Fiaccoletta aveva osato levare qualche obiezione. Gli avevano risposto con proteste ed insulti gridati a voce talmente alta che il rettore del santuario di Lezzeno, di fronte allosteria, era corso a vedere cosa stesse succedendo.
Niente, aveva detto il Fiaccoletta che per, dentro di s, magonava.
Aveva portato in tavola il terzo fiasco e i badilanti, allegramente, avevano cominciato a passarselo di mano, bevendo a canna e cantando canzonacce che avevano svegliato la signora Pernice, lottantenne madre del Fiaccoletta, che solitamente non apriva mai gli occhi prima di mezzogiorno.
Figurarsi quindi se avevano potuto sentire i tre colpi di fucile, due ravvicinati e uno dopo pochi secondi, coi quali, da un punto allaltro, muratori e badilanti si avvisavano che cera in giro lOs de Mort.
Secondo.
Il Campesi per li aveva sentiti.
Ta-tam... tam!
Inconfondibili.
Era stato tentato di sbattersene i coglioni. Fosse stato per quei due deficienti lavrebbe fatto. Ma era certo che, se fosse arrivato l, lOs de Mort avrebbe sicuramente trovato il sistema di inguaiare anche lui.
Quindi, senza perdere altro tempo, era partito per avvisare i due compari che se non volevano giocarsi la doppia paga avrebbero fatto bene a mettersi le gambe in spalla e ritornare al lavoro.
Quandera comparso nellosteria, il Sandionigi e il Maccetti stavano centellinando lultimo dito di vino e stavano cercando di convincere il Fiaccoletta a cantare Osteria numero venti. Loste, Egidio Orio per lanagrafe, non sapeva pi che pesci pigliare, temeva che, finito il terzo fiasco, quelli volessero passare alla grappa.La presenza del Campesi li aveva zittiti.
Cosa c? aveva chiesto il Maccetti.
LOs de Mort, aveva risposto il Campesi.
Ostia!
Erano scattati in piedi in un solo colpo.
Faccio una pisciata e poi andiamo, aveva detto il Sandionigi.
Scappava da pisciare a tutti. Anche al Campesi, per via dellacqua ferruginosa che aveva bevuto a colazione. Li aveva battuti sul tempo e guadagnato il cessetto dellosteria.
I due, invece, lavevano fatta fuori, nel cortiletto, incuranti dei gicoletti di dolore emessi dal Fiaccoletta che, per non vedere, si era ritirato nella cucina. Quando era tornato al banco aveva trovato la sorpresa.
Nessuno. Spariti tutti, senza aver pagato il conto.
Gli era venuto un attacco di nervi. E poich era solo sera sentito montare dentro un coraggio da leone. Cos era uscito e con quanta voce aveva in gola sera messo a gridare.
Disgraziati! Questa volta vi denuncio, lo giuro, vi denuncio
ai carabinieri!
I tre, Campesi in testa, non erano molto lontani. Gli strilli del Fiaccoletta li avevano raggiunti.
Per tutta risposta, il Sandionigi aveva lasciato andare una rumorosissima scorreggia che aveva provocato lilarit del Maccetti: non quella del Campesi, che era uscito dal cesso con una faccia scura come se gli avessero appena pronosticato una disgrazia.
Terzo.
LOs de Mort era l che li aspettava.
Lugubre, sul fondo della nebbiolina.
Ma bene, aveva detto.
Aveva sputato in terra un avanzo di toscano, sera girato ed era sparito nella foschia.
Il Maccetti e il Sandionigi lavevano guardato svanire come se fosse stato uno spettro od uno spirito dei boschi.
Li aveva riportati alla realt il rumore del badile del Campesi che aveva ripreso il lavoro.
Ma la domanda era nellaria.
E adesso?
Pure la risposta.
Guai, licenziamento, addio paga doppia.
Nessuno aveva parlato, silenzio, per un po, neanche un rumore.
Fino a quando, nel tardo pomeriggio, il Campesi aveva gettato a terra il badile e senza dire n ai n bai era a sua volta sparito nella nebbia.
Quarto.
Non era la prima volta che il Campesi, stufo di questo o di quel lavoro, piantava in asso tutto senza dare spiegazioni.Era una testa dispari, per quello faticava a trovare un datore di lavoro che gli desse fiducia.
A meno che... sera chiesto per, passato qualche minuto, Lupo Sandionigi.
A meno che non fosse per quello che era successo poche ore prima gi dal Fiaccoletta.
Come come? aveva chiesto il Maccetti.
Semplice, aveva ribattuto il Sandionigi, la paga doppia.
Poteva darsi che il Campesi, temendo il peggio, volesse pararsi il culo. Che ne sapevano loro? Magari voleva rassicurare il geometra che lui non centrava niente con quello che era successo. O addirittura andare dai carabinieri.
Che cosa? era sbottato il Maccetti.
Carabinieri! aveva puntualizzato il Sandionigi.
Quelli con la riga rossa sui pantaloni!
Dai carabinieri a chiarire la sua posizione nel caso che il Fiaccoletta avesse davvero dato corso alla minaccia di denunciarli.
Col che... aveva concluso il Sandionigi, non era pi solo questione di perdere la paga doppia o il lavoro.
Cera lombra di un po di galera, se davvero ci fosse stata una denuncia a firma Egidio Orio.
Quinto.
La notizia, il Campesi, se lera trovata sotto il naso.
Non che avesse bisogno di leggere il giornale per venirne informato, visto che il salvato era suo figlio. Ma non sapeva che fosse finita addirittura sul Gagliardetto diventando cos di pubblico dominio il fatto che suo figlio aveva ingoiato una moneta doro zecchino.
Cos, adesso, addio segreto!
Se lera trovata sotto il naso quando era entrato nel cesso dellosteria del Pellegrino, infilzata in un cappio di fil di ferro col quale il Fiaccoletta metteva a disposizione della clientela la carta da usare dopo i bisogni grossi.
Poich Egidio Orio non sprecava niente ed il Gagliardetto faceva quella fine tutte le sere dopo che loste, suo malgrado, laveva letto e riletto e, imparate a memoria le notizie, le andava a ribadire, radiogiornale a due gambe, allottantenne madre Pernice, che sebbene cieca, amava comunque tenersi aggiornata sui fatti di cronaca locale.
Il Campesi, chiuso nel cesso, aveva compreso che il segreto non era pi tale.
A chi doveva dire grazie?
Sera risposto subito: a quella cretina di sua moglie, che faceva mestieri anche in casa del maestro Crispini e sicuramente non era riuscita a tenere a freno la lingua.
Lavesse avuta per le mani in quel momento lavrebbe strozzata, lei e la sua lingua!
Era tornato al cantiere, torvo e silenzioso, ruminando bestemmie, maledizioni, improperi per tutto il pomeriggio.A sera ribolliva ancora dellimperiosa voglia di andare a casa per dire alla moglie quanto fosse stupida.Tanto, aveva pensato, cera ormai ben poco da fare, lOs de Mort li avrebbe fatti fuori tutti e tre.
Sebbene non fosse ancora orario, era partito e mentre scendeva verso il paese aveva sentito il desiderio di non riemergere mai pi dalla nebbia che avvolgeva la montagna.
Capitolo 51.
La pescivendola Cancrena sera ben guardata dallavvisare la famiglia Campesi che lArma stava per arrivare, a rischio di prendersi una pignatta in testa. Sera chiusa in casa e, abitando di fronte ai due litiganti, sera predisposta a spiare da una finestruola per seguire gli sviluppi.
Quando il brigadiere Mannu giunse in loco, il litigio era ancora in fiore. Parolacce, insulti, grida e versi: si sentiva tutto con chiarezza sin dai primi gradini della scala scricchiolante e per nulla illuminata che portava alle tre stanzacce dove abitavano i Campesi.
Mentre il carabiniere saliva, lAnita aveva gi cinque dita pitturate sulla guancia di destra. Il marito, appena entrato in casa, le aveva mollato uno sganassone.Poi: Impara a tenere la bocca chiusa, le aveva urlato.
LAnita sera presa la sberla solo perch era stata colta di sorpresa. Non ne aveva capita la ragione e nemmeno a cosa si riferisse la frase del marito. Notando lora, aveva sorriso amaramente.
Ti sei licenziato unaltra volta, eh? Un altro lavoro perso ! aveva gridato.
Il Campesi aveva tentato di allungarle una seconda sberla. Ma, ciao!, lAnita era agile, non le piaceva fare il bersaglio.
Lazzarone! gli aveva sputato in faccia.
Serva! aveva ribattuto lui.
LAnita era diventata bord.
Se sono una serva  perch ho sposato un lazzarone!
Maledetto quel giorno!
Io lo maledico, era insorta la donna, che se avessi
saputo chi andavo a sposare...
Il Campesi, correndo intorno al tavolo di cucina, aveva tentato di abbrancarla. LAnita gli aveva buttato una sedia in mezzo ai piedi e poi sera rifugiata vicino alla stufa a legna e armata di un mestolo.
Metti gi quellaffare! aveva ordinato luomo.
Lazzarone, aveva ribadito lei, e ladro!
Che cosa?
Ladro! C anche bisogno che ti spieghi perch?
Con un calcio il muratore sera liberato della sedia e sera avvicinato alla donna che, senza indugio, gli aveva calato il mestolo in testa. Dopodich sera infilata in camera da letto e ne era ritornata con in mano alcune banconote che aveva buttato per aria.
Spendili tu questi soldi, va a ubriacarti, che da quando sono entrati in casa non hanno portato che guai.Il Campesi aveva guardato quei fogli cadere a terra.
Smettila che ci sentono tutti, aveva detto poi.
E che sentano!
Smettila!
Neanche se mi ammazzi.
Ti ammazzo! aveva ringhiato il muratore.
Il brigadiere era fuori della porta. Entr in casa senza nemmeno bussare. La prima cosa che not fu un paio di conturbanti calze a rete col filo appese ad asciugare sopra la stufa da cui usciva un filo di fumo acre. Not poi, disperse sul pavimento, alcune banconote. Infine guard i due, pietrificati dalla sua comparsa.
Chi ammazza chi? chiese il Mannu.
Capitolo 52.
Durante la cena Beppe Canizza aveva corroborato lazione dei tre Campari con un mezzo litro del robusto rosso che vendevano al circolo della Societ Operaia di Mutuo Soccorso.
Non che bevesse sempre cos tanto, ma quando attaccava gli piaceva andare fino in fondo. Oltretutto per cena sera trovato sotto gli occhi un avanzo di cassola: riscaldata, era ancora pi saporita. Laveva mangiata avidamente, un boccone ed un sorso dopo laltro e limpressione che aveva avuto uscendo dal caff dellImbarcadero e che laveva bloccato qualche secondo in mezzo alla strada era ancora l: vagava nel suo pensiero, indefinita, continuando a chiedergli una spiegazione.
Mah!, continuava a dirsi il segretario. Chiss cosera stato!
Magari i tre Campari cos, uno dietro laltro...
Ripulito per bene il piatto, sazio di cibo ma non ancora soddisfatto di bere, il Canizza riflett che quello che ci voleva per digerire era un bel sorso di grappa. Stava per chiedere alla moglie di portargliela ma si fren. Sapeva che se lavesse fatto, glielavrebbe servita lei, senza lasciare la bottiglia in tavola e soprattutto in certi bicchierini piccoli come ditali dove la grappa avrebbe fatto una fugace, orfana apparizione.
Si alz quindi, dirigendosi verso la sala e il mobiletto dei liquori col preciso programma di servirsi a canna, lontano dagli occhi della donna, e poi di nuovo a tavola, per cuocersi a puntino.
Quando schiacci linterruttore per accendere la luce in sala, la lampadina rispose con un breve attimo di vita, come un lampo di luce. Poi mor.
Porca puttana! esclam il segretario.
Dorina Brugni, accorrendo, lo redargu.
Non mi pare il caso per una lampadina.
Beppe Canizza probabilmente non la sent nemmeno.
Guardava fisso nel buio.
Ecco cosera stato!
Capitolo 53.
Era stato un vedere e svedere.
Un fulmine, un lampo, quasi unillusione della vista.
Altro che i Campali!
La finestra sera illuminata per pochi secondi poi era tornata buia.
Ecco quello che aveva visto Beppe Canizza uscendo dal caff dellImbarcadero: la finestra della camera dangolo, al secondo piano del Cavallino, illuminarsi e poi oscurarsi.
Niente di strano.
Sennonch, da circa un anno, il secondo piano dellalbergo era chiuso, sotto pignoramento.
La faccenda era singolare ma non faceva specie in un paese popolato da balordi e dove ne capitava una un giorno e laltro pure. Per farla breve Il Cavallino era andato a balle allaria per debiti dopo quattro anni di gestione dei fratelli Sbrbera, i quali serano divisi equamente prima limmobile e poi i debiti: il primo piano, sala ristorante, era intestato al pi anziano dei due, Veniero, il secondo piano con le camere allaltro, Ergasio. In aria cerano andati ognuno per conto proprio e quasi in contemporanea e la banca, dopo il pignoramento, aveva messo allasta i due piani separatamente.
Per il momento solo il piano che ospitava il ristorante era stato riaperto: laveva riscattato tal Resegacci Oscar, un sonnolento giovanotto su cui nessuno aveva scommesso una lira e che invece, nellarco di un anno, aveva dimostrato di saperci fare, tanto che correva voce di un suo prossimo acquisto del secondo piano, dove cerano le camere. Che per continuava a restare chiuso, sotto sigillo.
Al Canizza la mina pass allistante, pure la voglia di grappa rest dovera.
Rifece i conti.
Il forestiero sceso dal battello nel pomeriggio, il suo sguardo fugace verso la caserma dei carabinieri, il suo passo veloce verso Il Cavallino, la finestra che si era illuminata per un solo, ma sufficiente, istante.
Quale miglior nascondiglio di una camera dalbergo abbandonata?
Cera qualcuno nascosto l dentro? Qualcuno che aveva approfittato di quel pancotto del Resegacci?
Qualcuno, magari, in attesa dellora buona per scendere in riva al lago e infilarsi su una barca che lavrebbe portato di l?
Occhi aperti, mormor il Canizza.
Adesso gli toccava ri-fe-ri-re.
E dai caramba, riflett, forse gli conveniva andare con indosso la camicia nera, tanto per far capire che era l in veste ufficiale e mica per divertimento.
Capitolo 54.
Nessuno voleva andare in galera in casa Campesi. Anzi, sia luomo sia la donna sembravano aver perso la lingua dopo lapparizione del brigadiere.
Meglio cos, disse questi.
Avrebbero lasciato in pace vicinato e carabinieri. Perch, avvis il Mannu, se avessero ripreso a gridare, disturbando la quiete, sarebbe stata sua cura sistemarli a puntino.
Chiaro? chiese.
Ma non attese risposte. Usc e si ferm ad ascoltare, caso mai i due volessero fare i furbi e riattaccare la solfa.
Quando fu certo che le sue parole non erano cadute nel vuoto, il brigadiere Mannu decise di rientrare in caserma.Fu in quel momento che davanti a lui, confusa nel buio, comparve la figura di Genesio Maccetti in atteggiamento inequivocabilmente furtivo.
Capitolo 55.
Il bottiglione era scivolato a terra dalle sue mani e chi rompe paga. Non cera nemmeno stato bisogno di discutere e quando lAmilcare era svanito nella nebbia lui, dopo il breve scambio di pareri con laltro socio, era partito allinseguimento per cercare di capire che intenzioni avesse il Campesi.
Se volesse tornare dal Fiaccoletta per chiarire che lui non centrava.
No, il Campesi aveva tirato lungo passando per Lezzeno, dallosteria del Pellegrino sera tenuto alla larga.
Oppure andare dal geometra Cerevelli, al cantiere di Ombriaco, dove avevano tirato su una specie di baracca, quattro pali e un tetto in lamiera, e raccontargli quello che era successo prima che lo facesse lOs de Mort.
Nemmeno, il socio aveva tirato diritto anche l, passi lunghi e ben distesi.
Allora era dai caramba che stava andando?
Poco dopo il cimitero, quando il Campesi aveva imboccato la scalinata che portava in piazza della Chiesa, il Maccetti, sospettando che la meta del socio fosse proprio la caserma, aveva fatto una deviazione con lidea di giocare danticipo. Era volato gi per via Novareno e aveva raggiunto piazza Grossi, nascondendosi dietro il monumento al poeta: cos posizionato aveva atteso larrivo del Campesi pronto a bloccarlo prima che il portone della caserma se lo mangiasse.
Ma dellAmilcare non sera vista nemmeno lombra.Era rimasto l unora secca, con la compagnia di un tivano che gli aveva gelato le chiappe. Alla fine sera rotto le balle ed aveva deciso di andare a casa del Campesi, per chiarire per bene le cose.
Sera avviato dopo due false partenze: la prima quando il segretario Canizza, dondolante, era uscito dal caff dellImbarcadero, la seconda quando il brigadiere era uscito dalla caserma.
Trovandosi il Mannu davanti agli occhi, il Maccetti cadde in confusione.
Cosa ci facciamo qua, a questora? chiese il brigadiere.
Cos, senza nessuna intenzione inquisitoria.
Il badilante invece sospett tranelli.
Perch, rispose, non si pu andare a trovare un
amico?
Ma si gir e ridiscese le scale davanti al brigadiere che lo segu. Quando furono in fondo, il Maccetti bofonchi un saluto e prese la direzione opposta a quella del carabiniere.
Cos, gli grid dietro il Mannu, ti  passata la voglia
di salutare il tuo amico?
Insinuando, questa volta volontariamente, una nota di sospetto nel tono della voce.
Capitolo 56.
Al carabiniere Cassamagna una cosa del genere non era mai capitata nei diciotto mesi da che stava sotto lArma: un minorenne, non accompagnato, che voleva rilasciare una dichiarazione ai carabinieri.
Cera una procedura per casi di questo genere?
Se cera non la conosceva.
Per questo aveva chiesto al ragazzo di accomodarsi in sala dattesa e aveva cominciato a fare la spola tra la sala stessa e lo spioncino del portone, in attesa che il signor brigadiere facesse lonore di rientrare, cosa che il Mannu fece dopo unabbondante mezzora dallarrivo del ragazzo.
Il Cassamagna, con segretissimo fare, lo mise al corrente della novit.
Cosera, si chiese il Mannu, quel tono da cantina, coserano quelle esse fischiate da rosario? Era il modo di comportarsi di un carabiniere?
Chi ? sbott secco e ad alta voce.
 il Campesi, rivel il Cassamagna con una ragnatela in gola.
Che Campesi? rincar il brigadiere.
Che diavolo di Campesi, se li aveva appena lasciati dopo averne raffreddato i bollenti spiriti!
Il figlio di quello, mormor allo stremo il Cassamagna.
Del muratore?
Gi, conferm il carabiniere.
Non sapendo come agire, spieg, cio, non avendo ben presente cosa il regolamento prevedesse in casi come quello...
Va bene, va bene, svelt il Mannu.
... ecco, insomma, laveva trattenuto...
E cosa vuole?
... appunto, laveva trattenuto poich la presenza di un minorenne a quellora e in caserma gli era sembrata strana, quasi misteriosa. Ma non gli aveva fatto domande, in attesa che il signor brigadiere rientrasse. Per quello non sapeva dire cosa volesse.
Il brigadiere tacque. Pure a lui la cosa cominciava a sembrare quanto meno singolare. Con una mano, delicatamente, spinse di lato il Cassamagna che gli ostacolava il passo e si fece sulla soglia della sala dattesa: una specie di sala dattesa in verit, malamente arredata con una pancaccia e un tavolino scanchignato.
Il ragazzo stava seduto sulla panca, le mani appoggiate alle ginocchia, lo sguardo fisso alla parete di fronte. Sera accorto della presenza del brigadiere ma non osava guardarlo.
Ehi, lo richiam il Mannu, tutto un altro registro nel tono della voce.
La sala dattesa era squallida come la casa del ragazzo.
Al brigadiere non sfugg che, nonostante fosse novembre, il giovane indossava ancora pantaloni corti. Si guardarono.Smorto, il ragazzo. Ma due begli occhi vivaci, pieni di luce, non contaminati insomma.
Bisognava andarci piano, riflett il brigadiere.
Come ti chiami? chiese avvicinandosi e poi sedendosi anche lui sulla pancaccia.
Mario, rispose lui.
La voce...
Voce educata, venne da pensare al Mannu.
Mario Campesi?
Il giovane conferm.
Bene. E cosa ci fai qui?
Pronto a tutto, il brigadiere. Pronto a rassicurarlo, a garantirgli che ai suoi genitori non sarebbe successo niente, a rimandarlo a casa con la pace nel cuore.Pronto a ogni cosa.
Tranne che sentirsi dire che era l in caserma per pregarlo di non mettere in galera suo padre o sua madre.Perch, disse il ragazzo, se in casa cera un ladro, quello era lui.
Dallatrio il carabiniere Cassamagna annu: laveva pensata lui che sotto cera un mistero. Il brigadiere Mannu invece, prima di pensare ai misteri, voleva capire bene cosa intendesse dire il ragazzo. Doveva parlarci un po.Non, comunque, in quella specie di sala dattesa.
Vieni con me, disse.
E salirono nel suo ufficio.
Capitolo 57.
La signora Canizza si aspettava un dopocena coi fiocchi, tale e quale a quelli delle sere precedenti.
Vammi a prendere la camicia nera, le disse il marito tornato in cucina.
Perch? chiese Dorina immediatamente irritata. C
la marcia su Roma?
Devo uscire.
E dove vai? chiese lei.
Dai carabinieri, rispose il Canizza, spiritato.
Inventane unaltra, ribatt la donna.
Vorresti dire?
Niente, niente... solfeggi lei cominciando a sparecchiare.
Il Canizza tacque e la guard. Quando la vide chinarsi per riporre una marmitta le ordin di non muoversi.
Ferma cos!
La Dorina cap al volo. E chi si muove! Divent di marmo, sapeva cosa stava per capitare!
Ma non dovevi andare dai carabinieri? chiese, rivolta alla marmitta.
Mica scappano, fu la pronta risposta del segretario, le braghe gi a mezza gamba.
I carabinieri forse no.
Ma quello che a suo giudizio stava nascosto dentro al Cavallino... Daltronde ormai era in ballo. Non era da lui lasciare le cose a met. Per doveva fare in fretta.Dai! incit la moglie.
Capitolo 58.
Pure al brigadiere Mannu non piaceva lasciare le cose a met. E quello che aveva tra le mani, cos come aveva insinuato il Cassamagna, cominciava a sembrare anche a lui un mezzo mistero.
Coshai rubato, sentiamo, chiese una volta in ufficio.
Le caramelle? La marmellata?
Il ragazzo, serio, preciso: La moneta, rispose.
Quella che aveva inghiottito e quasi lo mandava al creatore.
E dove lavresti trovata? insist il Mannu. Non gli riusciva di essere severo come se davanti avesse un vero malfattore.
In casa, rispose il ragazzo.
In casa di chi?
Il giovane Campesi lo guard facendo tanto docchi:
non conosceva altra casa che la sua.
La mia, chiar.
Il brigadiere mise da parte la voglia di scherzare. Che il giovanotto gliela stesse contando? Nella casa che sera appena lasciato alle spalle non ce la vedeva proprio una moneta doro zecchino!
Cosera? chiese. Un ricordo di famiglia?
Il ragazzo fece no con la testa.
Erano... cominci a rispondere.
Erano?
Vuoi dire che ne avete altre in casa? sbott il Mannu.
Niente niente, adesso saltava fuori che il Campesi padre era un numismatico!
Quattro o cinque, concluse il ragazzo.
Tuo padre fa la raccolta? chiese il brigadiere. Ma cos, tanto per dire.
Infatti: No, rispose il ragazzo.
E allora?
Capitolo 59.
E allora!? strill Dorina Brugni.
Allora cosa? ribatt il Canizza.
Cosaveva da strillare? Aveva fatto cilecca, punto e basta.
Poteva capitare, no? Non gli sembrava il caso di farla tanto lunga!
Figurarsi, con tutti i pensieri che aveva per la testa!
Ma quali pensieri... ironizz la Dorina riprendendo, dopo essersi ricomposta, a sparecchiare la tavola.
Il Canizza non ce laveva fatta, punto e basta, aveva dovuto ritirarsi. Era partito allattacco bene, come al solito.Ma il ritmo della sua danza aveva fatto ballare anche quel pensiero: che magari, mentre lui era l a sollazzarsi, quello, il nemico del regime, stesse preparando la fuga o addirittura fosse gi pronto per farlo.
E tutta la potenza era andata a farsi benedire.
Non disse niente alla moglie. Le donne, meno ne sanno meglio .
Vado e torno, comunic.
La donna manco gli rispose. Aveva ancora, per consolarsi, una mezza colonna di morti da leggere sul giornale.Morti veri, pens sorridendo, per i quali non ci sarebbe pi stato ritorno in vita. A differenza di quello che aveva addosso suo marito, che era caduto in un momentaneo sonno per risvegliarsi, ne era certa, pi vigoroso di prima e tornare a inzigarla, magari quella stessa sera.
Capitolo 60.
Cinque, disse il ragazzo.
Cinque monete.
Adesso quattro, cont il brigadiere.
No, tre, corresse Mario Campesi.
Ho perso il conto, osserv il Mannu.
Il giovane assunse unaria di seriet che strapp un sorriso al brigadiere.
Erano cinque, spieg, quando erano arrivate in casa qualche tempo prima.
Arrivate da sole? chiese il carabiniere.
Il ragazzo sorrise.
No, fece.
Le aveva portate suo padre, una sera. Cinque. Le aveva mostrate a lui e a sua madre, senza dire da che parte venissero.Aveva detto che erano monete antiche, di valore, oro puro. E che potevano fare comodo. Tanto che una era sparita dopo un paio di settimane.
Sparita? chiese il Mannu.
Venduta.
Una sera, raccont il ragazzo, la mamma e il pap serano messi a litigare. Capitava. Pi spesso quando il pap non lavorava. Lui non li sopportava quei litigi, allora usciva di casa e stava in giro per un po, tanto non si accorgevano di niente, intenti comerano a gridarsi insulti: rientrava dopo una mezzora, unora per ritrovarsi sotto gli occhi la stessa scena: sua madre seduta al tavolo con le mani sulla faccia, suo padre chiss dove, cio in chiss quale osteria.
Insomma, quella sera la mamma aveva detto che si vergognava di continuare ad andare in bottega a far segnare, la guardavano male, come se chiedesse lelemosina. Il pap le aveva risposto di non rompere le balle. Ma la mamma aveva insistito e aveva tirato fuori lidea di quelle monete.
Se sono cos preziose, aveva detto, vendiamone almeno una, cos tiriamo avanti per un po.
Il pap aveva tentato di resistere ma alla fine aveva ceduto.
Il giorno seguente in casa era comparsa la bella cifra di 200 lire ed i suoi, per la contentezza, si erano baciati sotto i suoi occhi. Anche lui era stato contento. Davanti a quel bendiddio la mamma aveva chiesto al pap se poteva farsi un regalo, comperarsi una cosa che le stava sul gozzo da un bel po. Il pap aveva detto s senza nemmeno chiedere cosa.
E cosera questa cosa? chiese il brigadiere.
Un paio di calze.
A rete, col filo.
Le altre quattro monete il pap le aveva nascoste. In un posto sicuro, aveva creduto lui.
Ma  stato fesso, spar il ragazzo.
Perch lui aveva indovinato il nascondiglio. Era successo quando la mamma era andata a Bellagio dalla nonna e sera fermata l a dormire.
Quella sera, raccont il ragazzo, il pap  uscito dopo cena.
Aveva tirato tardi allosteria, era rientrato un po alticcio.
Credendo che lui dormisse, aveva voluto rimirare il suo tesoro.
Io lo stavo aspettando per, ero sveglio.
Ascoltando i rumori, aveva intuito dove fosse il nascondiglio:
in una fessura tra lo stipite ed il muro della finestra di camera. La finestra, aprendosi, emetteva un cigolo inconfondibile. Il giorno seguente aveva fatto unispezione, le monete erano proprio l.
Latmosfera di casa ne aveva guadagnato: la mamma era felice ed il pap, alla sera, tornava a casa talmente stanco che non gli passava nemmeno per lanticamera del cervello di fare un giro allosteria.
Cos ho creduto che fosse venuto il momento giusto, fece il ragazzo.
Quello per chiedere che gli regalassero una bicicletta.
Risposta, un no quasi allunisono.
Il brigadiere Mannu corrug la fronte, come se quel no lavessero risposto a lui.
E tu? chiese.
Il giovane arross, simpappin: il momento era arrivato.
Tutti i suoi amici ce lavevano una bicicletta, bella o brutta che fosse. Mancava solo lui.
E allora?
Allora, gli servivano i soldi per comperarla, la voleva a tutti i costi sta bicicletta.
Me la sognavo anche di notte, chiar.
Cos hai fregato una moneta a tuo padre, concluse il Mannu.
Il ragazzo conferm con un cenno del capo. Fregargliela era stata una cosa semplice. Pi difficile, dopo il furto, gli era sembrato nasconderla a sua volta e poi portarla fuori casa.
Cos si era inventato di mangiarla.
Tidda se pappada? sbott il Mannu.
Il ragazzo sgran gli occhi.
Te la sei mangiata? tradusse immediatamente il brigadiere.
Inghiottita pi che mangiata. A chi sarebbe venuto in mente che la moneta mancante fosse nella sua pancia?
Suo padre lavrebbe cercata allinfinito e poi magari data per persa. Mentre lui, al momento giusto, aveva fatto il conto di andare a svuotarsi ai giardini di Puncia oppure al parco delle Rimembranze, recuperare la preziosa moneta, nasconderla per bene e poi pensare a come trasformarla in denaro.
Invece  andata male, concluse il brigadiere.
S, fece il ragazzo. E per poco non ci lasciava la pelle.
Capitolo 61.
Mentre scendeva le scale di casa, il Canizza aveva laffare ancora a mezza via. In strada, il montivo velenoso che fischiava dalla vai Muggiasca glielo ridusse ai minimi termini.
Un freddo troia, sempre cos quando andava gi il sole.
E lui, a servire il Partito nonostante tutto!
Pure il giovane Campesi stava scendendo le scale della caserma per essere riaccompagnato a casa dal carabiniere Cassamagna.
Accrtati che entri in casa ma non farti vedere dai suoi, aveva raccomandato il Mannu.
Nessuno sarebbe andato in galera, aveva detto al ragazzo.Poi laveva trattenuto un minuto per chiedergli cosa volesse fare da grande.
Il geometra, aveva risposto quello, con fare da uomo.
Per costruire belle case dove ci fossero cento stanze e almeno una per i bambini, e finestre in grado di riparare dal freddo.
Un uomo di dieci anni.
Il brigadiere aveva sorriso senza allegria. A dieci anni lui era gi orfano. Era cresciuto in casa degli zi: zia Ninna, zio Pino, zio Elsio. Aveva giocato nel castello di Acquafredda, fatto il bagno nella baia di Porto Pino, cacciato tordi in mezzo ai cespugli di mirto e lentischio delle colline di Zinnigas. Pi o meno alla stessa et del ragazzo, un giorno gli avevano chiesto cosa volesse fare da grande e lui aveva risposto. Il carabiniere.Chiss quante volte cambierai idea, avevano riso in coro zii e zie.
Non laveva cambiata, era diventato carabiniere. Anzi, brigadiere.
Tieni duro e ce la farai, aveva detto al ragazzo.
Lo so, aveva risposto lui.
In quellistante il campanello della caserma era squillato.
Davanti al portone cera il segretario Beppe Canizza, il momento del Partito era arrivato.
Capitolo 62.
Freddo troia! sbuff il Canizza entrando nellufficio del brigadiere.
E sera preso il disturbo di uscire solo per metterlo al corrente che fuori si gelava?, chiese il brigadiere.
Eccolo l!, pens il Canizza. Manco il tempo di entrare e quello cominciava a fare lo spiritoso.
No, rispose serio.
Ma obbedendo alle recenti disposizioni...
Quali disposizioni? lo interruppe il Mannu.
Le nostre.
Quelle che consegnavano gli iscritti al Partito a tenere gli occhi aperti e nel caso riferire...
Come? interruppe ancora il brigadiere fingendo di essersi distratto.
Ri-fe-ri-re! ripet il Canizza cercando di non perdere la calma.
Capisco.
Bene: perch in tal caso, visto che il signor brigadiere capiva, aveva gi capito il motivo che laveva portato ad affrontare il freddo troia di quella sera.
Veramente no, rispose invece il brigadiere.
Il Canizza incass il colpo. Espir.
Sono qui per riferire.
Daccordo, fece il Mannu tacendo subito dopo.
Il segretario deglut, non doveva perdere la calma.
Quindi riferirei... part.
Cosa? lo interruppe ancora il Mannu con aria svagata.
Porca puttana, pens il Canizza.
Chiuse gli occhi un istante, giusto il tempo per immaginare di poter prendere a calci nel culo quel brigadiere e fargli fare lintero giro del lago di Como. Lo vide, sempre in quel breve istante, giovane, con i calzoni corti, Balilla, e lui dietro a insegnargli a suon di quella musica come e quanto e perch andasse rispettata la camicia che indossava.
Li riapr quando il brigadiere, sempre con quel tono di sonno prossimo, lo invit a proseguire.
Sbaglio o mi dovevate riferire qualcosa?
Porca puttana, s, pens il Canizza.
E cominci.
Doveva riferire che secondo indizi da lui stesso raccolti quella medesima giornata, prosegu il segretario contenendo a stento il tono della voce, presso il ristorante Il Cavallino cera qualcosa che non quadrava.
E senza la pretesa di voler insegnare ad altri il mestiere, aggiunse anticipando di un amen il brigadiere che aveva aperto la bocca per interromperlo lennesima volta, senza quella pretesa quindi, lui credeva che il fatto meritasse accertamento immediato, priorit assoluta sospendendo momentaneamente quindi lindagine che il signor brigadiere stava conducendo.
Scusate, interloqu il Mannu, ma quale sarebbe lindagine
che avrei in corso?
Il Canizza ridacchi. Ma quello credeva che avesse gli occhi nel culo, le orecchie foderate di salame ed una noce al posto del cervello?
Brigadiere, disse, potete stare tranquillo, non dir una parola, so mantenere i segreti.
Quale segreto? ridacchi francamente il brigadiere.
Il Canizza pieg la testa di lato, acquiescente. Era evidente che il carabiniere giocava a fargli saltare i nervi, ma non ci sarebbe riuscito: in quel momento, infatti, rappresentava la ferrea volont del Partito nel combattere tutti i nemici del regime.
Si spieg.
Laveva visto poco prima il figlio del Campesi uscire dalla caserma. Uno pi uno fa due: per cosa era l, se non per la faccenda del fiorino doro?
Uno zecchino doro in casa di quei morti di fame!Chiss da dovera arrivato. Chiss come cera arrivato! E magari ce nerano altri!
O no, brigadiere? concluse il Canizza.
Cinque, pens il brigadiere Mannu.
Adesso tre.
E non sera chiesto da dove fossero arrivati.
Se lo chiese mentre, affrontando il freddo troia assieme al segretario, si avvi alla volta del Cavallino.
Capitolo 63.
Sul viso del Resegacci, una luna piena, era passata uneclissi quando luomo aveva varcato la soglia del Cavallino.
Il piano di sopra  sotto sequestro da parte dellautorit giudiziaria, aveva replicato il Resegacci quando quello gli aveva detto di dargli una camera.
Lautorit sono io, aveva ribattuto luomo.
Poi gli aveva mostrato una tessera.
Ma  chiuso da pi di un anno, aveva obiettato lalbergatore.
Era in disordine, polveroso...
Posso farvi saltare la licenza domani stesso, laveva interrotto quello.
Il Resegacci si era allora girato verso il quadro dove stavano appese le chiavi delle camere.
Non mi avete visto, aveva detto lospite con in mano la chiave della camera numero 3.
Nemmeno sentito, aveva risposto lalbergatore e laveva seguito salire verso il piano superiore mentre sul viso gli ritornava la solita, paciosa espressione di chi sta per addormentarsi.
Tanto che qualche ora dopo il Canizza, entrando nel ristorante in compagnia del brigadiere, anzich salutare grid: Sveglia!.
Il Resegacci guard prima uno e poi laltro, e una nuova eclissi torn a oscurargli il viso.
Posso essere utile? chiese.
Fu il Canizza a prendere le redini del gioco.
Ascolta, disse.
E che pensasse bene, prima di rispondere. Pensasse alla licenza...
Un altro, pens il Resegacci.
...alla licenza del tuo esercizio prima di dire s o no.
No, rispose comunque lalbergatore.
Da lui non era entrato nessun individuo sospetto qualche ora prima n, men che meno, si trovava l, adesso, nascosto al piano di sopra.
Il Canizza si aspettava che il brigadiere gli rivolgesse uno sguardo di piet.
Come mai manca la chiave della stanza numero 3? chiese invece il Mannu indicando il quadro alle spalle del Resegacci.
Come mai... sospir questi.
Capitolo 64.
Un quarto dora pi tardi il Mannu e il Canizza erano di gi fuori, in piazza, esposti al freddo troia e con due propositi diversi: raggiungere quanto prima la caserma, quello del brigadiere; capire cosa cazzo fosse successo, quello del segretario, a partire da quando, poco prima di uscire, lo stesso brigadiere si era fatto sotto al Resegacci che sembrava fuso col bancone e gli aveva detto: Non siamo mai stati qui, intesi? Se mai vi venissero dei dubbi pensate alla licenza!.
E tre, aveva conteggiato il Resegacci sbattendo appena le palpebre e senza fare domande.
Al contrario del Canizza, che invece avrebbe voluto chiedere, capire come mai, dopo aver fatto irruzione nella camera numero 3, immersa nel buio, ed essersi sentiti intimare da una voce fonda e con uno strano accento di alzare le mani e non fare nemmeno un movimento, il brigadiere aveva risposto parlando unincomprensibile lingua e, ottenuta una breve risposta nel medesimo ostrogoto, sera girato verso di lui e gli aveva ordinato di fare dietro front. Che poi, aveva aggiunto, gli avrebbe spiegato.
Ma una volta fuori, allaria, il Mannu si rifiut di farlo.
Meno sapete meglio , disse.
Il Canizza tuttavia non voleva mollare.
Quello per... interloqu.
Insomma, aveva deliberatamente ignorato listanza di pignoramento del tribunale di Como, li aveva minacciati, forse aveva addirittura usato unarma, chi lo poteva dire?, non avendo acceso nemmeno la luce non erano riusciti a vederlo in faccia...
Lasciate perdere, interloqu il brigadiere.
Lasciar perdere?
Lui, magari. Ma loro, i carabinieri?
E voi? chiese il Canizza.
Non gli sembrava che ci fossero reati da perseguire?...
Di ci non preoccupatevi, consigli il Mannu.
Macme si fa...
Fidatevi, tronc il brigadiere.  per il vostro bene, aggiunse.
Al Canizza salt la mosca al naso.
Al proprio bene sapeva pensare da s, avrebbe voluto dire.
Ma tacque. Perch perdere tempo con un semplice brigadiere, sardo, quindi zuccone, e forse addirittura anti?Pi su, pi oltre sarebbe andato. Dal maresciallo maggiore Ernesto Maccad, comandante in carica della caserma di Bellano.
Battevano le nove al campanile per, non era un orario onesto per disturbare in casa daltri.
Capitolo 65.
Uno spettacolo trovarsi davanti, di prima mattina, lOs de Mort che recitava le sue giaculatorie!
No! rispose secco il Cerevelli, chiudendo per un istante gli occhi, giusto il tempo per rivedere il suo tesoro: aveva ricontato le monete anche quella mattina, uscendo mezzora prima del solito, e le aveva richiuse nella cassaforte animato da sentimenti contrastanti. Era bello averle l, contarle, annusarle, soppesarle, ma sarebbe stato altrettanto bello non vederle pi e saperle in viaggio lungo la via della sua felicit futura.
LOs de Mort non batt ciglio. Riprese pari pari la lagna che aveva appena finito di esporre.
Ve lho gi detto... lo interruppe il Cerevelli cercando nella memoria il nome o il cognome dellassistente contrario. Ma non gli veniva, lo chiamavano tutti con quel soprannome.
Esangui, sospir quello, suggerendogli linfausto patronimico.
Ecco. Esangui, ve lho gi detto.
Non poteva privarsi nemmeno di uno degli operai ingaggiati per portare a termine il lavoro.
Vi faccio presente che si tratta di unopera di estrema
urgenza!
E poi cerano tempi precisi nel contratto che andavano rispettati, lo sapeva bene anche lui.
A meno di non voler pagare penali da far venire i brividi, afferm.
Ma mentiva. Non gliene fregava niente dellestrema urgenza. Non gliene fregava niente delle penali. Non gliene fregava niente di quei tre. Non gliene fregava niente di nessuno. Gli fregava di una sola cosa: che la voce anonima che rispondeva alla parola dordine lumacone aveva dato via libera alla partenza del tesoro quella sera stessa.
Quindi non se ne parlava di licenziare in tronco i badilanti Amilcare Campesi, Lupo Sandionigi e Genesio Maccetti detto Stortn.
Anche se hanno abbandonato il cantiere? alit lOs de Mort.
Eh! fece il Cerevelli.
Serano allontanati, daccordo. Ma erano anche tornati.Tutto sommato il lavoro procedeva secondo le tabelle di marcia.
In fin dei conti non hanno commesso reati tali da...
Vi serve un reato per licenziarli? interloqu lOs de Mort con voce nera.
Perch? chiese il Cerevelli.
LOs de Mort si limit a rispondere con un anemico sorriso: tempo qualche ora, e glielo avrebbe servito.
Capitolo 66.
Da quando era scattata la licenza, il Maccad sera dimenticato di essere carabiniere e pure maresciallo.
Venerd sera aveva chiuso nellarmadio la divisa e da quel momento aveva seguito passo passo ogni momento della giornata di sua moglie Maristella e del secondogenito.Piano piano aveva cominciato a sentirsi come se lavessero rinchiuso in un barattolo di miele e non era passata mai pi di unora senza che lui, col sostegno della moglie, avesse ripetuto che di quegli affarini l, talmente belli e teneri da mettersi a piangere per la felicit...
Sei ne voglio!
Come daltronde avevano deciso assieme il giorno delle nozze. E la truppa doveva essere al completo entro la fine del decennio. Nella testa dei due non ci doveva essere posto per altri pensieri.
N altri il maresciallo voleva farcene entrare, perlomeno finch durava la licenza.
Per cui quando, marted mattina verso le otto, il segretario Beppe Canizza land a disturbare in casa dicendogli che doveva metterlo al corrente di cose assai gravi, lo fece accomodare in sala, gli si sedette di fronte, lo invit a parlare senza per capire granch. Era distratto. Locchio, per tutto il tempo che dur la relazione del Canizza, continuava a scappare verso la finestra che stava alle spalle del segretario, perdendosi nellazzurro intenso di una giornata che si annunciava fredda ma splendida di colori autunnali. Lorecchio invece era teso a cogliere i primi segni di risveglio del neonato.
Vedendo lespressione del Maccad, il Canizza giudic di aver centrato il bersaglio: bene aveva fatto insomma a rivolgersi al comandante di stazione. Si permise quindi di postillare che forse il brigadiere aveva preso sottogamba la questione. Certo, disse, era giovane, inesperto, poco addentro alle cose della politica.
Ma le recenti direttive!
I nemici del regime... i dissidenti... la Svizzera cos vicina...
Capiva la singolarit del caso, un fiorino doro in casa di un muratore!
Tuttavia i nemici del regime... i dissidenti...
Quando il segretario chiuse la bocca, il Maccad aveva percepito nitidamente il primo vagito della giornata.Aveva la testa intronata dalle parole del Canizza, frasi che si incrociavano come i cavedani destate in gara uno contro laltro quando gettava loro un po di briciole di pane nel lago sotto casa. Dissidenti, nemici del regime, monete doro, il muratore, uno straniero, la luce accesa e spenta, il brigadiere Mannu...
Un bosco di parole di cui liberarsi quanto prima onde non rovinarsi la giornata.
Me ne occupo immediatamente, promise al segretario.
Capitolo 67.
La barba non fatta, un cappottone nero buttato, col freddo che faceva, appena sulle spalle, sopra la camicia bianca, quella di servizio, ma col collo aperto: che ci faceva l in caserma alle otto e mezzo della mattina il maresciallo Maccad che non sembrava nemmeno un carabiniere cos combinato?
Maresciallo,  successo qualcosa? chiese il brigadiere Mannu.
Lo chiedo a te, ribatt il Maccad.
Perch non gli piaceva che i suoi carabinieri si facessero bagnare il naso da un Canizza qualunque!
In blocco, lisola da cui veniva si ribell nellanimo del Mannu.
Il Canizza non bagna il naso a un beneamato cazzo! sbott il brigadiere.
Che: Scusate, maresciallo, disse subito dopo.
Ma: Va bene cos, assicur il comandante.
Non si aspettava una risposta diversa. E adesso che serano chiariti, gli spiegasse per bene cosera successo, gli facesse capire cosa aveva spinto il Canizza ad andare a casa sua, se cera in ballo davvero qualcosa di grosso: nel qual caso lui era disposto a interrompere la licenza e rientrare in servizio.
Ma figuriamoci! rise il brigadiere. E liberiamo subito il campo dalla storia del fiorino.
Il fatto non sussisteva sotto il profilo legale, non era di nessun interesse per i carabinieri.
Eppure il Canizza me ne ha parlato come se tu avessi avviato unindagine, interloqu il maresciallo.Su Canizza no andada mancu a funi! sbott il Mannu.
Cio? fece il Maccad.
Parla perch ha la lingua, non segue nemmeno se lo tiri con una corda.
Va bene, approv il maresciallo. Invece quellaltra
faccenda, il sospetto al Cavallino?
Quello... sospir il Mannu.
Ma non pot proseguire.
Lo interruppe il campanello della caserma, obbligandolo a scendere per aprire poich il carabiniere Cassamagna era uscito per commissioni.
Dallo spioncino il Mannu vide lOs de Mort che attendeva in atteggiamento di preghiera. Preghiera funebre, lEterno riposo o simili. Per cui, prima di aprire, si diede una toccatina.
Capitolo 68.
Leone fuori casa e con gli amici, Lupo Sandionigi diventava un ovino docile ed obbediente quando tornava domestico, al cospetto e agli ordini della baffuta moglie Olonia che alle parole, essendo ignorante come una scarpa, preferiva sonore mestolate.
LOs de Mort lo sapeva. La sera precedente, senza curarsi dellorario, era andato a casa del Sandionigi con lo scopo di portare a termine la missione. In piedi, al centro della cucina, come un lugubre angelo della disgrazia, sera rivolto direttamente alla Olonia.
Se vostro marito mi dir cosha combinato oggi assieme agli altri della squadra, lo terr fuori da questa storia e cos avr salvo il posto di lavoro, aveva detto.Olonia sera lisciata il baffo.
Senn... aveva aggiunto con un tono di voce preso in prestito dagli inferi dellintestino.
Il Sandionigi stava gi dormendo insieme a due dei tre figli che aveva involontariamente messo al mondo. Olonia laveva svegliato picchiandogli una mestolata sulla spalla. Prima di lasciarlo andare in cucina, laveva catechizzato a dovere, mestolo sollevato in aria e pronto a calare sulla zucca delluomo, cos che quando lOs de Mort se lera visto comparire davanti, strafugnato come uno straccio, non aveva dovuto ripetere la richiesta. Aveva incassato la confessione con un ghigno da brividi. Se nera andato senza salutare.
Sembra che non tocchi nemmeno terra quando cammina, aveva osservato il pi grande dei figli, Gerundio, che dormiva in cucina, steso su una brandaccia troppo corta per lui.
Era vero, le altrui disgrazie rendevano lieve il passo, e la vita, dellOs de Mort.
Capitolo 69.
Il maresciallo Maccad ascolt impassibile, senza fare commenti, quanto lOs de Mort aveva da dire: si considerava tuttora in licenza, non voleva interferire. Al brigadiere il compito di decidere i passi che riteneva opportuni.Inoltre voleva sentire ci che il Mannu, interrotto dallarrivo dellOs de Mort, aveva da dire circa il presunto sospetto del Cavallino.
Mentre lEsangui snocciolava il suo rosario, il Mannu prendeva appunti.
I nomi dei colpevoli, prima di tutto: Amilcare Campesi, Genesio Maccetti detto Stortn e, lOs de Mort non ebbe esitazioni, Lupo Sandionigi.
Poi stil la lista dei reati commessi: rissa, furto, minacce, appropriazione indebita, atti osceni, insulti.Infine prese nota del luogo dove si erano consumati i reati, losteria del Pellegrino.
Solo allora fu chiaro al brigadiere come mai non avessero avuto notizia di niente.
Tocca comunque procedere, disse a titolo di commento non appena lassistente contrario se ne fu andato.
Bisogna, conferm il maresciallo che si aggiust il cappottone sulle spalle volendo chiaramente far intendere che per lui era suonata lora di tornare a casa: si avvicinava il momento della seconda poppata del mattino, se quindi il brigadiere avesse voluto stringere i tempi e concludere la sua relazione...
Suon invece, ancora, il campanello.
Sar lappuntato, osserv il brigadiere.
Invece no.
Era lui, lospite del Cavallino. Pure lui sardo.
Per questo il Canizza la sera prima non aveva capito una mazza: perch il brigadiere, dopo lavviso di quello a restare immobili e a tenere le mani in alto, aveva compreso di avere a che fare con un conterraneo e gli aveva risposto in dialetto.
Ma chi ? chiese il maresciallo.
Il brigadiere pat un momento di incertezza. Poi sospir.
Glielavrebbe risparmiata volentieri al Maccad quella notizia. Ma a quel punto era inutile perdersi in chiacchiere, avrebbe potuto rendersi conto di persona.Uno dellOVRA, bisbigli.
Al maresciallo il cappottone scivol dalle spalle.
Uno dellOVRA l a Bellano? Un odore di guai sal, prepotente, su per le narici del Maccad.
Ti ha detto come si chiama? chiese, tanto per dire qualcosa.
Capitolo 70.
Ximenes.
Luomo delloVRA era una versione giovane dellOs de Mort. Nero anche lui. Nero tutto, capelli, occhi, barba.Denti, neri di fumo. E giacca, cravatta, pantaloni, scarpe e guanti.
Ximenes? fece il brigadiere Mannu.
Il Nero conferm con un cenno del capo.
Sisinno Ximenes.
Cera qualcosa di strano nel chiamarsi cos?
Il brigadiere abbozz. No, niente di strano.  che lo conosceva uno Ximenes. Uno solo, Bachisio Ximenes.Uno e quaranta di altezza, con le scarpe. Pi alta di lui la doppietta che portava in spalla tutto lanno. Scapolo, aveva fatto della caccia una religione e ci andava sempre, con e senza il fucile.
Il brigadiere risent la voce di zia Ninna.
Bachisio, ce li avreste un paio di conigli? Nel giro di due ore le bestie erano sul tavolo di cucina.
Spesso un giovanissimo Efisio Mannu laveva accompagnato nei suoi giri ed era stato cos che aveva imparato a tirar lacci per i cinghiali, a scrutare i campi per indovinare la rimessa di una lepre oppure a ribattere senza cane le pernici.Bachisio era morto una notte, abbattuto da una fucilata a pallettoni. Dissero che aveva abbandonato la posta che gli era stata assegnata e laltro, credendolo un cinghiale, laveva freddato. Nemmeno adesso per il brigadiere riusciva a credere a quella storia. Non riusciva ad immaginare Bachisio commettere un errore di quel genere, da dilettante.Gli sembrava pi verosimile quello che tutti avevano pensato e nessuno detto: era stato eliminato per vendetta da qualcuno che, come lui, sulla caccia ci campava.Niente di strano, quindi, nel chiamarsi cos.
E da dove venite? chiese il Mannu.
Da Como, rispose il Nero.
Il brigadiere sorrise.
Intendevo di dove siete.
Nuxis, fu la risposta.
Nuxis? sbott il brigadiere. Non ditemi che siete
parente di Bachisio Ximenes?
E voi che ne sapete?
Io? Ma se tutto quello che so di caccia me lha insegnato lui! Il Nero chiar che Bachisio Ximenes era suo zio.
Fratello di mio padre, puntualizz, anche se non andavano troppo daccordo. Io lo vedevo una volta lanno, per Natale. So che  morto sparato, durante una battuta di caccia.
Il brigadiere scosse il capo, cambi discorso.
E come mai fate la spia per quelli l? chiese bruscamente.
Il Nero ingiall.
E voi? ribatt.
Io faccio il carabiniere, non la spia!
Moderate i termini, senn...
U! intervenne il maresciallo Maccad.
Che caspita avevano intenzione di fare? Litigare?
Menarsi l in caserma?
Ognuno fa quello che gli pare, osserv il maresciallo.E subito, poich gli sembr di averla detta grossa: Forse, aggiunse.
In ogni caso altre questioni premevano, pi urgenti, pi gravi.
O no?
Il Nero approv.
Brigadiere, fece il Maccad richiamando il Mannu al lavoro.
Commenti mai seisi ai custasa partisi? domand il brigadiere alluomo dellOVRA.
Seu beniu per una informazioni, rispose telegrafico quello.
No, eh! interloqu il maresciallo.
Cos non andava bene: spiaceva a lor signori far capire anche a lui quello che si stavano dicendo?
Ho bisogno di informazioni, tradusse il Nero.
Ecco perch si trovava a Bellano.
Capitolo 71.
Anche il Nero era un esperto di caccia. Caccia alluomo.
Per quella ragione, a ottobre, da Milano lavevano inviato presso la questura di Como dove cera stato da ballare e cantare. Avevano fermato e interrogato ogni sorta di feccia umana: ladri, invertiti, magnaccia, passeurs, truffatori, cocainomani, puttane, lesbiche, comunisti, mammane, lazzaroni, strozzini e viveurs di tutte le et. Li avevano spremuti per benino, si erano fatti raccontare chi era riuscito a passare e chi ancora si nascondeva.Un buon lavoro, la rete sera riempita, con buona pace di quelli che cerano rimasti impigliati e se ne sarebbero andati a marcire in galera o al confino, ritenendosi fortunati se avessero scampato la pena di morte recentemente reintrodotta dal Gran Consiglio del Fascismo.
Era stato grazie a quel capillare lavoro di interrogatori che il Nero sera trovato faccia a faccia con quel tipo:
Amedeo Gorelli, di Torno, professione agricoltore.
Nessun callo sulle mani per, specific il Nero, e baffetti curatissimi.
La terra non se lera mai neanche sognata. E al Nero era venuta voglia di cucinarselo un po.
Glielho fatto stringere, disse a maresciallo e brigadiere mimando il gesto.
Glielo aveva fatto stringere eccome, a quel fighettino!
Tempo ne aveva.
Ordiner unindagine conoscitiva, gli aveva detto il Nero.
Su chi? aveva chiesto il Gorelli.
Su di voi!
Lespressione sicura aveva avuto un primo cedimento.
Perch? aveva chiesto, la voce gi incrinata.
Per conoscere tutto, gli aveva spiegato il Nero, circa la sua attivit di agricoltore, quanta terra avesse, dove e cosa vi coltivasse di cos delicato e redditizio da non lasciargli alcuna traccia sulle mani dandogli anche il tempo di mantenere baffetti cos curati.
Il Gorelli aveva cominciato a preoccuparsi.
Se cagau in mutandasa, disse il Nero provocando un mezzo sorriso del Maccad, che in quel caso non chiese traduzioni.
Era andato avanti, aveva rincarato la dose dicendo che il regime non tollerava pi i rami secchi: i parassiti, categoria della quale lui gli sembrava fulgido esempio, andavano schiacciati.
Posso collaborare, aveva piagnucolato il sedicente agricoltore.
Ma il Nero non aveva ceduto, aveva voluto tenerlo un altro po sulla graticola.
Collaborare? aveva ribattuto sprezzante.
Credeva davvero che lui avesse bisogno della collaborazione di un inetto pari suo?
Bastava una parola e lavrebbe cancellato dalla faccia della terra!
Voleva farsi una ventina danni di confino? O preferiva forse qualche bellannetto di galera?
Che cazzo di collaborazione poteva offrire?
Il metodo aveva funzionato. Il Gorelli aveva perso la baldanza e sera affidato anima e corpo alla bont di Sisinno Ximenes.
Capitolo 72.
Primo.
Amedeo Gorelli teneva realmente campagna. Nel senso che aveva un padre settantottenne il quale, nonostante let e gli acciacchi, badava ancora alla stalla e allorto.Pi di una volta il vecchio, interrogato ufficiosamente da spiette e ruffianelli, aveva risposto che Amedeo laiutava nei campi. Bugia, atta a coprire un figlio nullafacente che, a un certo punto, aveva cominciato a raccontare in casa di essere entrato in affari, tanto che a volte spariva per giorni interi e quando ritornava indossava sempre un vestito nuovo ed esibiva denari.
Lingresso del Gorelli nel mondo degli affari, come lui li chiamava, era avvenuto per caso qualche anno prima: ventitreenne, sino ad allora non aveva ancora capito cosa gli convenisse fare per sbarcare il lunario. La terra era troppo bassa per la sua schiena: la prospettiva del mondo gli appariva migliore se osservata da un tavolino di caff. E appunto al caff, per la precisione presso il caff Laghi in piazza Cavour a Como, passava gran parte delle giornate, dicendo in casa che usciva per cercare lavoro e ritornando a sera per dire che non gli era riuscito di trovarlo. Quel ritornello sarebbe durato allinfinito se, in un tardo pomeriggio di settembre, mentre guardava larrivo del battello ad Argegno, non gli fosse capitato il colpo di fortuna che aspettava.
Imbruniva, unariaccia fredda soffiava dal lago a decretare la fine dellestate. Il pensiero di aver buttato unaltra giornata lo stava appena sfiorando quando una voce, Giovanotto! dallaccento napoletano, lo aveva riportato alla realt.
Il Gorelli sera guardato in giro. Dietro di s aveva visto, non senza un sussulto, una coppia di regi carabinieri che, pur guardando nella sua direzione, non ce laveva con lui. Era stato piuttosto un anziano che, oberato da unenorme valigia, faticava a percorrere la passerella per scendere dal battello. Aveva passi brevi ed era gobbo: laveva chiamato con levidente intento di farsi aiutare. La presenza dei Regi alle sue spalle aveva convinto il Gorelli al bel gesto. Quindi aveva afferrato la valigia del vecchio, che era davvero pesante, e laveva trasportata sino alla banchina. L il vecchio aveva insistito: non abitava lontano, se il buon cuore del giovanotto lavesse aiutato a portare la valigia sino a casa lavrebbe ricompensato con una bella mancia.
LAmedeo non si sentiva il tipo del cameriere o del facchino, lidea della mancia gli repelleva. Ma due lirette in tasca facevano comodo. Aveva abbozzato e seguito passo passo lo zoppicante individuo che si era inoltrato in Argegno, sino a fermarsi davanti a un portone.L era avvenuto il miracolo.
Perch mentre il vecchio frugava in tasca cercando una moneta per ricompensare il giovanotto, era successo che i grigi baffi delluomo serano staccati dal labbro superiore, cadendo a terra.
Il Gorelli era di sangue freddo, non aveva fatto una piega.
Avete perso i baffi, sera limitato a osservare.
Laltro si era fugacemente passato lindice sul labbro superiore e verificata lassenza del pelo posticcio.Eh, gi, aveva mormorato.
Eccoli qua, aveva ribattuto il Gorelli dopo essersi chinato a raccoglierli.
Grazie, aveva detto il vecchio.
Grazie un cazzo, era stata la replica dellAmedeo.
Laltro laveva guardato un istante, silenzioso: aveva capito che non se la sarebbe cavata con due lire di mancia.Agostino Colluccello, sera presentato.
LAmedeo non aveva battuto ciglio.
Salite, sera arreso il Colluccello, che vi spiego.
Secondo.
Agostino Colluccello era persona nota alla questura di Como. Aveva cominciato a mettersi in luce con una truffa ordita ai danni dei reduci della prima guerra mondiale.Allinizio del 1922, spacciandosi per avvocato, aveva imbrogliato parecchi intelvesi raccontando la fola di una grossa causa che stava intentando contro il governo affinch riconoscesse ai combattenti un indennizzo per il mancato guadagno durante il periodo bellico. Pi di uno era caduto nella trappola. A fregare il Colluccello era stato lavvento del regime mussoliniano. Coloro che gli avevano versato una quota per finanziare limpresa, certi che Mussolini avrebbe riconosciuto le loro giuste ragioni senza bisogno di andare per avvocati, avevano preteso la restituzione del denaro. Cosa che Agostino non era stato in grado di fare avendolo sperperato. La vertenza si era risolta in due tempi: nel corso del primo il Colluccello era stato malmenato, nel secondo era stato denunciato, giudicato e condannato a un paio danni di galera. Alluscita, sapendo di essere un osservato speciale, aveva tralasciato di impicciarsi in traffici che potevano colludere con la politica e si era dedicato al contrabbando. Furbo, ma sfortunato, di tanto in tanto capitava nelle reti delle guardie confinarie. Per cavarsela, poich era un pesce piccolo dalle orecchie grandi per, sera piegato a fare il delatore, denunciando i traffici di cui aveva notizia. Col tempo la sua tecnica si era raffinata. Soprattutto quando non aveva merce di scambio, informazioni da offrire in cambio della personale libert, ricorreva ad una serie di travestimenti per passare inosservato.
La sera del fatale incontro col Gorelli, nella pesante borsa portava un carico di orologi rubati, provenienti dalla Svizzera: smerciandoli, si sarebbe garantito sei mesi di sopravvivenza.Non fosse capitato lincidente del baffo caduto a terra, il Colluccello avrebbe cominciato dal giorno seguente a battere piazze e mercati. Invece aveva dovuto fare i conti con quel giovanotto che, una volta salito nel suo appartamento da scapolo, era andato subito al sodo.
Cosa avete l dentro? aveva chiesto il Gorelli indicando la valigia.
Il mio pane, aveva risposto il Colluccello, melodrammatico.
Quindi aveva aperto la valigia esibendo, in un brillio doro e dargento, almeno un centinaio di orologi.
Amedeo sera sentito padrone della situazione. E a un bivio. Poteva ricattare il Colluccello, farsi dare dieci, venti orologi quale prezzo del suo silenzio, e chiuderla l.Oppure...
Aveva scelto laltra strada, proponendo al Colluccello di entrare in affari con lui. Gli aveva detto che avrebbero allargato il raggio dazione, aumentato il volume degli affari grazie alla capillare conoscenza di un territorio che il Colluccello non aveva mai battuto. Addirittura aveva offerto la stalla del padre come rifugio per merci ingombranti o imbarazzanti.
Oggi con gli orologi, domani chiss! aveva esclamato il Gorelli.
Agostino Colluccello aveva accettato ed era uscito suo malgrado dalla societ un anno pi tardi quando, con la stessa tecnica della soffiata anonima che tante volte gli aveva garantito limpunit, lAmedeo laveva fatto arrestare dalle guardie di frontiera. Ormai non serviva pi, era una palla al piede, un piccolo manovale del contrabbando incapace di pensare in grande, come invece Amedeo Gorelli aveva cominciato a fare.
Capitolo 73.
C un lumacone in partenza da qui, disse il Nero, rivelando il contenuto della soffiata che gli aveva fatto il Gorelli.
Lo sguardo del Mannu incroci quello del maresciallo.
Al Maccad scapp francamente da ridere.
Ma via, esclam, afferrando il cappotto e rimettendoselo in spalla, non  mica la settimana grassa! Il Nero non mosse un muscolo.
Anche lui, sulle prime, aveva pensato che il Gorelli volesse fare il furbo. Cos, tanto per mettere le cose in chiaro, gli aveva sparato uno sberlone che laveva sollevato dalla sedia. In lacrime lAmedeo sera prostrato ai suoi piedi: non aveva alcuna intenzione di prenderlo in giro.Nel gergo che lui e i suoi compari serano dati, lumacone, o lumagt, come pi spesso dicevano, indicava un carico importante, prezioso, che doveva passare il confine in un senso o nellaltro, a tutti i costi. Non contava quando e come. Non contava il tempo che ci sarebbe voluto.Contava il risultato, che il carico giungesse a destinazione.
Da cui il nome in gergo, lumacone.
Ah! fece il Maccad senza pi sorriso sulle labbra.
Un carico di quel genere, prosegu il Nero, era sempre qualcosa di prezioso: documenti, oggetti. O persone!Nessuna ipotesi andava trascurata.
Quindi: A voi risulta qualcosa? chiese.
Movimenti sospetti, facce strane...
Il maresciallo scocc uno sguardo al brigadiere Mannu.
Per intanto... fece questi.
Eh, sono furbi! comment il Nero. Bisogna saperci
fare per beccarli!
Fu il Maccad a intervenire. Aveva notato infatti che la bocca del brigadiere, allequivoca uscita del Nero, si stava per aprire: certamente ne sarebbe uscito qualcosa di spiacevole.
Lappuntato Misfatti, butt l.
Il naso lungo in dotazione alla caserma, lutile serva che raccattava chiacchiere e pettegolezzi...
Ecco, forse lui...
E dov? chiese il Nero.
Appunto, dovera?, chiese il Maccad.
Il brigadiere avrebbe voluto rispondere che da quando lui era in licenza lappuntato se la pigliava comoda.Non pu tardare, rispose evasivo il brigadiere.
Tu intanto va, disse il maresciallo.
E qui in caserma? chiese il Mannu.
Anzich rispondere il Maccad lasci andare un sospiro prepotente come una scuffia di vento: voleva dire che nel frattempo avrebbe tappato lui il buco.
Daltronde la storia del Fiaccoletta conviene chiarirla alla svelta, comment.
LOs de Mort non era tipo che si potesse impastellare con qualche fregnaccia e non parlava a vanvera. Secondariamente cerano di mezzo lavori, pubblici come i soldi che li finanziavano, ulteriore ragione per non prendere sotto gamba la cosa.
La legge  legge, concluse il maresciallo guardando in tralice il Nero.
Capitolo 74.
E non ammette ignoranza, aveva sentenziato lavvocato Ariberto Stefanardi.
Lindo residuo dellormai tramontata belle poque, ottantenne, scapolo, una leggendaria fama di libertino sulle ed alle spalle, aparttico, apolitico e aconfessionale, fedele unicamente alla cravatta alla Lavallire e allottantaduenne domestica Irma che governava la sua casa, lo Stefanardi non lavorava pi da un pezzo ma non smetteva di dare consigli a chi glieli chiedeva ricorrendo a lui poich, oltre allesperienza, rilasciava consulenze gratite.
Aveva fatto cos il pavido orafo Pandolfi, andandolo a trovare la sera precedente. Sera presentato, tremolante come una gelatina, poco prima dellora di cena, pietendo un consiglio che lo togliesse dalle ambasce. Di giudici e tribunali il Pandolfi aveva un concetto infernale. E da quando il professor Cerretti gli aveva dato lincarico di confezionare il collier per lOlghina, lorafo aveva cominciato a sentirsi i ceppi ai polsi e il conte di Montecristo laveva di gi visitato pi volte in sogno.
Sulla porta di casa la Irma gli aveva fatto notare che quella era lora meno adatta per disturbare lavvocato. Il Pandolfi, allo stremo, le aveva detto che si trattava di questione di vita o di morte. La domestica, fattasi subito il segno della croce, era andata a riferire e lo Stefanardi, davanti a tanta riferita gravit, aveva dato udienza al Pandolfi, ascoltandolo pazientemente e spesso interrompendolo per chiedergli di ripetere, poich lorafo di tanto in tanto abbassava la voce come se temesse che qualcuno, oltre allavvocato, potesse ascoltarlo.
Alla fine dellesposizione, una mezzora secca, lo Stefanardi aveva espresso il suo parere.
Certo, aveva detto, ci sarebbe lattenuante della buona fede.
Ma bisognava capire a che punto fossero le indagini dei carabinieri. E se cerano delle indagini. Quindi, in sostanza, se ci fosse reato.
Lorafo, a quel punto, aveva opposto una logica obiezione:
Se i carabinieri non ne sanno niente andarglielo a dire equivarrebbe ad autodenunciarmi!.
Lapalissiano! aveva confermato il vecchio avvocato.
Bisognava andarci coi piedi di piombo, indagare con sobriet e senza fare nomi.
Lo sguardo implorante del Pandolfi era valso pi di tante parole.
Daccordo, aveva detto lo Stefanardi.
Ci avrebbe pensato lui, di tempo ne aveva. E solo dopo, con le idee un poco pi chiare, si poteva decidere la linea di condotta, tenendo presente, appunto, che la legge non ammetteva ignoranze di alcun tipo.
Capitolo 75.
Giusto voi, brigadiere!
Efisio Mannu era appena uscito dalla caserma ma, anzich partire di volata verso losteria del Pellegrino, sera fermato a scrutare di qua e di l nel caso apparisse lappuntato Misfatti: gli avrebbe passato immediatamente il compito di salire a piedi sino a Lezzeno per interrogare il Fiaccoletta.
Era invece comparso lavvocato Stefanardi, splendidamente vestito come suo solito, unarmonia di colori, dal marron del cappello al giallo delle scarpe, passando per il verde marcio del cappotto che ben sintonava alla tersa giornata autunnale.
Conoscendo la logorrea dellavvocato il brigadiere gli disse che andava di corsa.
Dovrei parlarvi di cosa privata e urgentissima, ribatt lo Stefanardi insensibile alla fretta del Mannu.
Qui, in mezzo alla strada?
Lavvocato schiacci gli occhi con un sorrisetto affabile.
Non ho certo affermato che il nostro abboccamento debba avvenire qui, coram populo.
Ben questo volevo dire, fece il brigadiere.
Possiamo parlare in caserma?
Gi quella breve schermaglia gli era costata cinque minuti, calcol il Mannu.
Perch non ne parlate col signor maresciallo? chiese.
Il maresciallo Maccad?
S.
Ma...
In questo momento si trova nel suo ufficio.
Lo facevo in licenza a causa del lieto evento, si meravigli lo Stefanardi.
Vi assicuro che  l, anche se informalmente.
Ma bene! sbott lavvocato.
Pure il passo che stava per fare lui era informale, giusto una chiacchierata: niente di meglio che farla con un maresciallo che, pur presente, era come se non ci fosse.
Caro brigadiere, arrivederci e grazie, salut lavvocato ripartendo col passo misurato del dandy e lasciandosi alle spalle, per quanto parve alle narici del brigadiere, un odore di caldarroste.
Capitolo 76.
Caro camerata.
Ancora!
Beppe Canizza apr nervosamente la busta.
Ma che cazzo voleva, che cazzo aveva ancora da scrivere quel Bombelli?
Il segretario smadonn, camminando in tondo nella barbera vuota di clienti.
Cosa voleva?
Facile immaginarlo.
Caro camerata, mi permetto di scriverti nuovamente per sollecitare una tua risposta circa la questione cui ti accennai...
Accennai!? si chiese ad alta voce il Canizza: quattro pagine fitte, mezza mattina per leggerle!
... nella precedente missiva. Numerose infatti sono allo stato le domande di assunzione giunte negli uffici dello scatolificio.Nessuna peraltro pu vantare un curriculum eccellente come quello proposto da chi sai tu.
Io non so niente! esclam il segretario rivolgendosi direttamente al foglio di carta che aveva in mano.
Se nel frattempo hai gi inoltrato la relazione richiesta...
S, fece il barbiere, aspetta e spera!
...ti prego di perdonare la mia insistenza giustificandola con la necessit di risolvere presto e bene una faccenda che, come avrai capito, mi sta molto a cuore.
E della quale invece a me frega meno di un cazzo! comment il Canizza, appallottolando la lettera poco prima della chiusa con i prescritti saluti fascisti.
Capitolo 77.
Questione di un minuto, massimo due, e brigadiere ed appuntato si sarebbero incrociati.
Quando il Misfatti spunt da via Porta, reggendo nella destra una borsa della spesa, il Mannu era gi nella Pradegiana e stava attaccando la salita che lavrebbe condotto allosteria del Fiaccoletta.
Incontro, comunque, ci fu. Tra lavvocato per, ormai a pochi passi dalla caserma, e lappuntato stesso cui lo Stefanardi, dopo un cortese saluto, chiese di adeguare il proprio passo al suo.
Tanto, afferm, abbiamo la stessa meta.
Venite in caserma? sincurios il Misfatti.
Giustappunto, conferm lavvocato.
E qual buon vento?
Devo scambiare poche parole col signor maresciallo, spieg lo Stefanardi.
Gli avesse detto che andava a denunciare un duplice omicidio il Misfatti ci sarebbe rimasto meno male.
Ma... stava per obiettare chiedendo lumi, quando:
Alla buonora! cal dallalto la voce del Maccad che, non sapendo pi con quali argomenti intrattenere il Nero e nemmeno pi sopportandone la funebre vista, sera messo da qualche minuto alla finestra dellufficio dalla quale godeva unampia vista sul paese e soprattutto sulla sua casa alla Calchera.
Un piccolo miracolo di trasfigurazione si comp allora sotto gli occhi dellavvocato che, pur uso ai pi stravaganti trasformismi, stent a credere: sul viso del Misfatti, sino ad allora ilare, cal una colitica, dolente maschera.La mano sinistra dellappuntato, quella libera dalla borsa della spesa, corse a protezione del basso ventre.
Vivo per caso! uggiol entrando in caserma. Dopodich impose ai presenti il fantasioso resoconto della notte appena trascorsa.
In un andirivieni tra il cesso e il letto! per evidente colpa di qualche cibo avariato che lui e la sua signora avevano incautamente consumato col che, aggiunse sollevando la borsa della spesa, quella mattina sera dovuto piegare, oltre che a imperiose flatulenze, allingrato compito di provvedere lui stesso agli acquisti quotidiani in vece della sua signora, rinunciando forzatamente alla sua solita, impeccabile puntualit.
Capitolo 78.
Allora maresciallo che ne dite? chiese lo Stefanardi terminata lesposizione del caso.
Esposizione impeccabile, forbita. Concepita nel ridondante stile aulico per il quale lo Stefanardi era diventato celebre presso il tribunale di Lecco e non solo quello.Ma, poich il vecchio principe del foro non aveva voluto scoprire le carte, criptica. Tanto che il Maccad non comprese un accidente.
Direi che sarebbe meglio se scendeste tra noi mortali, rispose infatti. Parlare come mangiava.
Dando, specific, nome e cognome agli attori del fatto che, sino ad allora, erano stati evocati con vaghe declinazioni.
Il primo, un eccellente personaggio, e a seguire leccellente personaggio di cui sopra.
Il secondo come Lincauto acquirente.
La terza come La supposta fraudolenta.
Che poi erano diventati lincauto e la supposta gi citati.
Gi che cera, prosegu il maresciallo, gli avrebbe anche fatto un gran piacere se avesse dato corpo al misterioso oggetto al centro del presunto fatto criminoso.
Cos nessuno di noi due perder ulteriore tempo, concluse il Maccad.
Articolando la parola tempo, il viso del maresciallo prese una piega amara, locchio gli scapp allorologio: lora della seconda poppata era ormai passata, addio.Sospir, di concerto con lavvocato che nel frattempo si era arreso alle richieste del carabiniere.
In tutta confidenza, soffi lo Stefanardi.
Il Maccad allarg le braccia: un cristo in croce.
Vi ascolto, disse. Non si poteva pretendere di pi da un maresciallo fuori servizio.
In tutta confidenza i fatti si erano svolti cos.
Giorni prima, presso loreficeria Pandolfi, mentre il titolare era assente, impegnato a riparare una pendola a casa dellingegner Scassacani, sostituito al banco dalla moglie Consolata che spesso affiancava il marito nella bottega e si sostituiva a lui quando era necessario, si era presentata la supposta fraudolenta nei panni di Anita Campesi, moglie del muratore Amilcare Campesi. La presenza in oreficeria di una nullatenente, quale la donna in oggetto, avrebbe dovuto, o potuto, mettere sullavviso la Pandolfi. Ma lei, filantropa, anima candida al pari del marito, non aveva fatto domande se non quella, classica, che si rivolge a chiunque entri in un pubblico esercizio.
Desiderate?
La donna, a detta di Consolata, aveva dapprima esibito un certo impaccio: da attribuire probabilmente allimbarazzo di trovarsi in un ambiente composto, raffinato e silenzioso, ben diverso da quelli che la poveretta era solita frequentare. Alla domanda la Campesi era dapprima arrossita violentemente poi aveva infilato una mano sota el scos che indossava, tanto che sulle prime la signora Pandolfi aveva preso quel gesto per quello di chi cerca, per poi estrarla, una pistola. Invece la Campesi aveva ritirato la mano stretta a pugno, aveva teso il braccio verso di lei e poi, aprendo le dita con un gesto che alla sensibile Consolata aveva ricordato lo sbocciare di un fiore, aveva mostrato ci che nascondeva: una moneta.
Vorreste acquistarla? aveva proposto di getto.
Professionale, lorafa aveva preso un monocolo e per un lungo minuto aveva valutato la moneta: doro zecchino, antica, riportava certe scritte in latino e una data, millequattrocento e qualcosa. Ne aveva stimato il valore attorno alle 150 lire ed era stata tentata di offrire qualcosa di pi, tanto era evidente che di quei soldi la donna aveva estremamente bisogno. Le aveva dato, infatti, ben 200 lire.
A sera Consolata aveva mostrato lacquisto al marito e al Pandolfi era venuto un mezzo colpo. Trattavasi infatti di un ducato veneziano del doge Francesco Foscari. Quella notte, a causa dei pensieri, il Pandolfi non aveva chiuso occhio. Per qualche giorno aveva taciuto, macerandosi nelle speculazioni sul singolare caso. Poi si era deciso a parlarne con la moglie, soprattutto dopo la faccenda del collier. Domenica sera avevano entrambi deciso di rompere gli indugi.
E si sono rivolti a me.
Fin qua ci siamo! sbott il maresciallo Maccad interrompendo lo Stefanardi. Suonavano le dieci e trenta.
Aveva rinunciato allo spettacolo della seconda poppata.Ma nulla gli impediva di verificare, telefonando, che tutto fosse filato per il meglio.
Permettete un solo istante, si scus con lavvocato.
E sollev la cornetta nel momento in cui il Resegacci del Cavallino la deponeva.
Capitolo 79.
Laveva deposta con garbo. Con uno di quei gesti molli che ricordavano la crema pasticciera, grazie ai quali il Resegacci sera meritato il soprannome di Pancotto.
Poi per se lera presa coi santi e anche coi morti, considerato il mese.
Proprio quella notte gli doveva arrivare un lumagt?
Va bene, aveva detto.
Altro non poteva fare o dire.
Gli ordini non si discutono. Ciascuno doveva fare la propria parte. E lui, oltre a quella che gli competeva, doveva fare i conti con quel mal di testa che gli era capitato in albergo la sera precedente.
Un bel problema, del quale lui solo doveva trovare la soluzione.
In fretta, tra laltro: cera poco da riflettere. Non cerano alternative o tempo da sprecare.
Se lospite se ne fosse andato per conto suo in giornata, prima della consegna, buon per tutti e due. Se no, in un modo o nellaltro, avrebbe dovuto sistemarlo. Il lumagt aveva la precedenza assoluta: in qualunque cosa o persona consistesse, non si poteva rischiare il fallimento, la ditta garantiva la consegna, quindi... quindi era meglio che si preparasse allevenienza di doversi liberare dellimportuno.
Sbuff, il Resegacci, nervoso.
Un passo alla volta, si disse.
Prima di tutto: dove diavolo aveva messo quellappunto?
Capitolo 80.
Il piccolo aveva bevuto a saziet, poi fatto il ruttino.Molto bene, pens il maresciallo Maccad tornando poi a rivolgersi allo Stefanardi.
Manca un nome, disse riferendosi alleccellente personaggio.
Lo so, confess lavvocato.
Ditelo, quindi, fece il maresciallo.
Lo Stefanardi guard da sotto in su il carabiniere, sorta di avviso a tenersi forte.
Lo dico ma  come se non lo facessi, avvis prima di rivelarlo, in un soffio. Soffio che provoc una smorfia di disappunto sul viso del maresciallo perch tra tutti gli eccellenti personaggi, veri o presunti, che il paese poteva vantare, dal podest Bonaccorsi al prevosto don Boldoni, al dottor Lesti, al notaio Anfuso, al direttore didattico Percalli, al segretario comunale Antonino Carr, al direttore del cotonificio ingegner Menaballi, il nome che il Maccad avrebbe volentieri fatto a meno di sentire era proprio quello del professor Cerretti.
Il primo pensiero che ebbe dopo la rivelazione fu che leccellenza del personaggio gli avrebbe negato la vista anche della terza poppata. Tenne per s il sospetto.E come sarebbe coinvolto il professore? chiese invece.
Abile, medit lo Stefanardi. Ma lui era avvocato, mica un cuc qualunque: vedeva le trappole delle parole e sapeva tenersene alla larga.
Non lo so, non ho affermato che centri, rispose.
Ribad che era l solo per riferire un fatto: cio, tanto per chiudere il resoconto, che il professore in persona circa una settimana prima era entrato nelloreficeria del Pandolfi per ordinare allartigiano di confezionare un collier con una moneta doro simile a quella che sua moglie aveva acquistato dalla Campesi. Da quel momento lorafo aveva perduto la pace interiore, un timore gli si era insinuato nellanimo.
Quale timore? chiese il Maccad.
Ma come quale, maresciallo!? sbott lavvocato, le rughe della fronte spianate.
Il timore che la moneta acquistata dalla moglie del muratore fosse di provenienza furtiva! E che lui, bench incauto acquirente, fosse incorso nel reato di ricettazione!
Vi sar noto, spieg lavvocato, che mesi fa il Campesi ha preso parte, quale dipendente avventizio dellimpresa edile Cerevelli, alla ristrutturazione della palazzina del professore.
Loccasione fa luomo ladro, aggiunse lo Stefanardi,
non tocca a me insegnarvelo, maresciallo!
E le due monete, a detta dellorafo, erano simili: doro zecchino entrambe, preziose, appartenenti, anno pi anno meno, alla stessa epoca. Potevano essere pezzi di una stessa collezione.
Che non mi sembra proprio poter provenire dalla casa di un muratore.
Quindi, tanto per chiudere la chiacchierata, i due Pandolfi serano decisi per lazione e, nella veste del titolare del negozio, rivolti a lui per averne consiglio.
Ottenendo da me un patrocinio informale, puntualizz lo Stefanardi, e la promessa di un amicale abboccamento per cercare di capire a che punto stanno le cose.Quindi cerano in ballo due monete, non una, riflett il maresciallo. Poteva essere una coincidenza! Veramente... bofonchi tanto per dire qualcosa.
Lo so, lo so, interloqu lavvocato.
Sapeva che, a causa del fausto evento, per il quale si permetteva di porgere le pi sincere congratulazioni a lui e signora, il maresciallo stava godendo un periodo di pi che meritata licenza.
Ma forse qualcuno dei suoi validissimi collaboratori stava gi lavorando attorno al caso, se caso cera!
Affinch la giustizia trionfi e i poveri Pandolfi ritrovino la tranquillit perduta! esclam con enfasi lavvocato.
Insomma, cera ricettazione oppure si era di fronte a un pietoso atto di umanit compiuto in perfetta buona fede?
Le cose cambiavano, osserv ancora lo Stefanardi, secondo come e chi le guardava.
Capitolo 81.
Non sempre.
Il Fiaccoletta, per esempio: era nato candela e candela sarebbe morto.
Alla quarta negazione: Avete subto minacce recentemente?.
No.
Avete avuto a che fare con individui rissosi, violenti o che in qualche modo abbiano turbato lordine del vostro esercizio? No.
Avete visto di recente i badilanti Amilcare Campesi, Lupo Sandionigi, Genesio Maccetti detto Stortn? No.
Siete certo di non avere crediti nei confronti dei test
nominati?
S! No!
S o no?
S, sono sicuro che no!, non ho alcun credito con coloro che avete appena nominato.
Il brigadiere Mannu sera lasciato cadere le braccia lungo i fianchi. Allora arrivederci e grazie, aveva detto.E sera avviato lungo la mulattiera che da Lezzeno scendeva verso Bellano per fare rientro in caserma dove allappuntato Misfatti stava venendo un filo, vero, di mal di pancia.
Capitolo 82.
Poco prima di chiudersi nel suo ufficio con lavvocato Stefanardi, il maresciallo gli aveva affidato il Nero.Occupatevi di questuomo, gli aveva detto.
Un maresciallo in licenza poteva dare ordini?
In ogni caso aveva ubbidito e aveva ascoltato le richieste di quel menatorrone vestito di nero che non aveva nemmeno avuto la buona creanza di presentarsi.Domande, invece.
Se aveva notato facce sospette, se aveva notizie di movimenti altrettanto sospetti, se sapeva chi eventualmente potesse ospitare e nascondere individui sospetti, se sospettava qualcuno di attivit ostili al regime, se tali sospetti fossero ancora allo stato di sospetto puro o non gi supportati da prove concrete, se leventuale sospettato avesse un nome ed un cognome e fosse gi nel mirino dei controlli da parte di loro carabinieri...
No, no e no, non aveva potuto fare altro che rispondere lappuntato Misfatti. Sentendosi per, via via che quello snocciolava il suo rosario sospettoso, sempre meno carabiniere e sempre pi delinquente, merc gli occhi neri dellinquisitore, il cui sguardo sembrava volergli perforare losso cranico per arrivare nel punto esatto dove si nascondeva la verit. Cos che a un certo punto una strizzettina dolorosa al basso ventre laveva avvisato che stava per giungere lora di una visita al cesso.
Sentite, aveva allora proposto interrompendo il Nero,
signor...
Niente da fare.
S? aveva semplicemente detto.
Lappuntato gli aveva spiegato quale fosse il suo compito in caserma: le informazioni.
Se volete quindi vi posso mostrare le copie delle stesse, quelle che riguardano lultimo mese.
Il Nero aveva fatto un cenno di assenso.
Vado a prenderle, aveva gioito lappuntato. Senza aggiungere che, prima di ogni altra cosa, si sarebbe chiuso per una decina di minuti nel cessetto della caserma, lontano dallo sguardo cupo di quel lavativo - o lassativo? - tutto vestito di nero.
Capitolo 83.
Mulattiera del cazzo, tappezzata di foglie di castagno marce e ricci macerati dallumidit. Infida, scivolosa.Con le scarpe che aveva ai piedi, il brigadiere Mannu rischiava di andare col culo per terra ogni due per tre.Non pot fare altro che scendere con ridicoli passettini da fighetta sperando che nessuno lo notasse, poich si rendeva conto che, cos, faceva n pi n meno la figura di una macchietta buona per la filodrammatica. Soprattutto lo preoccupava il pensiero che il maresciallo sospettasse che se la stesse prendendo comoda, come invece, al Nero, sugger di fare lappuntato Misfatti dopo avergli messo sotto il naso la pila delle informative pi recenti.Della colica non cera pi traccia tra le pieghe del suo intestino: gli era bastato starsene chiuso una decina di minuti nel cesso, guardando dalla finestrella il movimento in piazza Grossi per smorzare londa del dolore e soprattutto guadagnare il diritto a passare la rogna. Erano ormai le dieci e trenta passate infatti, ora in cui, dordine, gli toccava andare alle Rgie Poste per ritirare la corrispondenza della stazione.
Per cui: Fate pure con comodo, aveva detto al Nero.
E se avesse avuto bisogno di qualcosa, si rivolgesse al carabiniere Cassamagna, da poco rientrato in caserma.
Capitolo 84.
Eccolo, trovato!
Il Resegacci tir un bel sospiro, il primo passo era compiuto.
Si asciug il sudore dalla fronte, perch aveva temuto di averlo perduto.
Invece, per fortuna, cera.
Dispieg, sotto gli occhi famelici, con quelle sue belle dita tonde, luganeghette, il famoso foglietto.
Acqua di Sedlitz.
Sale inglese.
Soluzione di Debouve e Gourin.

Perfetto, mormor.
Come diavolo si potessero tenere a mente quei nomi era un mistero. Ma mica era tenuto a farlo. Si fece un caff col quale brind al ritrovamento.
Poi si mise in tasca lappunto e usc.
Capitolo 85.
Uscito, rispose il carabiniere Cassamagna alla domanda del maresciallo.
Lappuntato Misfatti era uscito per recarsi alle Rgie Poste e poi anche in municipio dove aveva detto lo attendevano faccende da sbrigare senza peraltro specificare in cosa consistessero.
Il brigadiere?
Il brigadiere non era ancora tornato.
Il Maccad guard lorologio, le undici erano passate da pochi minuti.
E... quello? chiese ancora.
Quello nero? rimand il Cassamagna.
Proprio.
Quello nero, chiuso nellufficio del signor brigadiere, stava compulsando carte, le famose informative.
Capitolo 86.
Informativa del 7 ottobre 1930 avente oggetto linfortunio sul lavoro occorso a De Magnani Ernesto.
Il De Magnani, uomo sobrio e di cui mai la locale stazione si  dovuta occupare salendo su un ponteggio cadeva al suolo per il cedere di un asse. Non si poteva ascrivere allincuria della ditta o degli operai il cedimento di detto asse.
Informativa del 13 ottobre 1930, avente oggetto una richiesta della ditta Codego di Verolanuova relativa allordine di un ingente quantitativo di piastrelle per pavimenti effettuato presso la bellanese Bignami & fratelli.
La ditta bellanese Bignami & fratelli, produttrice di piastrelle per pavimenti,  azienda economicamente solida ma soggetta ai variabili umori dei soci, fratelli, i quali spesso litigano tra di loro, mettendo a dura prova la pazienza di clienti e fornitori.
Informativa del 15 ottobre 1930 avente oggetto Panbianchi Sergio, Eccelsi Leonardo e Didionigi Luca in relazione alla domanda presentata dai nominati per essere assunti dalle Ferrovie dello Stato.
Nulla da eccepire circa laffidabilit e la moralit di Eccelsi Leonardo e Panbianchi Sergio.Circa il Didionigi si osserva che la di lui madre, concepitolo nel 1908 senza aver contratto regolare matrimonio, lo affidava poi alle cure delle suore del Brefotrofio della Divina Bont in localit Tresenda, provincia di Sondrio, per riprenderlo due anni pi tardi e ritornarlo nuovamente alle stesse suore dopo un anno di convivenza. Dal palleggio il Didionigi aveva ricavato una certa quale instabilit di carattere che lo rendeva individuo propenso a sconforti o accessi dira.
Informativa...
Capitolo 87.
Acqua di Sedlitz, ordin il Resegacci.
Il farmacista Previtali, che aveva un viso simile a quello di un Galeno il cui calco in gesso campeggiava cupamente dalla parete di sinistra della farmacia per chi entrava, non si scompose.
Per un clistere derivativo, chiese, oppure in
polvere?
Il Resegacci ebbe un attimo di indecisione. Non sapeva cosa rispondere. Spar a caso.
Polvere.
Fanno...
Del sale inglese, prosegu imperterrito il Resegacci.
Sciolto od in buste?
Le buste da quanto sono?
Dieci grammi e...
Il Previtali, didattico, avrebbe voluto spiegare che una busta sarebbe bastata per tirare a pomice un uomo di ottanta chilogrammi, ma il Resegacci non glielo consent.Due buste, comand.
Basta cos? chiese lo speziale.
No.
No?
Vorrei anche una soluzione di Debouve e Gourin.
Il Previtali si fece smorto. Non erano affari suoi, ma con tutta quella roba...
Avete dei cavalli? chiese, non resistendo alla curiosit e subito scusandosi per lincauta intrusione negli affari privati di un cliente.
No, rispose comunque e lietamente il Resegacci.
Allora doveva sgorgare una tubatura intasata, riflett il farmacista.
Ma tenne per s il pensiero.
Capitolo 88.
Informativa del 24 ottobre 1930.
La confetteria Viglienghi di Lecco chiedeva lumi su Scazzotti Maria necessitando di assumere una commessa ed essendosi lei offerta.
Il Misfatti rispondeva che della moralit della
Scazzotti non ci si poteva fare garanti essendo
noto che la stessa, non pi tardi di sei
mesi prima, si era offerta a Reginaldo Parperi,
proprietario della casa di tolleranza sita in
Lecco in via dellIsola numero 14, quale prestatrice
dopera e rifiutata dallo stesso Parperi
poich proveniente da Bellano, paese in cui
anchegli era nato.

Informativa del 31 ottobre 1930 riguardante Libero Vergottini.
Nessuno aveva chiesto informazioni circa il soggetto ma lappuntato Misfatti si faceva un dovere di informare la tenenza di Lecco che il Vergottini, socialista dichiarato, gi noto per azioni di disfattismo e dissidenza, era il principale sospettato quale autore di una scritta in calce comparsa sul lungolago Tommaso Grossi tre giorni prima e che recitava Crapa pelada piazza di piocc, nella quale tutti i maggiorenti del paese avevano ravvisato, deplorandola, una precisa intenzione di svillaneggiare Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio Benito Mussolini.
Finito di leggere questultima il Nero sbuff.
Non era quella la strada giusta. Bisognava, pens, che prendesse in mano lui la situazione, coordinasse lui le indagini. Se, insomma, in quel paese si nascondeva un carognone, solo lui poteva snidarlo, non certo quei tre carabinieri che si occupavano di piastrelle, orfani e potenziali troie. Immagin come, immersi in quella miseranda routine, si fosse ammosciato il loro istinto indagatore.Gli potevano essere utili per, a patto che si lasciassero guidare dalla sua esperienza.
Carabiniere! grid.
Il Cassamagna, che per non perdere lattimo si era prudentemente appostato appena fuori dalla porta, scatt.
Comandi!
Dite al signor maresciallo che ho necessit di parlargli.
Capitolo 89.
Proprio quando aveva cominciato a sentirsi sicuro il brigadiere Mannu era scivolato. Mancavano una decina di passi alla fine di quella mulattiera del cazzo, la scalinata che dallingresso basso del cimitero portava in piazza della chiesa era gi in vista.
Un attimo di distrazione e, via!, il piede sinistro era scivolato su un ciottolo, il Mannu aveva perduto lequilibrio ed era caduto allindietro, atterrando prima col sedere e poi con la schiena. Prima di alzarsi sera guardato in giro per assicurarsi che nessuno avesse assistito al volo.Quindi aveva ripreso la strada restaurando landatura da fighetta, un passettino dopo laltro sino a quando era sbucato in piazza della chiesa dove aveva finalmente potuto riprendere unandatura normale.
Qualcosa per non andava. Fu lo scaccino Big a insinuargli il dubbio. Lo incroci, si salutarono senza fermarsi ma, fatti due passi, il Mannu ebbe la sensazione che quello gli avesse piantato lo sguardo sulla schiena. Pure passando davanti al forno del Panozzi, in piazza santa Marta, il brigadiere ebbe la netta impressione che due donne, intente a ciacolare sulla soglia della bottega, gli guardassero la schiena. Infine quando, a met via Cavour, due bambini risero al suo passaggio, il brigadiere decise che gli ci voleva uno specchio per guardarsi dietro.
La barbera del Canizza era l, sottomano. Controll da fuori, era vuota.
Entr.
Era ora, mormor il Canizza.
Era ora che il brigadiere gli spiegasse per bene la manfrina della sera prima.
Gli si fece incontro.
Venite avanti tranquillo, disse, non c nessuno.
Ho bisogno di uno specchio, non perse tempo il Mannu.
Dapprima per vedere e poi per togliere unenorme foglia di fico che gli si era appiccicata e modellata sul didietro: tanto bene che a guardarla di fretta sembrava che lui se ne andasse in giro con le chiappe allaria.Tenete, disse il brigadiere allungandola al Canizza.
Ma...
Buttatela via.
Veramente... interloqu il barbiere.
Scusate ma ho molta fretta, tronc il Mannu.
Tanta, davvero, al pensiero che il signor maresciallo non vedeva lora di tornarsene a casa.
Capitolo 90.
Non la vedeva, infatti.
Non vedeva pi lora.
Lontani lontani gli sembravano la casa, il neonato, le poppate.
Irraggiungibili ormai, da quando, dopo aver incassato le confidenze dellavvocato Stefanardi, aveva dovuto far fronte alla perentoria richiesta del Nero.
Ho bisogno di tutti gli uomini che potete mettermi a
disposizione!
Tutti gli uomini siamo quattro, aveva risposto il Maccad venendo meno alle regole del buon italiano. Di cui uno  in licenza, aveva anche postillato parlando di s come di un altro.
Lo si pu sempre richiamare, aveva suggerito il Nero: urgenti motivi di servizio!
E gi, sera afflosciato il maresciallo.
Ma a cosa diavolo gli servivano?
Era stato l l per chiederlo, vinto dallineluttabilit del suo destino, quando il brigadiere Mannu aveva suonato annunciando il suo ritorno.
Ormai erano le undici e trenta.
Capitolo 91.
Tutto pronto, gli acquisti appena effettuati in farmacia disposti con ordine sul tavolo della cucina: il Resegacci si freg le mani dopo aver ripassato il piano. Per scrupolo aveva anche dato libert al cuoco il quale, giovane e con una nuova morosa piuttosto viscolina, avrebbe voluto abbracciare il suo datore di lavoro per il regalo.
Oggi cucino io, aveva detto lalbergatore che in verit ai fornelli se la cavava piuttosto bene.
Tanto, per il lavoro che ci sarebbe stato...
A domani, aveva salutato.
Poi aveva guardato lorologio.
Ula, le undici e trenta!
Capitolo 92.
Pure Lidio Cerevelli aveva chiesto lora.
Ci vuole ancora molto? grid poi.
Grid, anche se il capomastro cui aveva rivolto la domanda era di fronte a lui, quasi sullattenti davanti al tavolaccio nella baracca di quattro pali e tetto in lamiera che ospitava una specie di ufficio di direzione dei lavori.Grid per vincere le voci, le grida, i rumori di mazze, picconi e badili che riempivano laria. Ma anche per dare sfogo alla tensione che col passare delle ore aveva sentito montare dentro di s.
Ci siamo, quasi, rugg il capomastro.
Come quasi?
Il capomastro lo invit a fidarsi: entro sera il muro, intercapedine compresa, sarebbe stato completato.
Speriamo, esal lOs de Mort che era l sin dalla mattina.
Nonostante avesse parlato sottovoce, lo sentirono bene sia il capomastro sia il Cerevelli. Un alito di carogna si diffuse nella baracca.
Avete dei dubbi? chiese il capomastro.
S, dichiar lassistente contrario.
Gli pareva che la base andasse rinforzata di pi. E, anche, che andasse fatta pi larga per sostenere la pressione di una colonna di dieci metri di cemento. Il capomastro non replic, n lo fece il Cerevelli: scrupoloso o carogna che fosse, lOs de Mort non ci avrebbe pensato pi di tanto a chiedere la sospensione dei lavori e una perizia suppletiva.
Il Cerevelli ragion alla velocit della luce.
Facciamo come dice lui, ordin poi. Rinforziamo!
Capitolo 93.
Il brigadiere Mannu si present al maresciallo con un viso da santo bastonato.
Si scusava, disse, per aver impiegato cos tanto tempo tra andare e venire. Inutilmente tra laltro, perch il Fiaccoletta aveva negato ogni cosa.
Quindi... tent di concludere il Mannu allargando le braccia.
Quindi niente, tagli corto il Maccad.
Caso chiuso, pratica archiviata, fuori uno!
E avanti un altro! disse con sofferenza.
Sarebbe a dire? chiese il brigadiere.
Abbi pazienza un minuto, lo invit il superiore.
Avvocato Stefanardi? Prego.
Lavvocato era l, seduto nellufficio del maresciallo. Si riscosse da unimmobilit contemplativa che gli aveva disegnato sul volto un ineffabile sorriso. Tossicchi e senza alzarsi dalla sedia riassunse brillantemente i fatti.
Ci preme quindi sapere se abbiamo ricevuto denunce da parte del professore, concluse il Maccad.Il nome preferiva evitare di pronunciarlo, scaramanzia.
Denunce di furto, naturalmente, precis lo Stefanardi.
No, replic subito il brigadiere.
Un sorriso paradisiaco comparve sul volto del Maccad.
Lo sguardo fil immediatamente al suo cappottone.
Fece un passo verso lappendiabiti.
Per... butt l il Mannu.
Il maresciallo blocc la marcia di avvicinamento. Il Mannu lo guard, si strinse nelle spalle: glielo avrebbe detto prima se non fosse stato interrotto dallarrivo dellOs de Mort. Lavvocato pieg la testa di lato, come invitando il brigadiere a concludere la frase.
Cera una cosa che, spieg il Mannu, sia il signor maresciallo sia il signor avvocato era utile sapessero.
Un passo indietro, il Maccad torn alla sedia.
Cio?
Aveva lugola stretta.
Che le monete in questione sono cinque, comunic il brigadiere.
Il maresciallo sedette, lo Stefanardi sgran gli occhi.
Cinque? sbott. La faccenda si complica.
Come cinque? si aggreg il maresciallo, la voce un soffio.
Cinque in partenza. Adesso tre, disse il brigadiere.
Sul viso del maresciallo cal linverno. Lavvocato invece ringiovan.
E come sarebbe? chiese.
Il brigadiere sollev la mano destra con le dita ben staccate una dallaltra.
Cinque erano quelle che il muratore Campesi aveva portato in casa prendendole chiss dove.
Meno una, e nascose il pollice, quella che sera incastrata nella gola del ragazzo.
Meno unaltra, e abbass lindice, quella che la moglie del muratore aveva venduto ai Pandolfi.
Per un totale residuo, appunto, di tre, fin di conteggiare.
Capitolo 94.
E adesso? usc dalla gola del maresciallo, un groppo unico per il resto.
Denunce non ce n, lo ribadisco, and in suo soccorso il Mannu.
Per... interloqu lo Stefanardi.
Avvocato, scusate, fece ancora il brigadiere.
Gli sembrava importante, continu, quasi decisivo osservare che, oltre al fatto che non ci fossero denunce...
Potrebbe anche non averla fatta. O non ancora, osserv lavvocato. Si sa com fatto il professore... A volte preferisce risolvere le cose da s.
Daccordo, disse il Mannu sospirando.
Ma poteva anche darsi che non ci fossero denunce perch non cera furto!
Insomma, si spieg il brigadiere, se il professore era un collezionista una volta operato il ragazzo e trovatasi per mano quella moneta lavrebbe riconosciuta se fosse stata sua.
O no?
Lo ammetto, rispose lavvocato.
Quindi possiamo con tutta ragione ritenere che non ci sia alcun fatto delittuoso su cui indagare, concluse il brigadiere.
Il Maccad, che aveva seguito il colloquio come se fosse a bordo di un ring, guard riconoscente il brigadiere.Bravo! pens. Gli aveva sistemato lavvocato.
Sembrava, invece.
Perch subito dopo lo Stefanardi emise un singolare sbuffo dal naso: segno che, se anche era finito al tappeto, stava comunque rialzandosi.
Tuttavia... rilanci infatti.
Nonostante non potesse che concordare col limpido ragionamento del signor brigadiere...
Il Maccad strinse gli occhi, quelle che uscivano dalla bocca dello Stefanardi non erano parole, vaselina pura piuttosto.
... non poteva dimenticare di essere avvocato.
Lui avvocato, e loro carabinieri.
E allora? chiese il Mannu.
E allora, prosegu lavvocato, se la sentivano in tutta coscienza di trascurare una formale dichiarazione?
Scusate, avvocato, prese la parola il maresciallo, ma
di quale formale dichiarazione state parlando?
Ma di quella, rispose lo Stefanardi, che avrebbe rilasciato di l a un minuto a tutela dei Pandolfi nella quale si preparava a mettere nero su bianco quanto gi detto a voce poco prima e che sarebbe divenuta il primo atto ufficiale di quella vicenda oscura.
Se non c delitto meglio per tutti, afferm lavvocato.
Ma se cera, prima o poi sarebbe saltato fuori e allora lonest di comportamento dei due orafi non avrebbe potuto essere messa in dubbio.
Limpidi nellagire, sentenzi lo Stefanardi.
Perch, aggiunse, cinque monete doro nel patrimonio personale di un poveraccio quale il Campesi non riusciva ad immaginarle.
Ma non toccava a lui scoprire da dove provenissero.
Capitolo 95.
Vero, ammise il brigadiere Mannu.
Ma dopo, quando lo Stefanardi, con passo frusciante, se nera gi andato. E a quattrocchi col maresciallo, che faceva tenerezza quanto il suo cappottone afflosciato sulla sedia.
Fu guardando quello e non il superiore che il Mannu, in qualit di facente funzione di comandante, si permise di riassumere la situazione.
Che, punto primo, lui carabiniere, in quanto tale, non poteva fare lo struzzo e fingere di non sapere. Ma, punto secondo, gli pareva che per non schiacciare calli sarebbe stato meglio prendere la faccenda un po alla larga. Quindi, punto terzo, la prima cosa da fare sarebbe stata appurare dove il muratore aveva preso quelle monete. Per, punto quarto, gli sembrava opportuno non allarmare il muratore stesso dandogli lagio di inventarsi balle depistanti.Allo scopo, punto quinto, suggeriva di sentire il suo, pur occasionale, datore di lavoro, geometra Lidio Cerevelli, noto frequentatore della casa del Cerretti, per sapere se il professore avesse una collezione di monete e se il Campesi avesse mai avuto occasione di arrivarle a tiro. In caso, punto sesto, di risposta affermativa si poteva procedere alla convocazione del muratore e relativa strizzatura.
Derivava, punto settimo, da quanto sopra, la necessit di mandare qualcuno a Ombriaco per chiedere al Cerevelli di scendere in caserma.
E gli sembrava, concluse, punto ottavo, che quella missione spettasse allappuntato, ormai tornato dalle Rgie Poste, visto che lui era appena rientrato e non aveva nessuna voglia di rimettere a rischio le ossa su quella mulattiera del cazzo.
Dopodich, nono e ultimo punto, il signor maresciallo era libero di tornare alla propria casa e ai propri affetti.E il Nero? sbott il Maccad.
E gi, il Nero.
Capitolo 96.
Brigolava, il Nero, aveva gi il piano bello e pronto. Puntuale, preciso, infallibile. Che avrebbe lasciato a bocca aperta quei carabinieri cacciatori di piastrelle e zoccole.
Punto primo, anche lui: innanzitutto richiamare dalla licenza quello che mancava.
Lasciate stare, rispose il Maccad affranto, gi fatto.
Bene.
Perch aveva bisogno di tutti gli uomini della caserma...
Per farne che? si intromise il Mannu.
Smorto, il Nero lo guard.
Punto secondo.
Presidiare il paese, telegraf.
In quattro? schizz fuori dalla bocca del maresciallo, cinque con lui?
Sul viso del Nero si dipinse un sorriso dastuzia: era ovvio che avesse sottomano la soluzione. Cera anche un punto terzo, ma non aveva intenzione di rivelarlo subito.Mi servir una mappa, comunic per tutta risposta.
Il carabiniere Cassamagna buss in quel momento.
Che sia gi arrivata? scherz mica tanto sottovoce il Mannu.
Scusate, maresciallo... disse il Cassamagna.
Che c?
Se non cerano contrordini, lui andava a preparare, ormai era mezzogiorno.
Per tre, quattro o cinque? si inform.
Il Maccad era allo stremo.
Per quanti vuoi, disse in un soffio.
Capitolo 97.
LOs de Mort si defil per lasciare campo libero allappuntato Misfatti, posizionandosi una decina di metri fuori dalla baracca.
Sentiva niente, ma non gli importava.
Conosceva gi il motivo della presenza del carabiniere.
Gli bastava guardare per averne conferma: il Cerevelli aveva osato sfidarlo ed eccolo servito!
Lappuntato Misfatti che parlava col sedicente geometra, certamente per chiedergli di indicargli i tre rei, Genesio Maccetti, Lupo Sandionigi, Amilcare Campesi, onde tradurli in caserma.
E il Cerevelli che si metteva le mani nei capelli, indicava con un ampio gesto del braccio il cantiere e rispondeva concitato, sicuramente cercando di muovere a compassione lappuntato, dicendo che in un momento come quello non poteva privarsi nemmeno di un uomo.
Quindi il Misfatti che rispondeva, senza parole per, semplicemente allargando le braccia, la legge  legge, gli ordini non si discutono.
E le altre braccia, quelle del Cerevelli che cadevano lungo i fianchi.
Una catacombale euforia invase lanimo dellOs de Mort quando vide i due guardarsi in viso per qualche istante senza parlare e poi il Cerevelli chiamare il capomastro, dirgli qualcosa e poi...
E poi qualcosa non quadr.
Fu quando, partito il capomastro, il Misfatti fece un gesto con la mano al Cerevelli, un servizievole dopo di voi, e questi si avvi in compagnia dellappuntato.
Capitolo 98.
Il Resegacci si sentiva come un pistolero prima di un duello, teso al punto giusto e pronto a entrare in azione.
Aveva gi acceso il fuoco per metter su un risottino alla sua maniera, invenzione sua, risotto del laghe. Poi un paio di lavarelli burro e salvia.
Prendere o lasciare, il menu era quello.
Capitolo 99.
Pasta e fagioli. Non cera altro. Un avanzo oltretutto.
Discretamente abbondante, ma...
Il carabiniere Cassamagna non era certo che sarebbe bastato per quattro o addirittura cinque persone.
Guard la pentola dove giaceva sconsolato, quasi presentisse di non riuscire a soddisfare lappetito dei commensali, lavanzo freddo della pasta e fagioli.
Il modo per rimediare cera. Trucchetto, furbizia da oste.Che aveva imparato negli anni in cui, in quel di Rivanazzano, prima di farsi carabiniere aveva lavorato presso la trattoria della Rana Felice, aiuto cuoco. Minestroni, zuppe e consomm erano sempre pronti, poich il proprietario, secondo la necessit, comandava di diluirli con acqua di fonte.  vero che alla fine del giochetto venivano servite sciacquature scipite, ma, se qualcuno se ne lamentava, loste padrone non faceva che incolpare lui, gratificandolo di calci in culo davanti alla clientela, per dimostrare la seriet della sua gestione. Era stata anche quellumiliazione a fargli scegliere lArma. Tuttavia adesso quellesperienza tornava utile.
Aggiunse quindi cinque, sei mestoli dacqua allappiccicoso ammasso, spruzz una generosa manciata di sale e mise a scaldare a fuoco lento.
Cos, ragion il Cassamagna, se non gli stomaci avrebbe almeno avuto di che riempire i piatti. Pure nel caso si fosse aggiunto alla compagnia lappuntato Misfatti e magari, perch no?, anche il geometra Cerevelli che era appena giunto in caserma scrollando la testa perch non capiva.
Capitolo 100.
Non capiva il motivo della convocazione in caserma, lappuntato Misfatti non era stato in grado di chiarirglielo nonostante glielo avesse chiesto pi volte adeguandosi al passo da turista del Misfatti, mentre lui avrebbe voluto scendere dalla mulattiera come se sciasse.
E proprio in un momento critico per i lavori, spar dun fiato al Maccad non appena gli fu davanti.
Alla parola critico il Nero, che allingresso del Cerevelli sera avvicinato alla finestra e sera messo a scrutare con intenzione il panorama, si gir.
La mappa!
Datemi un minuto, disse il maresciallo a Lidio.
Ce ne vollero quasi cinque per trovarla. Nel terzo cassetto di sinistra della scrivania. In verit un po incartapecorita, giallastra.
 tutto quello che abbiamo, disse il Maccad tendendola al Nero che la afferr con due mani.
Il Maccad torn a rivolgersi al Cerevelli.
Aveva una sola domanda da fargli.
Dite.
Il Maccad fece per parlare. Qualcosa lo blocc, annus laria.
Pasta e fagioli, spieg il brigadiere.
Sulla fronte del Nero comparvero rughe: ben altro bolliva in pentola, e quelli pensavano a mangiare?
Dimpeto usc dallufficio per dare immediatamente avvio al punto terzo del suo piano.
Capitolo 101.
Mangiare? chiese il Resegacci incredulo.
Ma se sembravano sullorlo della tomba!
Lui tremolante come una gelatina, lei invece ferma, fin troppo, rigida, come fosse caricata a molla. Pallidi e magri entrambi, li circondava un odore di vecchio armadio.
Erano entrati al Cavallino quando mancavano pochi minuti a mezzogiorno. Sentendo il campanello dellingresso, il Resegacci sera battuto le mani sui fianchi: finalmente la partita cominciava. Invece sera trovato faccia a faccia con quei due ectoplasmi: che fossero scappati dalla casa per anziani?
Buongiorno, aveva esalato la donna mentre luomo, dopo essersi guardato in giro per un po: Com tutto cambiato, aveva sospirato.
Cambiato cosa? aveva chiesto il Resegacci per la sua disgrazia.
Perch, alla sua uscita, la donna era partita in tromba e parlando come se avesse un flauto in gola gli aveva innanzitutto detto che si chiamava Bertina Sentierini in Veranazzi.E il Veranazzi, che era il marito, sentendosi chiamato in causa, era uscito dalla tomba, sera chinato appena appena, giusto per non spezzarsi, e aveva declinato il proprio nome: Ostento.
Era cambiato tutto, o quasi tutto, da quando loro due, lei diciannove, lui venti anni, nel 1870, serano sposati l, a Bellano, benedetti nellunione dallallora parroco don Tremonti.
Sapeva lui che l, dove sorgeva II Cavallino, allepoca cera una gran villa?
Sapeva niente, aveva risposto il Resegacci.
Con tanto di giardino a lago, aveva sospirato il trasparente Ostento.
Te lo ricordi? aveva chiesto lei.
Come potrei...
Eh! aveva mormorato lOscar, come potrebbe...
sessantanni fa...
Invece...
Come potrei dimenticarlo? era sbottato lui, anemico.
Dimenticare il luogo in cui laveva vista per la prima volta! Non solo se lo ricordava. Ma aveva ben presente anche la giornata, il momento preciso in cui lei gli era apparsa.
Era il suo primo giorno di servizio in casa dei signori, aveva specificato Ostento.
Fine settembre. Unaria languida nel cielo. Unaria di addio, di partenza. Mancava un mese alla chiusura della villa. E poi i proprietari...
Gente di Como, gli Scarti della seta, sapete? Morti da un pezzo, aveva specificato Bertina.S, morti anche loro, sera accodato luomo.
Un mese ancora e poi i proprietari sarebbero ritornati in citt.
Bertina era stata assunta il giorno prima: una delle serve sera beccata il tifo e, come si usava allepoca, era stata licenziata in tronco. Bertina laveva sostituita e al suo apparire quel primo giorno di servizio...
La grazia e larmonia, aveva detto Ostento.
Il Resegacci aveva annuito.
Capite? aveva chiesto Ostento.
Pi o meno...
La grazia e larmonia della stagione,  suoi colori...lansia di cogliere il momento, il tempo che fuggiva... aveva ansimato Ostento.
Tutto gli era sembrato riassunto in lei quando laveva vista in quel lontano e tardo pomeriggio mentre serviva il t.
E me ne sono innamorato, aveva confessato luomo.
Era ora, aveva pensato il Resegacci, un occhio alla porta, nella cui cornice sperava di vedere comparire quello da un momento allaltro, e un altro allorologio che segnava le dodici passate da una decina di minuti.
Bertina aveva squittito.
Anchio, aveva detto.
Anche lei sera innamorata. Non subito. Cio, subito.
Ma non laveva dato a vedere, non sarebbe stata cosa. E, col beneplacito dei genitori, aveva seguito i signori nella casa di Como, assunta in pianta stabile dopo le buone prove che aveva offerto durante il mese di settembre.Giusto un mese pi tardi per aveva fatto ritorno a Bellano.
Laggi, in quel di Como, n lei n Ostento erano riusciti a tenere segreta la loro passione. La signora Laura Boriggia in Scarti se nera accorta: non le sfuggiva niente, era dovunque e aveva spie nella servit. Cos, era stata licenziata su due piedi: la padrona non permetteva che tra il personale servente si allacciassero relazioni, ritenendole dannose allandamento del servizio e alla dignit della casa stessa.
A casa quindi, aveva confermato Bertina.
Con in tasca le quattro lire della liquidazione e nel cuore un peso al pensiero di ci che lattendeva.
Cio? aveva chiesto il Resegacci che ormai era caduto nelle maglie della vicenda.
Botte, aveva risposto Bertina.
Botte?
Da orbi!
Perch i suoi genitori non avevano voluto credere allinnocenza del suo racconto.
Chiss cosa aveva combinato!
Sera comportata da sfacciata?
Aveva rubato?
Aveva rotto qualcosa di prezioso?
Aveva dato scandalo?
Non lo voleva dire?
Gi botte allora, botte da orbi, che prima o poi la lingua le si sarebbe sciolta e avrebbe confessato.
Botte per un mese. Tanto che a un certo punto era stata tentata di confessare una colpa che non aveva, purch smettessero.
Sennonch...
Senza vederla non era pi vivere, era intervenuto Ostento.
Aveva sopportato un lungo mese ed alla fine aveva preso la sua decisione: sera licenziato, nonostante la Boriggia gli avesse detto che se ne sarebbe pentito. Coi quattro stracci che componevano il suo bagaglio e in tasca i risparmi era salito a Bellano con la precisa intenzione di portare allaltare la Bertina.
Bene! aveva esclamato il Resegacci.
Mica tanto, laveva corretto la Bertina.
Perch erano cominciate nuove botte.
Per chiss quale colpa, aveva perduto un posto doro.
Non solo, adesso aveva anche la pretesa di sposare uno spiantato, un buono a nulla che di mestiere cosa mai faceva?
Sapevo fare un po di tutto e niente di preciso, oltre al cameriere, aveva detto Ostento. Ma avevo ventanni e la buona volont non mi mancava.
Ai genitori di Bertina quellaffermazione era sembrata avere le stimmate del lazzarone. E, guardandogli le mani linde, pulite, senza un callo, lo avevano giudicato inabile al lavoro. Cos avevano messo sotto chiave la Bertina e avvisato il giovanotto di tenersi alla larga.
Ma lamore vince su tutto, aveva interloquito la donna, trovando anche un po di sangue per arrossire.
Perch Ostento non sera arreso. Da Bellano se nera andato, deciso a trovare un lavoro che lo riabilitasse agli occhi dei genitori di lei. Era finita per che aveva dato fondo ai risparmi e un lavoro vero e proprio ancora non laveva trovato. Non che non lavesse cercato: ma scaricare sacchi dai comballi o azionare un mantice per tutta la giornata non erano occupazioni consone alle sue forze.
Sempre stato esilino, laveva difeso la Bertina: un fisico pip montato su un carattere tranquillo e compassato, un animo da cerimoniere.
Appunto, aveva confermato Ostento.
Appunto, perch, alla disperazione, luomo sera rivolto al signor prevosto, a quel don Tremonti...
Che a farlo santo subito sarebbe la cosa pi giusta, aveva commentato Bertina.
Il sacerdote, dopo averlo ascoltato per bene, sera convinto della bont dei loro sentimenti. Conosceva la testardaggine dei genitori di Bertina: aveva chiesto solo qualche giorno per pensarci e infine aveva fatto loro la proposta. Un suo collega, tal don Giustasassi, prevosto in Carcano, paesino del comasco, cercava da tempo un sagrestano:
giovane, affinch gli garantisse continuit, e sposato, in modo da mettersi al riparo da colpi di testa.Accettai senza esitare, aveva detto Ostento.
Bravo! era esploso il Resegacci.
Don Tremonti aveva anche affrontato i genitori della Bertina: che non si opponessero alla divina volont!
Li aveva quindi maritati e il giorno stesso, subito dopo il rito, erano partiti a bordo di un biroccio, verso la loro nuova vita.
Da allora non erano mai pi ritornati a Bellano.
Solo quel giorno, scaduto il sessantesimo anniversario delle nozze, avevano deciso di farlo, sentendo una specie di richiamo. Viaggio di nozze, dargento e doro, anniversario da festeggiare degnamente.
E per farlo, dopo aver assistito alla messa in parrocchia e aver pregato per tutti i morti che serano lasciati alle spalle, adesso erano l, nel luogo dove sorgeva il teatro del loro antico amore, e volevano mangiare.
Va bene, si arrese il Resegacci mentre suonavano le dodici e trenta.
In fondo, un piatto di minestra non si negava a nessuno.
Capitolo 102.
Ebbene s, aveva appena risposto il Cerevelli alla domanda del maresciallo: il Campesi aveva fatto parte della squadra che aveva ristrutturato parte della palazzina del professore.
Anzi... gli sfugg.
Anzi cosa? spararono allunisono brigadiere e maresciallo.
Lidio smadonn mentalmente.
Scemo che era! Adesso per contargliela, altro che un minuto!
Meno male che stavano suonando le dodici e trenta e su al cantiere si sarebbero fermati per mangiare, mezzora, non di pi.
Massimo alluna devo essere su, disse.
E io a casa, ribatt senza crederci il Maccad.
Avanti, quindi.
Allora, riprese il Cerevelli, gli era scappato un anzi perch era stato in quelloccasione che si era reso conto di quanto il Campesi fosse in gamba. Grazie a una finestra, una finestra bifora, dotata di raffinati serramenti che dava sul lato della strada e che il professore aveva voluto far chiudere per aprirne una identica sul lato che dava nel cortile interno. Lavoro di fino di cui il Cerevelli aveva dato incarico a tal Pressanti che, dopo una settimana, era ancora al punto di partenza. Fino a che si era trattato di smontare i serramenti e oscurare la finestra, tutto liscio. I guai erano cominciati dopo, quando sera trattato di farne una identica. Un giorno, davanti agli ennesimi balbettii del Pressanti sulla difficolt del lavoro, al Cerevelli era scappata la pazienza.
Chiamer qualcun altro! era sbottato.
Ci vuole niente, era uscito a dire il Campesi.
Laveva guardato senza parlare.
In due giorni  fatta, aveva ribadito il muratore.
Detto e fatto. Un lavoretto coi fiocchi. Rare le mani che lavoravano cos bene. Peccato che appartenessero a una testa matta, a un umore instabile, incline allanarchia.
Tant che i carabinieri in persona gli stavano chiedendo informazioni su di lui.
Si pu sapere quindi cosha combinato? chiese il Cerevelli.
Capitolo 103.
La riva di Mrcate.
La riva di Gittana.
La riva delle Tre Madonne.
La confinaria, cont ancora lappuntato Misfatti.Confinaria? chiese il Nero. Perch mai? Boh, rispose lappuntato, la chiamano cos.Va bene, andiamo avanti.
Lappuntato torn a corrugare la fronte cercando di fare mente locale.
La riva della spiaggetta, riprese mentre il Nero prendeva appunti e segnava con una ics sulla cartina.
Era stato lui a sequestrare il Misfatti nellufficio del brigadiere.
Non cera tempo da perdere e mentre il maresciallo sbrigava le sue beghe di campagna lui aveva voluto andare avanti col piano e, col Misfatti, voleva compitare un elenco completo dei punti critici del paese.
Sulle prime lappuntato non aveva capito cosa quello intendesse per punti critici.
I luoghi, gli aveva spiegato il Nero, dai quali un uomo che necessita di fuggire pu agevolmente e nascostamente salire su una barca per traversare il lago di notte.Minchia! aveva pensato lappuntato.
In un paese con quattro chilometri di costa, ce nerano di posti, come li chiamava quello, critici! Rientranze, grotte, darsene, rocce, rivette...
Sera messo a disposizione. Tanto, sera consolato, non mancava molto alla pausa pranzo, dopodich avrebbe escogitato il sistema per passare a qualcun altro lonore di sopportare quel grattacoglioni.
Quando le dodici e trenta risuonarono nelle sue orecchie, il Misfatti, con un sospiro e tono di voce conclusivo, spar: La riva dei Pelate! Conciatori di pelli.Va bene, sospir il Nero. Andiamo avanti.
Avanti?
Ma lo sapeva o no quello che tra i tanti doveri di un carabiniere cera anche qualche diritto, come mangiare?
E non lo sentiva nellaria, lieve, morbido, linvitante profumo della pasta e fagioli che il carabiniere Cassamagna continuava a diluire con acqua, un mestolo dopo laltro?
E voleva andare avanti?
Roba da matti!
Capitolo 104.
Davvero, roba da matti!
Risotto.
Due lavarelli due, a testa.
Un quarto di vino bianco, lui.
Lei, rosso: il bianco le faceva acidit.
Tutto sbafato alla velocit del suono, come se fossero sessantanni che non mangiavano.
Il Resegacci, per la sorpresa, attratto, affascinato dallo spettacolo dei due vecchietti che, nonostante fossero senza denti, avevano fatto sparire quel bendiddio in un batter docchio, sera dimenticato di mangiare.
Non solo.
Aveva dimenticato il lumagt, latteso ospite che invece non arrivava, il tempo che passava.
Alluna per dovette tornare coi piedi per terra. Fu quando lOstento lo chiam con un gesto della mano per chiedere se fosse possibile avere due belle fette di formaggio di latteria.
Di quello invecchiato, specific, che faceva pizzicare un po la lingua.
A patto che non gli crepassero l, osserv il Resegacci con assai poco stile.
Faremo due passi poi, per digerire, lo tranquillizz la Bertina. Ho tanto desiderio di rivedere la puncia del Cane.
Capitolo 105.
La puncia del Cane.
La riva dei Cantoni.
Quella dei Tavazzi.
Il ss de lolc. Sasso dellallocco.
La darsena dei Figlioletti, sotto la villa omonima, disabitata in quella stagione, ottimo posto per nascondersi.La riva di Pest.
La riva del Moc.
La riva sotto lospedale e quella un po prima dellalbergo Meridiana.
Lappuntato Misfatti si ferm un istante per tirare il fiato e inalare il profumo, sempre pi denso e affascinante, della pasta e fagioli.
Basta? chiese il Nero.
Ma va! fece lappuntato.
Ce nerano, ce nerano ancora di punti critici di merda!
Ma si doveva concentrare. E cos, a stomaco vuoto...
Avanti allora!
Avanti!

Capitolo 106.
Resti tra noi, soffi il maresciallo Maccad.
Ma, dopo averci pensato pi di un minuto, aveva considerato che, forse, il Cerevelli aveva la risposta che cercavano.
In fin dei conti, oltre ad aver lavorato in casa sua, non girava voce che fosse in una certa intimit col professore?
Pi con la nipote,  vero. Per, se non era zuppa, era pan bagnato.
Quella nipote che lui non aveva mai visto ma che lappuntato gli aveva descritto come brutta oltre ogni dire...Per nipote, e del professor Cerretti.
Quindi...
Tra noi, ribad.
Perch era cosa delicata, delicatissima...
Facesse conto di non essere in caserma...
Daccordo, disse il Cerevelli.
Tenesse presente che loro carabinieri non avevano alcuna prova, nemmeno mezza, uno straccio, unombra...Va bene.
Che si muovevano nel buio, ben attenti a non pestare calli...
Ci siamo intesi.
... al solo scopo di capire...
Maresciallo... proruppe il Cerevelli picchiando il dito sul quadrante dellorologio: ormai era luna!
Daccordo, fece il Maccad. Per quanto vi consta, in casa del professor Cerretti esiste una collezione di monete antiche? Per un istante al Cerevelli venne meno il vocabolario.Perch? chiese dopo un po.
Fu la prima parola che gli ritorn alla lingua.
Fra tutte, forse la meno adatta.
Capitolo 107.
Uninsinuante puzza di bruciato cominci a solleticare le narici del Cerevelli.
Fu lui, tra tutti, il primo a sentirla.
Prima ancora di quella, vera, che mise in allerta il naso di volpe dellappuntato Misfatti.
Vuoi vedere... mormor tra s, piantando in asso il Nero e filando nellufficio del maresciallo dove trov tutta la compagnia naso per aria, intenta a fiutare.
Capitolo 108.
Il carabiniere Cassamagna, visto che gli altri tiravano tardi, sera portato avanti e aveva mangiato la parte di sua spettanza della pasta e fagioli: non male, un po salata, forse.
Poi aveva abbassato al minimo la fiamma del fornello.
Quindi, seduto, le gambe allungate sotto al tavolo, la testa sostenuta dalle mani intrecciate dietro la nuca, aveva lasciato andare un rutto e, al ritmo dei borbotti che salivano dalla pentola, non aveva resistito e sera addormentato.
Manco lingresso di maresciallo, brigadiere ed appuntato lo svegli.
Al vederlo, il Maccad si port un dito alle labbra.
Sssh! fece.
Quel viso giovane che nelle pieghe del sonno aveva assunto un fare bambinesco lo commuoveva, gli faceva pensare al sonno in cui probabilmente era immerso adesso il suo secondogenito: peccato rovinare lincanto in cui era avvolto il Cassamagna.
Il Mannu spense il fornello. Lappuntato invece, dopo aver dato unocchiata al contenuto della pentola, scosse la testa, tutto da buttare. Uscirono camminando sulla punta delle scarpe. Subito dopo il carabiniere si svegli. A sua volta annus laria, percep odore di bruciato.Volse lo sguardo al fornello: poteva essere la pasta e fagioli?
Si gratt la testa. Gli sembrava di ricordare che aveva solo abbassato la fiamma. O laveva spenta?
Boh, mormor.
In ogni caso lavanzo di pasta e fagioli era da buttare.
Capitolo 109.
Lelenco  pronto, concluse il Nero.
Il maresciallo, rientrando in ufficio, se lera ritrovato di lato alla scrivania, in posa di comando, lo sguardo acceso.Dietro di lui il Misfatti, faccia da fame e capelli lievemente scompigliati.
Lo guard per un istante, stupendosi tra s del fatto che in quel breve lasso di tempo appena trascorso sera quasi dimenticato di lui. E, completamente, dellelenco, ammesso che gliene avesse parlato.
Che elenco? chiese.
Quello dei punti critici.
Critici...
Esattamente, conferm il Nero. Quelli che andranno
presidiati a partire da...
Presidiare? interloqu il Maccad in bambola. Ah!, certo, si corresse assumendo lespressione di una foglia in novembre.
Ma il Nero non prosegu.
Occhieggi il Cerevelli che stava ancora seduto, le mani in tasca adesso.
Era il caso di parlare dei fatti loro davanti a estranei?, voleva dire quello sguardo.
Capitolo 110.
Fuori, allaria aperta!
Lontano da quellodore di bruciato!
Il Cerevelli, sulla soglia della caserma, inal almeno un paio di litri daria. E il sentore di bruciaticcio, di cui aveva le narici impregnate, sal e dilag con prepotenza nel cervello.
Se i carabinieri stavano ficcando il naso in quella faccenda non cera pi nemmeno un secondo da perdere.
Come avevano fatto a sapere, era un mistero.
Pure quanto ne sapevano era un mistero.
Terzo mistero, doloroso, dove volevano arrivare?Vatti a fidare del tono del Maccad, delle domande che gli aveva fatto. In via informale! Niente di pi facile che dietro ci fosse un bel trappolone se lui avesse sbagliato le risposte.
Le aveva sbagliate?
No, non gli pareva.
Daltronde mica poteva negare che il Campesi avesse fatto parte della squadra che aveva ristrutturato parte della palazzina del Cerretti. E circa la presenza di una eventuale collezione di monete doro in casa del professore, aveva fatto bene a star sul vago.
Proprio non saprei dire.
Ma adesso?, si chiese il Cerevelli.
Fossi carabiniere cosa farei adesso?
Cazzo, si rispose, interrogherei il Campesi!
Magari sempre informalmente, ma comunque l, in caserma, facendogli intendere che erano sulle tracce di certe monete doro e stavano interrogando questo e quello, cercando di capire da dove fossero sbucate...Bon, si disse il Cerevelli, basta fare il carabiniere.
Fossi il Campesi invece, cosa risponderei?
La verit, porca puttana!
Cio di averle trovate, e non rubate, mentre, per obbedire a un ordine del sedicente geometra Cerevelli, stava ispezionando i locali delle ex scuole di Santa Marta onde farsi unidea precisa di quanti uomini e quanto tempo servissero per portare a termine rapidamente il lavoro: era evidente che, pur non credendolo possibile, aveva lasciato qualche moneta e il Campesi, trovandole, le aveva intascate. Altrettanto evidente che i caramba stavano fiutando qualcosa.
Poco oltre il cimitero il Cerevelli si ferm: doveva tirare il fiato e riordinare le idee.
Bando alle parolacce!
Per, vacca puttana!, quando ci volevano...
Perch, si disse tornando per un momento ancora carabiniere, se tale fosse stato non avrebbe dato pieno credito alla dichiarazione di una testa matta come quella del muratore, avrebbe verificato: cio, avrebbe riconvocato se stesso, ovvero Lidio Cerevelli, per chiedere se, prima dellispezione del Campesi, avesse notato la presenza di un buco nel muro.
Nel caso cosa avrebbe risposto?
S?
No?
Boh!
Di una sola cosa il Cerevelli si sent certo: qualunque cosa avesse detto, un conto era farlo col suo tesoro al sicuro, un altro sapendolo ancora a rischio.
E di unaltra cosa soprattutto era certissimo: che non cera nemmeno un secondo da perdere.
Capitolo 111.
Presidiare onde impedire che il carico annunciato prenda il largo, aveva appena finito di spiegare il Nero.
Va bene, consent il maresciallo. Fin l cera arrivato anche lui.
Ma quanti sono questi punti critici? chiese.
Il Nero non li aveva contati. Fece un cenno allappuntato Misfatti che rispose agitando la mano nel gesto del pi o meno: Una ventina.
Bene, disse il maresciallo. Perch era a quel punto che i conti si ingarbugliavano.
E noi invece? il maresciallo.
Quelli che siamo, rispose il Misfatti.
Ecco, fece il maresciallo.
Come si poteva pensare di presidiare, di notte, venti punti cosiddetti critici in cinque?
Il Nero sorrise. Evidentemente sapeva come risolvere il problema.
Il punto quarto del suo piano.
Voglio immaginare che anche in questo paese esista una sezione di Partito.
Maresciallo e brigadiere si guardarono.
Fu lappuntato a rispondere.
Certo.
Convocatemi il segretario, ordin il Nero. Lo voglio qui tra dieci minuti.
Capitolo 112.
Il Canizza aveva appena finito di fare scarpetta nel piatto che, solo un quarto dora prima, conteneva una porzione di cassola sufficiente per due, quando il campanello squill.
Masticando lultimo boccone intriso di puccia, sapeva benissimo che la cassola voleva la polenta ma se ne fregava, preferiva il pane.
Ordin alla moglie: Chiunque sia, mandalo al diavolo!.
La Dorina si alz, and alla finestra, scost appena la tendina e sbirci di sotto.
E se fossero i carabinieri? chiese poi.
Capitolo 113.
Il Misfatti obbediva e taceva. Mica glielo sapeva dire il motivo di quella urgentissima convocazione in caserma.
Per aveva fame. Quindi, una volta fuori, gli disse di precederlo, lui dietro.
Cazzo, al Canizza venne pi di un sudore! Che lappuntato temesse una sua fuga? E perch? Il misterioso incontro della sera prima gli sugger lidea di essersi trovato, seppur involontariamente, nel posto sbagliato e al momento sbagliato.
Involontariamente?, ribatt una vocina.
Ma se era andato lui in caserma, se ce laveva portato lui il brigadiere al Cavallino!
Dio santo, se fosse rimasto attaccato alla Dorina invece di dare retta a quel bigolo del federale e ri-fe-ri-re!
Per non dire delle parole del brigadiere, oscure, misteriose: meno ne sapete meglio !
A met strada, il segretario ripet la domanda: proprio il signor appuntato non aveva la pi pallida idea del motivo per il quale lo stava accompagnando in caserma?No, rispose il Misfatti.
Sapeva, per, di avere una fame imperiosa. E che dai vestiti del Canizza emanava un potente effluvio di cassola.In mancanza di meglio lappuntato aveva deciso di approfittarne, accontentando per il momento il solo olfatto: prima o poi sarebbe venuto in mente anche agli altri che ogni tanto bisognava mangiare!
Quando il segretario fu nellufficio del maresciallo, al cospetto di questi, del brigadiere e di quello tutto vestito di nero, si sent come se fosse davanti al Tribunale Speciale.Era ormai pronto, comunque, a sentirsi accusare di qualcosa.
Il Nero aveva parlato, guardandolo negli occhi, misurato, preciso, determinato.
Volete i nomi? balbett il Canizza.
Il Nero fece s col capo.
O bestia, tutto l?, pens il barbiere e sorrise sollevato.
Voleva i nomi? Eccoli.
Panateo Astenio.
Uletti Fanzio.
Pellicani Luigi.
Zucchetti Primo.
Codega Anzio.
Sepolti Chiaro.
Settici Pinetto.
Decimi Arengo.
Dipoi Cesto.
Belini Creto.
Profumo Vinci.
Menaballi Persio.
Civetti Ernio.
Cerevelli Lidio.
Avanguardisti alcuni, puntualizz il Canizza, camerati tutti, comunque. Sempre pronti alla chiamata del Partito, che peraltro non ha avuto molte occasioni sino a oggi per metterli alla prova.
Bene, fece il Nero: insieme con lui, il segretario, il Maccad, il Mannu, il Misfatti e il Cassamagna facevano venti. I punti critici erano belli e sistemati.
Loccasione  arrivata, comunic allassemblea. Alle
quattro vi voglio tutti qui!
Un lungo sospiro invase laria dellufficio. Era stato il Misfatti, verso cui conversero gli sguardi di tutti.Se nel frattempo mangiassimo qualcosa? chiese.
Fu sul Nero che gli occhi di tutti tornarono: ormai comandava lui!
Fu daccordo.
Anche perch di tempo per cenare questa sera non ce ne sar.
Ragione di pi, concluse tra s lappuntato, per salutare la compagnia e partire al volo verso casa, dove la moglie lavrebbe accolto con una serie infinita di lamentele per via del ritardo.
E voi? chiese il Maccad al Nero, temendo di doverne sopportare la vista anche mentre mangiava.
Ho sentito dire che la cucina del Cavallino  ottima, disse questi.
Vero, conferm il maresciallo. Lavrebbe detto anche se faceva schifo.
Sempre che sia ancora aperta a questora, osserv il Mannu.
Il Nero non fece una piega.
Se non lo fosse gliela faremo riaprire, mormor senza sorriso.
Capitolo 114.
Come no! fece il Resegacci frenando a stento lentusiasmo.
Aveva quasi perso la speranza di vederlo tornare e cominciato a preoccuparsi per quello che gli toccava fare di l a poche ore: ricevere il carico, aspettare che facesse notte, mettersi in barca e portare il lumagt di l, qualunque cosa fosse. Era un lavoro che voleva tranquillit, nessun impiccio tra i piedi per filare via liscio, come stare in una catena di montaggio, una filiera che non ammetteva interruzioni di sorta. Il lavativo che gli era capitato tra i piedi la sera prima rischiava di diventare un ostacolo alloperazione. E chi, insieme con lui, gestiva quei traffici non avrebbe certamente gradito incidenti di percorso.
Per cui: Come no! ribad.
Per uno come il signore, declam sorridendo, cucina sempre aperta.
Vi posso preparare un bel risottino e un paio di lavarelli burro e salvia. Gradite? Gradiva. Ma di lavarelli gliene bastava uno.
E da bere, bianco o nero? chiese il Resegacci.
Gazzosa.
Gazzosa? Non avrebbe mai sperato, il Resegacci, in tanta fortuna.
Capitolo 115.
Due fili di pasta la signora Maccad li avrebbe preparati per entrambi, aveva detto il maresciallo al brigadiere.
A meno che tu non preferisca fare compagnia a quello, aveva aggiunto, scherzando.
E due fili di spaghetti la signora Maccad li aveva preparati volentieri.
Per non per giocarci, come il Mannu stava facendo dopo due bocconi.
Gi sazio? chiese il Maccad rivolgendosi a lui ma guardando estasiato la moglie Maristella che, seduta a capotavola, teneva in braccio su pippiu che tittava e tittava.Riflettevo, rispose il brigadiere.
Sul Nero?
No.
Su quello, per quanto odiosi fossero lui e il lavoro che faceva, aveva le idee chiare, nemmeno un dubbio: non era venuto a Bellano per niente. A suo giudizio, per, gli affari che trattavano gente come quella non era cosa che potesse riguardare i carabinieri.
Politica, soffi il Mannu.
E a lui, personalmente, dare la caccia a qualcuno per la sola ragione che non la pensava al suo stesso modo faceva schifo.
Daccordo, fece il maresciallo. E allora?
Il brigadiere osserv per un momento il groppo di spaghetti sulla forchetta: dirlo, non dirlo?
Dimmelo, va, lo invit il padrone di casa.
Il Cerevelli, sput il brigadiere.
Il Cerevelli cosa?
Boh. Per non riesco a non pensarci, rispose il Mannu.
Non riusciva a cacciarselo di testa.
E come mai?
Sciocchezze.
Ma gli era suonato strano quel perch?.
Quello che gli era uscito di bocca di getto dopo che il signor maresciallo gli aveva chiesto delle monete.Rispondere a una domanda con unaltra domanda...
Gli era sembrato che il Cerevelli volesse sapere dal maresciallo il motivo di quella domanda, come per prepararsi la risposta giusta.
 unimpressione mia naturalmente, vaga, vaghissima, continu il brigadiere. Per, poi, quel gesto che ha fatto... ... quel gesto che aveva fatto subito dopo, infilarsi le mani in tasca...
E be? chiese il Maccad.
Be, gli fece eco il brigadiere, il tono della voce gi pi sicuro, sino a un minuto prima quellorologio spinto sotto gli occhi del signor maresciallo sembrava il padrone unico della sua vita...
Aveva presente il maresciallo?
Alluna, non oltre, doveva essere su al cantiere!
Poi invece... non gli importava pi del tempo che passava, addio orologio, come se gli fosse venuto in mente qualcosa di pi importante.
Ma cosa?
Magari lo sapessi, rispose il Mannu.
Il maresciallo diede unocchiata al bimbo che ciondolava.
Non so che dirti... mormor.
Pure il brigadiere aveva notato che su pippiu stava scivolando verso il sonno. Abbass il volume della voce.
Secondo voi sarebbe tempo perso se andassi dal Campesi a chiedergli dove ha trovato quelle monete? chiese sottovoce.
Il Maccad rispose quasi in silenzio.
A patto di non mancare lo storico appuntamento delle quattro, disse nel momento esatto in cui la testa del Maccad piccolo crollava tra gli abbondanti seni della signora.
Capitolo 116.
Alle quattro del pomeriggio la caserma dei carabinieri sembrava una piazza darmi.
Per questioni di spazio e comodit i convenuti erano stati lasciati nellatrio al piano terra, mentre il Nero aveva salito un paio di gradini della scala che portava agli uffici.
Prima di presentarsi al manipolo di camicie nere, insieme con il Canizza aveva valutato uno per uno i punti critici nonch le qualit, fisiche ed intellettuali dei convocati assegnando ai pi dotati, di massa muscolare soprattutto, quelli maggiormente disagiati, nascosti, periferici, insomma gli approdi che un transfuga avrebbe certamente prediletto. Poi aveva concordato la linea dazione: ciascuna sentinella dotata di un fischietto, un fischio prolungato il segnale dallarme. Di fischio in fischio lavviso sarebbe arrivato a lui che, presente nel molo su una barca a motore sequestrata per ragioni di ordine pubblico al pescatore Vignavola, sarebbe partito alla volta dellinevitabile cattura.
Mi sembra perfetto, aveva commentato il Canizza.
Lo , aveva sigillato il Nero.
Cera brusio nellatrio, i convocati si stavano chiedendo lun laltro cosa mai stesse succedendo. Il Nero attese che la concitazione si calmasse prima di prendere la parola, spiegare il piano e assegnare a ciascuno il proprio posto di guardia.
Il carabiniere Cassamagna aveva arieggiato le stanze.
Nellaria, quindi, non cera pi odore di bruciato.
Per, a un certo punto...
Capitolo 117.
A un certo punto il Resegacci sera chiesto se non stesse esagerando ed era rimasto in dubbio se aggiungere o meno un concentrato di soluzione di Debouve e Gourin al caff che lospite aveva chiesto per chiudere il pranzo.
Insomma, nel risotto aveva messo un mezzo bicchiere dacqua con cui aveva disciolto una intera busta di soluzione salina purgativa, Acqua Sedlitsensis era scritto sulla confezione; il lavarello laveva condito con il sale di Cheltenham composto, il sale inglese (solfato di magnesio secco, solfato di sodio secco, sale comune), e nella gazzosa aveva diluito una busta dellinsapore polvere di Sedlitz.
Sulla base delle esperienze precedenti, lalbergatore aveva calcolato che lospite aveva mandato gi una dose di lassativo sufficiente a tenere sul cesso, per tre giorni di fila, non un uomo ma un cavallo. E, sempre secondo i suoi calcoli, poich dal momento in cui sera seduto a tavola a quello in cui gli aveva ordinato il caff era ormai trascorsa unora, non poteva mancare molto a che cominciasse ad avvertire un certo disagio.
Invece non aveva ancora dato il minimo segno di allarme.
Quindi, in considerazione di ci, sbalordito per linsolita resistenza, aveva, come da istruzioni, fatto bollire per due minuti la soluzione purgativa di Debouve e Gourin, solfato di magnesio, caff torrefatto e acqua, laveva filtrata un paio di volte concentrandola e laveva zuccherata.
Infine non aveva potuto fare altro che attendere.
E aveva cominciato a credere di aver raggiunto lo scopo quando, spiandolo mentre stava ritornando in caserma, laveva visto fermarsi allaltezza del molo e allargare un poco le gambe, come se dovesse mollare una vigorosa scorreggia.
Capitolo 118.
Proprio di quella sera trattato.
Il Nero laveva sentita nascere e poi crescere dentro subito dopo aver sorbito lultimo sorso di caff, invero sin troppo zuccherato.
Era stato per quel motivo che, nonostante fosse ancora presto, aveva preferito uscire dal Cavallino e mollarla nellaria.
Unaltra gli era scappata mentre aveva imboccato piazza Tommaso Grossi e una terza quando il carabiniere Cassamagna gli aveva aperto il portone della caserma, cogliendo loccasione per mormorare che prima o poi lamministrazione avrebbe dovuto porre mano al problema delle fogne che proprio sotto la piazza correvano e i cui effluvi spesso impestavano laria.
Verso le quindici e trenta, mentre i primi convocati cominciavano ad affluire e dopo aver definito il piano col segretario, il Nero aveva chiesto al maresciallo Maccad il permesso di usufruire del cesso della caserma. Cera rimasto un quarto dora e ne era uscito vergognandosi della qualit dellaria che sera lasciato alle spalle.Per, finalmente, sera sentito la pancia sgombra.
E meno male! Perch adesso gli toccava conquistare col suo carisma una ventina di uomini, indottrinarli sul compito che li attendeva e ottenere da loro unobbedienza pronta, cieca e assoluta.
Capitolo 119.
Alle quattro passate da una manciata di minuti, con latrio brulicante di camerati quasi silenziosi, il Nero aveva deciso di prendere la parola.
Doveva essere istrionico, catturare con un colpo di mano, come si fa con le mosche, la stima, la fiducia e lattenzione dei presenti.
Ci voleva, in partenza, una frase ad hoc.
Siete qui per un solo motivo, aveva esordito: servire
la Patria!
Bersaglio centrato, anche lultimo brusio si spense, la Patria faceva sempre un certo effetto.
Adesso doveva catalizzare lattenzione di tutti.
Scommetto che la maggior parte di voi non sa cosa sia
un lumacone!
Altro centro, le facce dei presenti assunsero la tinta dellignoranza.
Ve lo dir io, adesso e in poche parole. E ascoltatemi con attenzione, non ho labitudine di ripetere! Poi si era fermato.
Per un lungo minuto era sembrato assorto in chiss quali pensieri.
Stava contando invece. Aveva contato e ricontato.
Ne manca uno, aveva detto.
Manca il mio brigadiere, sera levata la voce del maresciallo.
 fuori per ragioni di servizio.
Era stato in quel momento che il Nero aveva sgranato gli occhi, infilato una mano nella tasca dei pantaloni per prendere un fazzoletto col quale aveva cominciato a tergersi la fronte.
Non preoccupatevi, aveva detto allora il maresciallo, notandone il pallore, forse dovuto a rabbia, perch il Mannu stava disobbedendo al suo imperativo ordine.Tempo qualche minuto e ci sar anche lui.
Anzich rispondere il Nero sera passato il fazzoletto sul viso.
Non  questo il punto... era riuscito a mormorare.
Dopodich aveva chiuso gli occhi e un mefitico odore aveva cominciato a invadere laria dellatrio.
Capitolo120.
Fu un attimo. Se il maresciallo Maccad non lavesse colto, il Nero sarebbe caduto testa allindietro sulle scale col rischio di fracassarsi loccipite. Per sua fortuna il maresciallo, con uno scatto degno della giovent, riusc ad afferrarlo per il bavero della giacca e tenerlo in equilibrio. Gli diede una rapida occhiata: aveva il viso diafano, locchio perso, la pupilla sgranata come se stesse avendo visioni.Cassamagna! grid.
Il carabiniere fu immediatamente al suo fianco.
Maresciallo, esclam, ma questo si sta...
Lo vedo anchio! ribatt il maresciallo. Anzi lo sento! corresse subito.
E continua a farne!
E vuoi che non me ne renda conto? Fa finta di niente, afferralo per i piedi e mettiamolo sdraiato.Dove? chiese il Cassamagna.
Sulla panca della camera di sicurezza, ordin il Maccad.
La folla dei presenti, ammutolita per il drammatico spettacolo, fece ala al passaggio dei due carabinieri che trasportavano quello che, per il colore del viso, sembrava a tutti gli effetti un cadavere. E tale lo avrebbero giudicato, non fosse stato per i rumori infernali che provenivano dal suo addome.
Qualcuno vada a chiamare il dottore, grid il maresciallo dopo aver steso il Nero sulla pancaccia.
Vado io, rispose una voce dallatrio, quella del Cerevelli che per la seconda volta nello stesso giorno non vedeva lora di uscire dalla caserma dei carabinieri.
Capitolo 121.
Il Canizza in persona era andato a cercarlo al cantiere, Lidio cera arrivato da non pi di mezzora e aveva gi la voce roca per quanto aveva gridato, spronando i muratori a darsi da fare senza perdere un secondo per rinforzare la base di quel cazzo di muro (il bando alle parolacce era stato archiviato), correndo da una parte allaltra del basamento, fermandosi di tanto in tanto, davanti allOs de Mort che impalato fissava i lavori senza batter ciglio per chiedergli senza ottenere risposta se andasse bene come stava andando.
Quando il Canizza gli si era presentato, silenzioso perch a sua volta a corto di fiato, il Cerevelli aveva avuto tutto il tempo per pensare: Che cazzo vuole questo qui!.Poi glielo aveva chiesto, cassando la parolaccia.
Poche balle, in un momento del genere nessuno poteva mancare, nemmeno lui, non cera sicurezza pubblica che tenesse!, era stata la risposta del segretario.Il Cerevelli laveva guardato come se fosse ubriaco.
Mancare a cosa? gli aveva chiesto.
Il segretario sera dato una manata sulla fronte, sera scusato. Daltronde, nella frenesia del momento...
Poi, con fare segreto, gli aveva spiegato quello che bolliva in pentola.
La prima tentazione di Lidio era stata quella di mandare a dar via il culo il segretario, la convocazione ed il destinaccio: con tutto quel movimento infatti quello si prospettava come il giorno peggiore per la spedizione. Bisognava, merda!, rinviare. Gli era apparsa una visione: Helga.Vestita per, vestitissima.
Suo malgrado aveva seguito il Canizza.
E unaltra visione gli era apparsa, pi tardi, nellatrio della caserma, quando dalla bocca del Nero era uscita quella parola, lumacone: sempre Helga, sempre vestita, di spalle, che gli faceva ciao ciao con la manina.
In quel momento aveva compreso che non solo era il caso di rinviare la spedizione, ma che il suo capitale, la felicit della sua vita futura, non era pi un segreto e correva il serio pericolo di finire in mani altrui.
Gli era quasi venuto da piangere.
Invece...
Capitolo 122.
Altro che rinviare!, pens sulla soglia della caserma.
Consegna immediata e che il pacco partisse come da programma quella stessa sera. Laccidente che era capitato a quel menagramo tutto nero era una benedizione del cielo.Anzi, un segno. Prima che si riprendesse o che qualcuno della sua stessa razza lo sostituisse, bisognava approfittarne.
Il Cerevelli si infil in via Manzoni. La direzione era opposta a quella che avrebbe dovuto prendere, lo studio del dottor Lesti stava appena dopo il ponte sul Pioverna...Ma il Cerevelli aveva negli occhi la visione della svizzera, di nuovo nuda, nudissima, nonostante larietta che tirava l in contrada e il buio della sera che cominciava a calare. E poi, ragion tra s, non ci avrebbe messo pi di qualche minuto.
In vista dello studio per ebbe unaltra sorpresa, lennesima della giornata: dentro cera una luce, segno che cera qualcuno.
Il geometra Vitali, quello che aveva lavorato con suo padre e di cui lui ogni tanto si serviva, stava chino su un disegno.Allingresso del Cerevelli arross, colto di sorpresa.
Ma gli poteva spiegare, disse.
Il figlio di un suo fratello, raccont, aveva acquistato tempo prima un terreno per farci la casa e adesso sera deciso: lui sera preso limpegno, Gratuitamente, neh!, di preparare i disegni necessari.
Avevo bisogno di un tecnigrafo, disse. Ne ho
approfittato...
Avrebbe voluto avvisarlo che si pigliava quella libert, laveva anche cercato, salendo fin su al cantiere...
Ma non ceri...
Cos, approfittando del fatto di avere una copia delle chiavi dellufficio...
Daltronde sono sicuro che non mi avresti negato il favore, concluse il Vitali.
Certo che no, rispose meccanicamente Lidio.
Solo che adesso bisognava che andasse fuori dai coglioni, pens.
Per...
Per?
Insomma, adesso gli serviva restare l da solo perch...aveva un appuntamento con...
Se ve lo dico non direte niente a nessuno? chiese il Cerevelli annaspando alla ricerca di una balla che suonasse credibile.
Una tomba! fece quello.
Tombe, cimiteri, funerali...
Col signor prevosto! spar il Cerevelli.
Proprio lui! Voleva prospettargli certi lavori ma lontano da orecchie indiscrete.
E con quella perpetua in canonica... lasci intendere Lidio.
E lo so, lo so, sorrise il Vitali.
Ci siamo capiti, disse Lidio cercando con la forza del pensiero di spingere luomo ad andarsene.
Coi suoi disegni sotto il braccio, il Vitali si avvicin alla porta ma si ferm di nuovo, girandosi verso il giovanotto.
Sono contento, disse, che per limpresa si prospettino tempi doro.
A sentir nominare il metallo, il Cerevelli ebbe un brivido.
Grazie, gli usc.
Tuo padre ne sarebbe orgoglioso, disse ancora il Vitali prima di andarsene insieme coi venti minuti che, calcol Lidio, gli aveva fatto perdere.
Capitolo 123.
Venti minuti di ritardo allappuntamento con la storia!
Daltronde cera voluto del tempo. Prima di tutto il brigadiere era dovuto andare sino al ruscelletto di Gora per trovare il Campesi. Poi il muratore aveva tentato di fare lo gnorri.
Monete? Quali monete?
Aveva tentato la carta della compassione: gli pareva che se fosse stato possessore di monete doro lavrebbe trovato l a fare un lavoro che nemmeno un somaro?Il Mannu aveva tirato dritto.
S, aveva risposto.
Perch non erano certo quattro o cinque monete doro, pur zecchino, pur di valore, che avrebbero potuto risolvere per la vita i problemi di una famiglia. Quindi, se si trovava l, non era per farsi commuovere dalla sua fatica ma per sapere dove le aveva trovate.
Io...
Dove, come e quando, laveva interrotto il brigadiere.
Che rispondesse. L, oppure, se preferiva, in caserma.
Il Campesi aveva ceduto.
Per, a sua volta, aveva voluto sapere come dove e quando il brigadiere era venuto a conoscenza della cosa.
A quel punto il Mannu sera trovato un po in difficolt, mica poteva mettere di mezzo il figlio, il ragazzino...
 un segreto e badate bene di non farne parola con nessuno, gli aveva detto, filodrammatico, nemmeno con vostra moglie.
Era unindagine segretissima, appena allinizio, ogni fuga di notizie avrebbe potuto comprometterla.
Guai per chi avesse messo il bastone tra le ruote dei carabinieri.
E un premio, invece, per chi, come lui in quel momento, collaborava.
Quale premio? aveva chiesto il muratore.
Che ne sapeva il Mannu!
Ve lo dir a tempo debito, aveva risposto il brigadiere riprendendo la via della caserma.
Non era nemmeno scivolato sulla dannata mulattiera e alla vista del portone pens al manipolo di volontari che il suo conterraneo stava istruendo.
Gli venne da ridere.
Ma, una volta dentro, il sorriso si tramut in unespressione interdetta.
Un po lodore che cera nellaria...
E un po che il Nero sembrava stare sempre peggio, gli disse il Maccad dopo avergli riassunto i fatti.Era freddo.
Non rispondeva ai richiami.
Aveva lo sguardo allucinato come se sotto gli occhi avesse il posto che gli stavano preparando allinferno!E il dottore non arrivava!
Portiamolo allospedale, sugger il Mannu.
Fate venire una macchina, ordin il maresciallo.
Poi, sottovoce, guardando diritto negli occhi il brigadiere: Giuro su Dio che se questo ci lascia la pelle sar mia cura sistemare per bene quella bestia di dottore, disse gelido.
Capitolo 124.
Quella bestia del dottore stava beatamente fumando la quinta delle sette sigarette che si concedeva quotidianamente quando il Cerevelli entr nel suo studio affannato e vociante.
Presto, presto!
E Lesti schiacci la sigaretta nel posacenere, era solo a met, gli dispiacque ma si consol pensando che lavrebbe recuperata pi tardi permettendosene eccezionalmente unottava, e balz in piedi.
Cosa succede? chiese.
In caserma, grid il Cerevelli.
Ma in caserma ormai non cera pi nessuno. Tranne il carabiniere Cassamagna il quale, coi dovuti modi, gli fece presente che, non vedendolo arrivare, il signor maresciallo aveva disposto di trasferire lagonizzante in ospedale con la macchina messa a disposizione dal pizzicagnolo Modesto Avariati.
Capitolo 125.
Polso filiforme.
Pupilla midriatica.
Riflessi quasi assenti.
Ritmo cardiaco di galoppo e cute diaccia.
La vita di questuomo  appesa ad un filo, diagnostic il professor Cerretti dopo aver visitato il Nero.La prognosi quindi era riservata, riservatissima.
E la colpa, afferm levando lindice verso il soffitto della saletta di primo soccorso, non era solo dellaccidente che laveva ridotto in quello stato larvale.
Ma anche di chi ha temporeggiato sottraendo minuti
preziosi ai soccorsi!
Il maresciallo Maccad non riusc a tacere, professore o no.
Noi il dottore labbiamo chiamato immediatamente, ribatt.
Semmai era stato lui a prendersela con troppo comodo, il dottor Lesti.
Che in quel momento stava entrando nellastanteria dellospedale Umberto I.
Capitolo 126.
Al suo ingresso tredici camerati che, come un maleaugurante corteo funebre, serano trasferiti dalla caserma allospedale, sbigottiti per lo spettacolo cui avevano assistito e in ansia per le sorti del Nero, tacquero allistante.Non tutti.
Uno, che stava di spalle allingresso e non si avvide della comparsa del dottore, non fren la lingua.
Il maniscalco, stava dicendo, altro che il medico doveva
fare!
Il dottor Lesti comprese al volo ci che avevano discusso sino a pochi istanti prima.
Era l per quello, capire cosa fosse successo.
Dov? chiese, rivolto a tutti e a nessuno in particolare.
Chi? sorse una voce.
Lagonizzante.
Tredici mandibole si sporsero in avanti a indicargli la saletta di primo soccorso.
Capitolo 127.
Mai il carabiniere Cassamagna aveva visto cos il signor maresciallo.
Pallido. Gli occhi stretti, le pupille due puntini neri.
Per di pi senza divisa che sembrava, con quella faccia, in tutto e per tutto simile a uno abituato a far fuori la gente a colpi di lupara.
E la voce.
Dov?
Fonda, cupa, una sentenza di ergastolo o di morte.
Toccava rispondere, pens il Cassamagna.
Ma chi? Chi stava cercando il signor maresciallo?
Lo guard senza parlare, imbarazzato, rimpiangendo i calci nel culo che si beccava dal cuoco di Rivanazzano, prima di farsi carabiniere.
Pi forte di un calcio, la voce del maresciallo lo riport alla realt.
Allora, dov?
Ma chi? pigol il Cassamagna.
Ecco, pens, laveva fatto: aveva risposto con una domanda ad una domanda del superiore. E adesso lavrebbe pagata. Infatti il Maccad sgran gli occhi. Il carabiniere si vide legato a una sedia, le mani strette dietro la schiena, pronto per essere fucilato come un disertore o una spia.Scusami, disse invece il Maccad.
Voleva sapere dove fosse il... il..., per la rabbia che aveva in corpo non gli veniva nemmeno il nome.
Il Cerevelli, corse in suo aiuto il brigadiere Mannu.
Capitolo 128.
Proprio lui.
Il geometra, che poi geometra non era, Cerevelli Lidio.
Perch, prima di tutto, per colpa del Cerevelli il professor Cerretti aveva avuto parole di biasimo nei confronti di loro carabinieri, accusandoli di aver preso sotto gamba la situazione del Nero e ritardandone il ricovero.
Caro maresciallo, scusate se ve lo dico, ma ognuno dovrebbe fare il suo proprio mestiere, aveva sentenziato davanti ai presenti nella saletta, cio suor Balba e suor Palmenta, lassistente chirurgo Sprimacciati, il Canizza e il brigadiere che era entrato giusto in tempo per sentire la tirata del professore.
Poi, sempre grazie al sedicente geometra, quando, bollente di rabbia e di vergogna, aveva visto entrare nella saletta di primo soccorso il dottor Lesti lo aveva affrontato con un impeto da carro armato.
Giusto voi! era esploso, tanto che suor Palmenta aveva ritirato la testa tra le spalle come una quaglia nellerba.
Nel silenzio assoluto del locale aveva accusato il dottore di omissione di soccorso.
E davanti a testimoni!
Quegli stessi che, subito dopo la sua sparata, avevano udito la difesa del dottore.
Maresciallo, vi sbagliate, e grossolanamente!
Perch tra lavviso di chiamata e il suo ingresso in caserma erano passati tre, quattro minuti al massimo e non la mezzora che il Maccad gli aveva sbattuto in faccia.
Inoltre, ma era faccenda personale, ancora grazie al Cerevelli sera perso un altro paio di tittate del bambino, quando avrebbe potuto godersele nella sua casa con tutto comodo.
Il comodo che invece ed evidentemente sera preso il Cerevelli.
Quindi, dovera?
Capitolo 129.
Mezzora per andare dalla caserma allo studio del dottore.
Tanto, troppo, lo sapeva anche lui, mica era scemo.
Daltronde, tra le balle del Vitali, prendere e portare la cassetta al Resegacci e infine andare a chiamare il dottor Lesti, tanto cera voluto.
Ma cosera mai mezzora di fronte alleternit che gli si stava aprendo davanti?
Il Cerevelli aveva ricominciato ad avere sotto gli occhi la Helga, nuda e invitante.
La scacci. Con dispiacere ma la scacci. Doveva.
Doveva pensare a come giustificare quel lasso di tempo nel caso, pi che probabile visto che quello era finito in ospedale, qualcuno gliene chiedesse conto.
Bon, disse tra s mentre si dirigeva verso casa. Questione di resistere ancora pochi giorni. Difendere le posizioni.
Sorrise perch, in quanto a quello, era sicuro che avrebbe avuto in sua madre Lirica un alleato insuperabile.E salendo le scale di casa accentu la zoppa.
Capitolo 130.
Bastavano due linee di febbre o quattro colpi di tosse e Lirica tornava ad essere la madre premurosa e oppressiva che laveva chiamato Didino sino a quando, ventenne, lui glielo aveva severamente proibito. Da quel momento in avanti Lidio aveva sempre fatto di tutto per nascondere questo o quellacciacco onde evitare lo spettacolo di vedersela capitare in ufficio o sui cantieri con questo o quel decotto.
Quel paio di volte in cui, negli anni passati, una febbre da cavallo laveva steso a letto, non cera stato niente da fare, gli era toccato sopportare la tortura di tornare Didino.
E come va Didino? Come ti senti Didino? Hai male qui Didino? Hai male l e hai fame hai sete hai sonno e vuoi questo vuoi quello o quellaltro...
Per non dire delle risposte che sua madre dava a coloro che andavano a trovarlo.
Il suo Didino stava cos e cos.
Visitarlo?
S, si poteva, ma un minutino solo, guai stancarlo, daltronde il suo Didino era da sempre stato gracilino...
Quindi, quando il maresciallo Maccad e il brigadiere Mannu si presentarono alluscio di casa Cerevelli per avere chiarimenti, si trovarono di fronte a un ostacolo insormontabile.
Dicessero a lei, rispose Lirica dopo averli ascoltati: tra loro due, fece notare, non esistevano segreti quindi era certa che avrebbe saputo rispondere n pi n meno come suo figlio che, al momento, dormiva.
Dorme? sbott il brigadiere.
S, poveretto, conferm Lirica.
Dormiva sotto leffetto analgesico e rilassante di una potente dose di sedativo Marchetti, assunta dopo lincidente che gli era capitato unoretta prima.
Ma quale incidente? chiese il maresciallo.
Una storta alla caviglia, la destra, mentre correva ad avvisare il dottor Lesti che in caserma cera bisogno del suo intervento. Nonostante il dolore, acuto, talmente forte da aver rischiato di svenire, il suo valoroso figliolo, conscio dellurgenza, si era ugualmente trascinato sino allo studio del medico conducendolo poi addirittura in caserma e solo dopo, compiuto il dovere, aveva raggiunto la sua casa, per sottoporsi alle cure del caso.
Capitolo 131.
Ma al carabiniere Cassamagna non sembrava che il Cerevelli zoppicasse quando era ritornato in caserma.
Non poteva giurarlo per. Aveva in testa troppe cose, troppe immagini della giornata che stava finendo. Quindi, giurare per il s o per il no, non se la sentiva.
Forse varrebbe la pena di chiedere al dottor Lesti, sugger.
Giusto, certo, faremo cos, approv il maresciallo Maccad.
Per, domani.
Mancavano due poppate, e lui non voleva perdersene nemmeno una. Aveva buttato un intero giorno di licenza nel cesso, va be, era cos che andava la vita di un carabiniere.Attorno agli altri, per, aveva gi steso filo spinato.
Domani, quindi.
E al brigadiere Mannu il compito di interrogare il dottor Lesti.
Capitolo 132.
Segu una notte tribolata.
Per il Nero che continuava a stare pi di l che di qua, ragione per cui il professore aveva ordinato sorveglianza continua.
Per suor Beozia, suora infermiera, che lo dovette assistere poich il Nero, ancorch assente, emetteva comunque frequentissimi flati che toglievano il respiro.
Per il Cerevelli che contava i minuti e non riusc a prendere sonno poich pensava al suo tesoro che in quel momento stava attraversando linfido lago e magari sul fondo di quello, per un errore di manovra del Resegacci o unonda presa male, avrebbe potuto finire.
Per Lirica che, da madre ansiosa, andava e veniva dalla camera del figlio per sincerarsi sulla sua salute e chiedere come stava, se volesse qualcosa eccetera eccetera.
Per il carabiniere Cassamagna che cercava di ricostruire il momento in cui il Cerevelli era entrato in caserma e un po era sicuro che non zoppicasse e un po s, cos che non gli riusc di chiudere occhio.
Per il brigadiere Mannu che non riusciva a togliersi di testa il Cerevelli. Non ci vedeva chiaro... Quel Cerevelli. ..mah! Non la contava giusta, a suo giudizio. Ma ci volevano prove per dimostrarlo, e non ne aveva.
Per il maresciallo Maccad perch il secondo nato pianse per gran parte della notte a causa di coliche gassose delle quali la signora marescialla si assunse la piena responsabilit avendo lasciato il piccolo attaccato al seno pi del dovuto per prolungare il piacere del marito.
Per il Canizza cui lo stesso maresciallo, dopo che il Nero era stato trasferito in corsia, aveva ordinato di rimandare a casa i camerati accorsi alla chiamata e quelli invece di sciogliere ladunanza gli si erano stretti attorno reclamando di sapere per quale motivo erano stati sottratti a lavoro e famiglia e lui era rimasto come quel della Mascherpa poich luomo delloVRA non gli aveva spiegato un cazzo circa la ragione del presidio, dicendogli che lo avrebbe appreso insieme con gli altri, cos che alla fine uno dei fedeli laveva salutato chiamandolo segretario dei miei coglioni.
Per Dorina Brugni cui tutto quel girarsi nel letto del marito aveva dapprima fatto sospettare un nuovo miracolo e poi, disillusa e scornata, aveva impedito il sonno.
Per lOs de Mort che aveva visto disattesa la richiesta di licenziare in tronco i tre badilanti e quindi, dopo cena, carta e penna in mano aveva avuto lintenzione di scrivere una circostanziata relazione per il podest ma, ora dopo ora, aveva toccato con mano quanto fosse difficile scrivere chiaro e semplice. Aveva rinunciato alla relazione, non per alla speranza di dare una bella lezione al Cerevelli.Se certe esperienze che aveva di gi avuto si fossero confermate, avrebbe potuto servire al sedicente geometra una bella gatta da pelare. Per esserne certo aveva dovuto aspettare che schiarisse un po e tra uno sguardo alla finestra e uno alla sveglia aveva dormito poco poco.
Per il muratore Campesi cui la moglie Anita aveva promesso che se si fosse coricato accanto a lei ne avrebbe approfittato per piantargli un coltello nella schiena e quindi, nellincertezza, tent di dormire seduto su una sedia della cucina, il capo appoggiato al tavolo.
Per la moglie del muratore che non dorm un accidente temendo che il marito approfittasse del suo sonno per infilarsi nel letto.
Per Mario Campesi che preg tutta la notte chiedendo al cielo la grazia di far finire suo padre, piuttosto che sottoterra, in galera.
Lalba del nuovo giorno sorse su un paese con le occhiaie.
Capitolo 133.
Le pi fonde furono quelle di Oscar Resegacci, che aveva pure lui passato una notte di tormenti.
Era partito la sera prima, tranquillo come il lago che era un olio, perch dellinquietante ospite non aveva visto pi nemmeno lombra. Evidentemente, aveva dedotto, la purga ingurgitata col pranzo laveva bloccato da qualche parte e, ovunque fosse, adesso cercava di ritrovare un minimo di continenza prima di ritornare a rompere le balle alla gente che cercava di campare la vita come poteva.
Tutto bene allandata. Ma al ritorno, quando ormai era lontano dalla riva, si era levato un tivano obliquo e cattivo come laglio che, nonostante la sua energia, laveva spinto verso Bellagio, obbligandolo a un percorso a zig zag per ritornare a Bellano che gli era costato il triplo del tempo. Era entrato in darsena che erano quasi le cinque.Una volta in albergo aveva preso un foglio di carta, ci aveva scritto sopra Chiuso per malattia e laveva attaccato alla porta del Cavallino. Poi sera ficcato a letto, i muscoli tutti un dolore, come se lavessero bastonato.
Ma alle sei del mattino, quando dormiva da non pi di unora, Lidio Cerevelli era l, attaccato al campanello di casa sua.
Capitolo 134.
Alle sei del mattino la suora infermiera che aveva assistito per tutta la notte il Nero diede lallarme.
 morto!
Morto? fece il professor Cerretti. Aveva dato disposizione di essere avvisato immediatamente di ogni cambiamento o novit sullo stato del degente.
E chi lo dice? aggiunse.
Suor Beozia si spieg: non scorreggiava pi da quasi unora. Quindi, poich quei rumoracci impietosi e asfissianti erano stati lunico segno di vita del ricoverato, non sentendoli pi aveva concluso che il decesso fosse avvenuto.
Va bene, madre, la rassicur il professore. Adesso vada a riposare.
E, a sua volta, part per sincerarsi dello stato del paziente.
Capitolo 135.
Davanti al cartello, al Cerevelli era venuto un colpo.
Poteva essere che le sue fantasie notturne si fossero avverate?
Non aveva pi staccato il dito dal campanello. Neanche quando era comparso il Resegacci.
Fu questi, infatti, con voce arrugginita, a fargli notare che, visto che era l, poteva smettere di suonare.Scusate, disse, completamente in bambola, Lidio.
E allora? chiese subito dopo.
Il Resegacci gli moll uno sguardo torbido: bastava guardarlo in viso per capire come avesse passato la notte.Ma il Cerevelli voleva sentirlo dalla sua voce.
Tutto bene, disse.
Partito?
E arrivato!
Quindi... esal il Cerevelli.
Quindi, tagli corto il Resegacci, qualunque cosa lui avesse portato di l quella notte, a quellora era gi stata consegnata a chi di dovere o nascosta dove doveva o in partenza per dove doveva andare.
No! spar lalbergatore notando che il Cerevelli stava per dire qualcosa. Non gli chiedesse niente perch lui non sapeva niente di niente. Le cose funzionavano cos, ognuno faceva il suo senza impicciarsi di altro. E grazie a quel sistema tutto filava liscio.
Lo sguardo del Cerevelli si spost dal viso scuro del Resegacci alla cima della montagna dalla cui vetta si godeva la vista della Svizzera. Sul suo viso cal un pallore lattiginoso.
Io...
Gli sarebbe piaciuto condividere quel momento di purissima felicit col Resegacci, farlo partecipe del fatto che col suo remare, anche controvento, aveva contribuito a gettare le basi della sua nuova vita.
Ma al Resegacci non fregava una mazza della felicit altrui, aveva sonno.
Quindi: Se siete daccordo io tornerei a dormire.
E, daccordo o no che fosse il Cerevelli, gli chiuse la porta in faccia.
Capitolo 136.
A Lirica una bottarella di sonno era venuta giusto sul far dellalba.
Eh, let, i ventanni erano ben lontani!
Quando sera risvegliata erano le sei e un quarto, sei e venti al massimo. Sveglia, un po intronata, aveva immediatamente percepito langoscia per quellincauto sonno che laveva tolta alle cure del figliolo.
Corse nella sua camera da letto ma Didino non cera pi!
O bella!, aveva mormorato tra s la donna.
E poich la sua fantasia indulgeva spesso alla disgrazia, limmagine dei due carabinieri che si erano presentati alla porta di casa il giorno prima e avevano fatto dietrofront senza spiegare il motivo della visita si insinu nei suoi pensieri, gettandola nel panico.
Panico breve, perch di l a un minuto Lidio comparve e...
Lidio! esclam la donna.
Lidio sorrise: ne aveva cento e pi di scuse per giustificare la sua breve assenza nel caso sua madre avesse voluto sapere cosera uscito a fare, lavrebbe scelta a caso, tanto gliene fregava ormai di essere credibile.Aspett quindi linevitabile domanda della madre.
S?
Ma tu...
Io cosa?
Ma come, cosa?
Non zoppichi pi!
Il Cerevelli aggrott la fronte.
E gi che il giorno prima zoppicava! Ma certo, certo che adesso non zoppicava pi, n lui n la sua vita.Il volto del giovanotto si spian in un sorriso.
Se vuoi, disse alla madre, se ti fa piacere, posso ricominciare a farlo.
E si avvi verso la sua stanza fischiettando e zoppicando con enfasi.
Lirica lo stette a guardare sbalordita sino a che il giovane scomparve dietro la porta della camera.
Ma era il modo di fare quello, il modo di trattare una madre che era stata in pena per lui quasi tutta la notte?
Capitolo 137.
Non zoppicava.
Il dottor Lesti fu categorico. E si accese lennesima sigaretta dopo una notte passata a girarsi e rigirarsi nel letto al pensiero del maresciallo. Cera gi stato qualche screzio tra di loro tempo addietro, allepoca della prima gravidanza della signora marescialla, e da quel momento in avanti non serano pi usmati tanto. Gli rodeva per lidea che potesse ritenerlo un cattivo medico o che addirittura stesse meditando contro di lui qualche vendetta.Con quei pensieri in testa, addio sonno, il dottor Lesti non aveva fatto altro che rivoltarsi tra le lenzuola e fumare, una sigaretta dopo laltra, in camera da letto. Era scapolo, poteva permettersi di farlo.
Quando il brigadiere Mannu era entrato nel suo studio verso le otto e trenta del mattino, il dottore si stava accendendo lennesima sigaretta col mozzicone della precedente. Mentre il brigadiere gli spiegava il motivo della sua presenza l, il dottore se lera bella e fumata.
Il Mannu aveva posto la domanda, il dottore aveva unaltra sigaretta tra le dita, ma ancora spenta.Nemmeno per idea, aveva risposto.
Non zoppicava.
Dopodich sera infilato in bocca la sigaretta, se lera accesa e con la prima boccata aveva soffiato fuori fumo e soddisfazione.
Cosa succede? aveva chiesto.
Qualcosa che ancora non sappiamo, aveva detto il Mannu.
Bella risposta!
Capitolo 138.
Sulla soglia del portone il carabiniere Cassamagna lo avvis che lappuntato Misfatti era arrivato e il caff era pronto: due ottime ragioni per stare alla larga ancora un po, riflett il brigadiere Mannu. Quanto meno veniva in contatto con lappuntato tanto meglio stava. E riguardo al caff che faceva il carabiniere era un vero miracolo che non avesse ancora ammazzato qualcuno.
Guard il cielo, nuvoloso ma con uno squarcio dazzurro che faceva ben sperare.
Adesso che ci penso, disse al Cassamagna, ho ancora una cosa da fare prima di salire in ufficio.
Intanto per il caff si raffredda, obiett il carabiniere.
Prima il dovere, sentenzi il Mannu.
Un caff vero sapeva dove andare a berselo: dal signor maresciallo, per riferire quello che il dottor Lesti gli aveva detto.
Titta, eh! comment dopo aver rimirato per qualche minuto il bambinello, roseo, paffuto e con un sorriso di beatitudine.
Il Maccad non riusc a trattenere un sorriso davanti allentusiasmo del brigadiere.
Ma se ti piacciono tanto i bambini perch non ti sposi e non ne fai di tuoi? chiese.
Quelli degli altri maresciallo, rispose il Mannu. Solo quelli degli altri mi piacciono.
Un caff? propose il Maccad. Oppure ti sei gi deliziato
con lestratto di liquirizia della caserma?
Mentre il maresciallo armeggiava con la caffettiera, il Mannu si spost nellampia sala della casa che godeva di una straordinaria vista sul lago. Lo squarcio di azzurro si andava lentamente allargando, nuvole correvano, fuggivano, verso Como, la Svizzera, fregandosene dei punti critici, degli uomini, della politica...
Fu il Maccad a interromperne i pensieri. Pure lui pensieroso, perch sapeva che il brigadiere non era andato l solo per un caff e per guardare su pippiu.
La domanda gli usc di botto, quasi contro volont, mentre entrava in sala col vassoio in mano.
Novit?
Non zoppicava, rispose semplicemente il brigadiere.
Il Maccad assent col capo.
Deglut.
Sentiva lala di un nuovo guaio battergli vicino alla fronte.
E il Nero? chiese.
Capitolo 139.
Riservata, non pi riservatissima la prognosi.
Un bel progresso, spieg la suora messa a guardia del degente.
Non era pi quella della notte, ma unaltra che, dopo la relazione della consorella, sera portata appresso una fialetta di essenze di campo da mettersi sotto il naso alloccorrenza.
Cerano ragioni per ben sperare quindi. Il che per non voleva dire che il Nero fosse in grado di ricevere visite.Nemmeno da parte dei carabinieri i quali, disse la suora, si sapeva, erano usi a fare domande.
Ma ad uno che non pu parlare che senso avrebbe
farne?
Non parla? chiese il brigadiere Mannu, che sino a quel momento aveva sperato di farsi dire dal compaesano qualcosa di pi di quanto non avesse detto.
Non pu, non riesce, poveretto! conferm la suora.
Ma parler?
La religiosa allarg le braccia.
 nelle mani del Signore, fece presente, segnandosi.
E lei avrebbe pregato per la sua salvezza.
 la mia missione, aggiunse.
Certo, approv il Mannu. Pure lui era l in obbedienza alle regole della sua missione, quella del carabiniere. E aveva tre o quattro cose da chiedere al malato.
Per, sospir, se non parlava...
Secondo il professore ci vorr ancora un po, lo inform la suora.
Speriamo in Lui, soffi il Mannu indicando con lindice il soffitto della stanza.
La suora sorrise.
Voi andate a messa? chiese.
Sempre, ment il brigadiere. Ma subito corresse il tiro.
Quando naturalmente il servizio me lo consente.
Bene, disse la suora, allora che lo stesse a sentire. Non appena il degente avesse recuperato, a Dio piacendo, luso della parola, sarebbe stata sua premura avvisarlo immediatamente.
Parola sua, di suora.
Suor come? chiese il brigadiere.
Repranda, declin quella.
Il Mannu controll lora, nove passate. Pure il pericolo del caff della caserma era passato. Poteva ormai, doveva, anzi, andare.
Capitolo 140.
A guardarlo da lontano, in quellora limpida del mattino, il cantiere di Ombriaco sembrava una specie di presepe: presepe di operai, chi col badile, chi con la mazza o col piccone in mano. E tutti quanti fermi, immobili.Avvicinandosi, limpressione di presepe svaniva, cancellata dalle imprecazioni che salivano dalle bocche dei badilanti verso il cielo azzurro che faceva da cornice.
Che cazzo aveva voluto significare lOs de Mort quando, alle sette e trenta spaccate, aveva detto: Lavori sospesi sino a nuovo ordine!.
Cosa gli era saltato in testa?
Qualunque cosa fosse, serano detti obbedendo comunque allordine, le promesse erano promesse e la paga doveva restare doppia o tripla, anche se erano costretti a stare l, le mani in mano. Ma ad aspettare cosa, lavvento del Messia?
No, del Cerevelli.
Il direttore dei lavori.
Che aveva reso amare le ore notturne dellOs de Mort ma gli stava addolcendo quelle del mattino.
Carogna sin nel midollo, il pomeriggio precedente, quando il Canizza sera portato via Lidio, pure lui, senza far parola, aveva abbandonato il cantiere ed era rientrato a casa. Perch sapeva bene quello che sarebbe successo, ci contava.
Senza nessuno che li controllasse e li spronasse, gli operai avrebbero rallentato il ritmo del lavoro, perdendo tempo in chiacchiere o a bere o a fumare, illudendosi cos di poter guadagnare un paio di giornate di paga doppia o tripla. Primo fra tutti, alle sette del mattino, era salito al cantiere e verificato la bont della sua intuizione: la base del muro, bindella in mano, era pi o meno allo stesso livello del giorno prima, gli attrezzi abbandonati qua e l anzich depositati nellapposito gabbiotto.
Se qualcuno credeva di farlo fesso, e con lui la pubblica amministrazione, si sbagliava. Ne aveva sistemati di pi furbi e se il Cerevelli e la sua banda credevano di poter mungere le casse comunali come se fossero una delle tante vacche che stavano nelle stalle dei dintorni avrebbero dovuto ricredersi.
Senza il direttore dei lavori nessuno doveva toccare niente, nemmeno un sasso.
Lo attese sino alle nove.
A quellora, allapice delleuforia, lOs de Mort, preso atto che del Cerevelli non sera vista neanche lombra, prese la decisione e savvi per avvisare innanzitutto lautorit.
Capitolo 141.
Sequestro del cantiere? ripet, incredulo, il brigadiere Mannu.
Lappuntato Misfatti conferm con un cenno del capo.
Proprio.
Non era mai stato cos felice di vedere il brigadiere come quella mattina. Talmente contento che, vedendolo finalmente arrivare, aveva lasciato solo lOs de Mort nel suo ufficio ed era corso di persona ad aprirgli il portone.Poi, nellatrio, laveva messo al corrente della novit: lOs de Mort era l in caserma per chiedere in via ufficiale la messa sotto sequestro del cantiere di Ombriaco.Cazzi suoi!, aveva pensato mentre parlava.
Chi era il facente funzione di comandante?
Il brigadiere Mannu.
Servito, quindi.
Pochi minuti dopo lOs de Mort riattacc la litania a beneficio del brigadiere.
Innanzitutto riteneva i lavori eseguiti in evidente violazione degli accordi intercorsi tra impresa appaltatrice ed ente commissionante, da cui discendeva lopportunit di una perizia suppletiva onde evitare sprechi di denaro pubblico e rischi futuri per i fruitori dellopera stessa: cerano ritardi dolosi facili da verificare, personale inadeguato, numericamente e qualitativamente, soggetti protervamente mantenuti sul posto di lavoro nonostante levidente, dimostrabile inaffidabilit. Pure i materiali impiegati a suo giudizio meritavano una verifica da parte di un occhio imparziale ed esperto. E tanto per chiudere dal pomeriggio precedente non si avevano notizie del direttore responsabile geometra Lidio Cerevelli!
Al nome il brigadiere ebbe uno scatto.
Ancora lui!
Quindi, sequestro del cantiere, fin di celebrare lOs de Mort.
Mmm!, mormor il Mannu.
Ma qual era la procedura?
Capitolo 142.
Quel sentore di guaio, quellala malefica che gli aveva sfiorato il viso quando il Mannu gli aveva detto del Cerevelli, del fatto che secondo il dottor Lesti non zoppicava, era sparito.
La bellezza di una intera giornata da passare tutta in famiglia era tornata. Addirittura troppo bella, come non fosse reale.
Invece lo era.
Erano quasi le dieci del mattino e il maresciallo Maccad, lo sguardo alla finestra verso il lago, stava elencando tutte le piccole gioie godute sino a quel momento.
La notte.  vero, il piccoletto aveva dormito solo a tratti, svegliandosi e piangendo. Ma alle sue orecchie era stata musica e musica era stata la ninna nanna che sua moglie gli aveva cantato a pi riprese per tranquillizzarlo.Tutti e tre nel lettone matrimoniale a farsi caldo lun laltro, a mormorarsi idee, progetti, parole lanciate nel buio senza confini della stanza grazie al quale tutto sembrava possibile, le difficolt, i problemi, cose da niente.Poi aveva assistito alla prima poppata, e alla seconda.
Dio, come tittava su pippiu! E che Madonna era la marescialla!
Sera fregato le mani, contento come un bambinello:
quella giornata prometteva di essere una pagina di vangelo.
E, alle gioie gi godute, cominci ad aggiungere quelle che sarebbero arrivate di l a poco. Prendersi in braccio il piccolo e cantargli qualche canzoncina. Dare, cogliendola alla sprovvista, un bacio alla signora Maccad e farla arrossire, perch certe cose lei non le voleva fare alla luce del sole. Assistere, naturalmente, alla terza poppata e poi aiutare la moglie a preparare il pranzo. Anzi, gi che cera, dirle di starsene tranquilla che al pranzo quel giorno avrebbe pensato lui.
Stava organizzando il menu, pasta corta melanzane e mozzarella, quando il campanello di casa squill.
Il Maccad moll la visione del lago e le fantasie, ma anzich correre alla porta di casa si fece sulla soglia della cucina dove sua moglie stava riordinando.
Aspetti qualcuno? chiese.
Chiuse gli occhi in attesa che Maristella gli rispondesse s.
No, invece.
E tu? chiese subito dopo la donna.
Nemmeno lui. N voleva che qualcuno lo andasse a cercare proprio adesso che stava per giungere il momento della terza poppata.
Apr per trovarsi di fronte il brigadiere Efisio Mannu.
Non parl, non chiese.
Il brigadiere disse che non gli avrebbe rubato che pochi minuti, giusto il tempo per essere aggiornato sulla procedura da seguire in un caso come quello.
Che caso? usc dalla bocca del Maccad.
Il Mannu strinse i tempi, riassunse, tagli il traguardo del resoconto col fiato corto.
Pure al maresciallo, che aveva solo ascoltato, il fiato manc.
Sequestro di cantiere? sbott.
Un casino!
Entra, va, disse al brigadiere.
Non era cosa che si poteva spiegare in un minuto, non sulla porta di casa, non mentre stava per avere inizio la terza poppata della giornata.
Capitolo 143.
Maristella Maccad, col piccolo attaccato, se ne stava seduta sullunica poltrona del salotto, sotto lo sguardo del marito, in piedi.
In piedi pure il brigadiere Mannu, ma girato di spalle, per rispetto.
Il maresciallo aveva appena ripetuto che era un bel casino, sua moglie laveva immediatamente redarguito.Le parolacce, N! accennando al bambino.
Ma come vuoi che le senta?
E che ne sai!
Va bene. In ogni caso restava un bel problema.
Nemmeno a lui, disse il Maccad, era mai capitata unemergenza del genere. Tuttavia aveva presente la procedura perch di tanto in tanto se lera ripassata.
Bisognava innanzitutto avviare unispezione in loco.
In due, chiar il Maccad.
Sentire le parti, interrogare i testimoni, stendere una relazione, inoltrarla allIspettorato del Lavoro, mettersi a disposizione di questultimo e dellIspettore che sarebbe immancabilmente arrivato per, a sua volta, ispezionare il luogo, sentire le parti, interrogare i testimoni, stendere una relazione e via di questo passo.
N si potevano dimenticare le questioni di ordine pubblico che inevitabilmente si sarebbero poste: le proteste degli operai sospesi dal lavoro, per esempio, oppure quelle degli evacuati dalle case, da cui, con tutta probabilit, la necessit di presidiare...
Presidiare! sorrise amaramente il maresciallo.
... il luogo sottoposto a sequestro.
Maledicendo tra s la malvagia matematica del destino, il Maccad concluse che, per far fronte allevento, senza trascurare la routine, la caserma doveva schierare tutti gli uomini a disposizione.
Guard su pippiu che nel frattempo aveva concluso la sua terza poppata.
Tu e il Cassamagna cominciate ad andare su, ordin.
Appuntamento pi tardi, in caserma.
Non lo disse, ma era implicito.
Capitolo 144.
Il dito, nodoso, dellOs de Mort stava indicando al brigadiere Mannu e al podest, fremente per lintralcio, come secondo lui tra il disegno del muro e il muro stesso ci fossero perlomeno dieci centimetri di differenza nellaltezza e venti buoni buoni in larghezza.
Si era di fronte a un mancato rispetto degli accordi presi, afferm. Poi tir su col naso: odor di truffa.
Stavano tutti e quattro nella baracchetta del direttore dei lavori. Nel silenzio che cal dopo le parole dellOs de Mort, il brigadiere lev un momento gli occhi dal disegno per guardare un soldo di sole che finalmente compariva e vide lombra. Quella del Cerevelli che si allung sul muro in minaccia di sequestro.
Solitamente le ombre non disturbavano lOs de Mort.Quella del Cerevelli per gli provoc una smorfia di dispetto.
Erano le undici, o poco pi. Il brigadiere Mannu fotograf per bene il figliol prodigo. Prese nota delle mani, entrambe infilate in tasca e del sorriso, fesso, che aveva stampato in viso.
E la caviglia come va? chiese.
Insomma... fu la risposta.
Vi avevano dato per disperso, lo sapevate?
Disperso?
Perso, piuttosto. Perso nel sogno che stava per diventare realt. E che, appunto, gli aveva fatto perdere un po di tempo, ritardando il suo arrivo sul cantiere, perch aveva dovuto attendere che le Rgie Poste aprissero gli uffici.Poi, dopo aver dettato il telegramma indirizzato alla Spettabile Ditta, e che ditta!, Ritter di Zurigo, informandola di aver inviato il preventivo richiesto e di essere in attesa di un cortese riscontro di ricevuta. Sera anche dovuto piegare alla necessit di inventare un sacco di balle per rispondere allindebita curiosit dellimpiegato Menarelli che, essendo pettegolo come una serva, gli aveva chiesto se aveva in ballo affari con gli elvetici.
Ma al brigadiere questo non doveva interessare, riflett infine il Cerevelli.
Per era l, sotto i suoi occhi, al cantiere.
Che ci faceva?
Cosa ci fate, qui? chiese, accorgendosi in quellistante del podest che poco prima e discretamente si era allontanato per fare una pisciatina.
Domanda pertinente, rispose il brigadiere.
Il carico della risposta, per, spettava al podest, che prima tossicchi, come di regola, poi disse.
Capitolo 145.
Mi sono fidato di voi, ma a quanto mi viene riferito
ho fatto un grave errore visto che preferite navigare altrove
piuttosto che stare qui a seguire, come sarebbe vostro
dovere, lavori di ESTREMA URGENZA!
La fronte del Cerevelli si corrug.
Sarebbe a dire? chiese con prudenza.
Sarebbe a dire che il l presente...
Esangui, sugger lEsangui.
... che il l presente Esangui, verificate inadempienze gravi nei lavori e lassenza del direttore sin dal pomeriggio del giorno prima, sera deciso a chiedere il sequestro del cantiere!
Sequestro del cantiere?
Lui assente?
E quando?
Ieri pomeriggio, rispose, da dietro il podest, lOs de Mort.
E cosa potevo fare? ribatt Lidio.
Era forse colpa sua se il Canizza laveva praticamente sequestrato, sequestro vero e proprio!, blaterando attorno a misteriose, indifferibili ragioni di Partito?Quali ragioni? chiese il podest.
Boh, rispose il Cerevelli.
Ma aveva tanto di testimoni per confermare che non mentiva: uno era l, lo stesso brigadiere.
Allo sguardo del podest, il Mannu conferm.
E lassenza di questa mattina? chiese lOs de Mort, da sottoterra.
 presto detto, rispose Lidio senza guardarlo.
Ma era forse colpa sua se, mentre usciva di corsa dalla caserma per andare a chiamare il dottor Lesti, sera preso una storta coi fiocchi alla caviglia che, per il dolore, laveva tenuto sveglio tutta la notte e solo a furia di impacchi di salvia e malva gli aveva permesso di salire piano piano, non senza difficolt, al cantiere?
Il Mannu stava per chiedergli testimoni della storta, pronto a opporgli le parole del Lesti e quelle dello stesso Cassamagna. Ma il Cerevelli era ormai un fiume in piena:
mica poteva, proprio adesso, rischiare un sequestro del cantiere con tutte le menate conseguenti, magari anche un bel processo.
Gli operai se lerano presa comoda?
Cosa poteva farci lui?
Niente!
Anzi, una cosa s!
Spronarli ancora di pi, non perderli docchio nemmeno per un minuto da adesso in avanti, farli lavorare dodici ore al giorno, anche di notte se necessario, pur di rispettare gli accordi e la consegna!
La foga del Cerevelli era tale che il podest lo invit a calmarsi: nemmeno a lui lidea di mettere sotto sequestro il cantiere bloccando lavori che andavano finiti in fretta e bene andava a genio.
Vediamo di parlarci chiaro, disse.
Considerava come incidenti di percorso i fatti capitati nelle ultime ore, e come tali li archiviava.
Per che il Cerevelli avesse ben presenti le conseguenze cui sarebbe andato incontro se, da quel momento in avanti, le cose non fossero andate come dovevano.
Mi sono spiegato? chiese il podest.
Sul viso del Cerevelli spunt un sorriso, aveva vinto.
Non c tempo da perdere, rispose.
Capitolo 146.
Gioved mattina, secondo larticolo pubblicato dal Gagliardetto a firma del maestro Crispini, il paese stava vivendo ore di fremente attesa per la Giornata del Ringraziamento.
Fremente o no che fosse lattesa, faceva un freddo della madonna. Alla prima telefonata che giunse in caserma, rispose il carabiniere Cassamagna. Brevemente, un borbottio.
Chi era, che voleva? si inform il brigadiere.
Niente, uno sbaglio, lospedale, una certa suor...
Repranda?
Il Cassamagna rest di stucco.
Proprio, conferm.
Richiama immediatamente, ordin il Mannu.
Ci vollero cinque minuti buoni prima che la suora giungesse al centralino.
Come da promessa io avevo... sussurr la superiora.
Parla? tagli corto il Mannu.
La suora esit un istante.
S, ma...
Ma?
 quasi incredibile... se non lavessi sentito io, con le mie orecchie... Parla o no? chiese seccamente il brigadiere.Per parlare parla, conferm suor Repranda.
Per...
Per cosa? fucil il Mannu.
Era cosa da vedere, rispose la suora. Vedere e soprattutto sentire.
Allora vengo subito, disse il brigadiere, nonostante il pomeriggio precedente avesse promesso al maresciallo di dimenticare la faccenda.
Capitolo 147.
Proprio.
Glielo aveva promesso mettendosi quasi sullattenti dopo che il maresciallo, con un tono vagamente ufficiale, glielo aveva chiesto.
Erano nel suo ufficio.
Il Maccad infatti, finita la terza poppata, sera avviato mestamente alla volta della caserma avvisando la moglie che non aveva la minima idea dellora in cui avrebbe potuto fare ritorno.
Ma non sei in licenza? aveva chiesto la donna.
S, sti ca...
N! laveva interrotto Maristella.
Scusa.
Ma lui non era un santo martire e lidea di doversi bruciare unaltra giornata per ascoltare podest, Os de Mort e Cerevelli, stendere formale verbale da produrre allIspettorato del Lavoro e attendere ordini superiori, gli faceva dimenticare di essere a portata di voce di un esserino che secondo la moglie memorizzava tutto ci che sentiva.
Non era ancora luna invece quando sera trovato faccia a faccia col brigadiere Mannu solo soletto che, sul volto il sorriso di chi sapeva di portare buone notzie, gli aveva comunicato che la faccenda sera ricomposta.Niente sequestro!
Quindi una mezza giornata salvata, da dedicare a godersi le gioie della famiglia.
Per... aveva buttato l il brigadiere.
Per?
Se si poteva permettere di rubargli ancora un minuto, ci teneva a dirgli che quel Cerevelli non lo convinceva del...
Ah, no, eh! laveva interrotto il maresciallo.
E poi: Basta, aveva decretato.
Basta.
Loro carabinieri dovevano occuparsi delle cose di competenza. Grane ne avevano gi abbastanza senza bisogno di andarsele a cercare. Gli restavano pochi giorni di licenza, aveva mormorato.
E farei conto di godermeli minuto per minuto.
Per cui, che gli facesse una cortesia, un favore personale.
Dimnticati tutta la storia, il Nero, il Cerevelli... non sono affari nostri, aveva detto.
Daccordo, aveva risposto il Mannu.
Me lo prometti?
S.
Secondo luso, per, dei marinai.

Capitolo 148.
Sera svegliata in piena notte, cominci a raccontare suor Repranda nella corsia dellospedale davanti alla porta della stanza dovera ricoverato il Nero.
Ammetto di essermi lasciata vincere dal sonno.
Tuttavia non si sentiva in colpa. Perch, nonostante le raccomandazioni del professore, lei gi la sera prima aveva capito che il degente non era pi in pericolo di vita.
Val pi la pratica talvolta, sapete, brigadiere?
E lei in quanto a pratica, visto che da cinquantanni bazzicava ospedali e malati, poteva farla in barba a tanti dottorini! Comunque sera addormentata e sera risvegliata bruscamente in piena notte richiamata dal sonno da un rumore che sulle prime le era sembrato quello di una pentola dove bollissero fagioli.
Avete presente? chiese la religiosa.
S, rispose il brigadiere, aveva presente.
Ma non si poteva arrivare al sodo?
Evidentemente no, poich suor Repranda riprese dicendo:
I fagioli erano l, nella stanza.
Che cosa?
Ma via, era un modo di dire!, sorrise la suora. Ovvio che non ci fossero pentole e fagioli nella stanza di un ricoverato!
Ma il rumore era quello e veniva direttamente
dalla gola del degente. Il quale, non mi crederete...
Stava parlando! corse alla conclusione il Mannu che non vedeva lora di entrare nella stanza del Nero.Meglio! lo stup la suora.
Di pi.
Stava pregando!
Cosa faceva?
Pregava!
Anche lei, sulle prime, non aveva capito bene cosa dicesse, era rimasta un po cos, stordita. Allora sera avvicinata, sera chinata per sentire meglio. Cos, senza possibilit di dubbio, aveva compreso: da quelle labbra stava uscendo una fila ininterrotta di avemarie, paternoster, virgofidelis, agnusdei, e via di questo passo.Quindi se pu pregare... interloqu il brigadiere.
E no, un momento, fece la suora. Non era mica finita.
Perch, dopo lattimo iniziale di entusiasmo, aveva voluto riflettere. Insomma, in cinquantanni di ospedale ne aveva visti di matti, gente che da un giorno allaltro perdeva il ben dellintelletto.
Volete dire che...
Ma contro la suora era una battaglia persa, al brigadiere non riusciva di finire una frase.
Altol! intim la religiosa seguendo lindice del Mannu che si picchiava la tempia.
Che quello fosse ammattito, non era affar suo. Certe cose per, anche nella follia, volevano rispetto. Tutte quelle preghiere sprecate, senza senso... Cos gli aveva detto che se voleva pregare lei era l per quello: ma con ordine, seguendo una logica, come Santa Madre Chiesa insegnava.
E sapete qual  stata la prima cosa che mi ha detto? Le aveva detto di chiamare un prete!
Un prete?
Un sacerdote, s. Per confessarsi.
Il Mannu rest senza parole. Suor Repranda invece ne aveva ancora una discreta scorta.
Chiss cosa passa nella testa di un uomo quando sfiora la morte, osserv.
Lei sapeva solo ci che si diceva, che un morituro rivedeva in un istante tutta la sua vita. E se la vita era stata piena di nefandezze, peccati e brutture e costui aveva la fortuna di risorgere non poteva fare altro.
Il brigadiere rest muto, non tent nemmeno una risposta.
Pentirsi.
Pentirsi e redimersi.
Il prete glielo aveva chiamato subito. Povero don Tremecoli!
Anziano e morsicato dallartrite comera, in un amen sera levato dal letto e, tra uno scric e uno scroc, aveva raggiunto il capezzale del degente. Laveva confessato.Quello sera pentito. Aveva pianto anche. E aveva detto che la sua vita precedente era finita, sepolta nel buio di quelle ultime ore, dimenticata. Ormai era un altro, aveva fatto voto di silenzio su tutto ci che era passato e non si sarebbe dedicato che a opere di bene.E forse... alluse suor Repranda.
Forse? si incurios il brigadiere.
Forse si far frate!
Capitolo 149.
Il freddo si aggrav nel primo pomeriggio grazie a un tivanaccio che tirava sbilenco e sembrava aver preso di mira piazza Verdi, dove Beppe Canizza stava ripassando, col suo manipolo di camicie nere, la lezione per la Giornata del Ringraziamento.
Tutti presenti, tranne il capomanipolo Lidio Cerevelli, assente giustificato per ragioni di ordine superiore, pubblica sicurezza.
Tra uno sbuffo di vento e una nuvola di polvere il Canizza impieg un paio dore nella vana ricerca di un poco di armonia tra le varie altezze dei presenti, predicando che in chiesa avrebbero dovuto tenere un atteggiamento dignitoso ma non eccessivamente partecipe, secondo le direttive del Partito che voleva avocare a s leducazione della giovent. Viceversa, nella sala del consiglio avrebbero dovuto esibire tutta la marzialit di cui erano capaci: sguardo fisso, schiene diritte, gambe divaricate.
E le pance, sbott a un certo punto, le pance, mi
raccomando!
Ce nerano tre o quattro infatti che, bench giovani, avevano di gi una discreta bogia.
Dopo unulteriore oretta di avanti marsc e dietrofront, quando, verso le quattro, una mano di grigiore stava cominciando a calare sul paese, il Canizza decise di mandare tutti a casa con unultima raccomandazione: che la sera della vigilia andassero a letto presto e non in giro per osterie come la maggior parte di loro era abituata a fare il sabato; le facce del dopo ciocca, sbattute, pallide, risaltavano sinistramente sopra la camicia nera.
Quindi li inquadr e pretese che, lui in testa, risalissero a passo di marcia il lungolago.
Fu vedendoli passare, mentre guardava sconsolato il lago grigioferro, che il brigadiere se ne ricord.Signori beneittu! esclam.
Era pronto a scommettere che al maresciallo, come a lui daltronde, quellimpegno fosse passato completamente di testa.
Capitolo 150.
Gli avrebbe fatto meno male.
Se uno di quei colpi di mazza o di piccone che gli operai su al cantiere di Ombriaco picchiavano senza sosta sotto locchio irrequieto del Cerevelli e quello impassibile dellOs de Mort gli fosse arrivato su un callo, il maresciallo Maccad avrebbe provato meno dolore di quello che invece percep quando il brigadiere gli ricord che domenica cera la Giornata del Ringraziamento. E il podest aveva invitato tutte le autorit del paese, compreso lui.
Il piccolo stava frignando, ma era in cucina in braccio alla signora Maccad che tentava di calmarlo, cos il maresciallo se lo permise.
Ma porca puttana!
Possibile che un destino infame avesse scelto proprio quella settimana per prenderlo di mira?
Daltronde, aveva alternative?
La domanda cominci a gemere dagli occhi del maresciallo.Non la tradusse in parole. Ma il suo silenzio fu eloquente.
Il brigadiere glielavrebbe fatta la cortesia di sostituirlo?
Pure la risposta del Mannu non ebbe bisogno di parole, rispose con un inarcarsi di sopracciglia.
Ma se era andato l apposta, per dargli lopportunit di chiederglielo!
Il maresciallo aggrott la fronte, il brigadiere la spian.
Il podest se ne avr a male per la vostra assenza, osserv questultimo sorridendo.
Sar mia cura raccontargli la bugia giusta, poi, rispose il Maccad, strizzando locchio.
Capitolo 151.
Pure il professor Cerretti ci sarebbe rimasto male se Lidio non fosse stato dei loro, osserv Lirica sabato sera.
Quale direttore sanitario dellospedale dove il salvato era subito stato ricoverato e da lui magistralmente curato, il professore sarebbe stato presente alla cerimonia.Ma un altro evento, pi intimo ma non meno importante, si celebrava quel giorno: lanniversario di laurea del professore. Per la ricorrenza il Cerretti aveva dato disposizioni per organizzare un pranzo a casa sua invitando amici, Lirica e figlio, e parte del personale ospedaliero, comprese un paio di suore e don Tremecoli.
Daltronde non  proprio possibile, ribatt il giovanotto.
Il termine ultimo di consegna dei lavori era luned, lui e limpresa stavano camminando sul filo del rasoio, non cera un minuto da perdere. Per arrivare al traguardo finale ed evitare guai, era necessario, assolutamente necessario lavorare anche la domenica. Con tutto ci che questo comportava in termini di spesa per limpresa Cerevelli.Vale a dire? chiese Lirica.
Valeva a dire che per convincere i muratori a lavorare anche la domenica aveva promesso loro un premio speciale il cui ammontare, anzich dalle casse del comune, sarebbe uscito da quelle dellimpresa Cerevelli.Non cera altro da fare, assicur Lidio.
E Lirica tacque, ben ricordando che, in fin dei conti, quel lavoro laveva accettato lei.
Capitolo 152.
In grande uniforme e con lopprimente lucerna in testa, il brigadiere Efisio Mannu, accompagnato dal carabiniere Cassamagna pure lui tirato a pomice, si present al signor prevosto alle dieci meno un quarto di domenica mattina per chiedere lumi circa la posizione da tenere durante la cerimonia religiosa.
Il sacerdote spieg.
Le autorit civili e militari si sarebbero schierate alla destra dellaltare, a sinistra invece quelle religiose, fabbriceri, i bambini di San Luigi, i catechisti, le suore dellasilo, dellospedale e dellorfanotrofio di San Rocco.Verso le dieci i primi fedeli cominciarono ad affluire.
Alle dieci e un quarto giunse leroe, poco dopo il salvato.
Alla spicciolata quindi, e in un ordine che al brigadiere sembrava quasi segreto, le autorit: il podest, il segretario comunale, il direttore didattico, il dottore, il notaio, il direttore del cotonificio e via di sguito, tutti, tranne il dottore scapolo, con le rispettive consorti appese al braccio.Spettacolo di varia umanit, not il Mannu, quasi un avanspettacolo di rughe, gorgiere, sederi a fatica occultati e mossette, mezzi sorrisi, saluti discreti e cenni di intesa.
Entrarono la madrina degli alpini, rossa in viso come se avesse gi bevuto, e il direttore della Banca del Mandamento.Quando mancavano cinque minuti alle dieci e trenta, ora di inizio della funzione, giunse Beppe Canizza col suo codazzo nerovestito. Il prevosto, dallaltare, fece loro un cenno, a destra! a destra! Infine, a tre minuti dallinizio, il professor Cerretti si materializz sulla soglia: a destra, al braccio, lOlghina, a sinistra la nipote Eufemia che dava invece il braccio a Lirica Cerevelli che faceva le veci del figlio sacrificato per il bene pubblico.
Fermo, il professore diede unocchiata in profondit, come volesse verificare se, nonostante fosse arrivato allultimo momento, il posto che preferiva lo aspettasse comunque, in attesa.
Cera. Discreto, come piaceva a lui, secondo banco.
Allora si avvi, nel silenzio assoluto che attendeva di riempirsi della voce del signor prevosto.
Fatti due passi, per, un rumoretto, un tintinnio fece girare pi di una testa.
Tra i primi a comprendere da dove provenisse quel suono, e prima che la maggior parte del popolo entrasse e si disponesse sul fondo, ci fu il brigadiere Mannu: un collier, insieme con un paio di altre collane, ondeggiava al collo di perla della bella Olghina.
Capitolo 153.
Al torneo dei saluti, fuori, dopo la messa, la grande uniforme del brigadiere Mannu ottenne un successo perlomeno uguale a quello dellOlghina, che non aveva smesso un attimo di solfeggiare, il collier tra le dita:  un pezzo unico!.
Quando si trov davanti il carabiniere, che in obbedienza alla raccomandazione del Maccad stava passando in rassegna le autorit e consorti varie presenti per salutare, non resistette alla stupidit, e gli chiese quanto pesasse il cappellone che portava.
E l successe il patatrac.
Il fotografo Gaetano Impiastri, che per niente al mondo si sarebbe persa loccasione di immortalare su lastra una giornata cos memorabile, si mise di mezzo: aveva gi fatto numerosi scatti, compreso uno a tutta la squadra del Canizza e uno alleroe ed al salvato, questultimo simbolicamente in braccio al suo salvatore.
Una bella foto! berci allindirizzo del brigadiere.
S s, che bello! fu la risposta dellOlghina, che imped al Mannu di dire ci che pensava riguardo a fotografi e fotografie.
E in men che non si dica si appese al braccio del brigadiere.
Il professor Cerretti stava scambiando quattro chiacchiere col signor prevosto. Il cinguettio della moglie attir la sua attenzione. Lanci verso di lei uno sguardo in tralice. Nemmeno lui sopportava fotografi e fotografie ma sapeva che, per venirne fuori in fretta e zittire la mogliettina, non cera altra strada che acconsentire alla sua volont.
Tu mettiti qui, a sinistra, gli ingiunse lei.
LImpiastri salivava per la contentezza. Aveva sotto gli occhi un quadro, una metafora: legge, bellezza e scienza.
Eccola l lItalia che camminava a fronte alta tra le potenze
mondiali! Poteva anche venderla al giornale,
quella foto!
Pronti! avvis.
Il volto del brigadiere era accigliato, serio quello del professore. LOlghina sorrideva.
Uno! inizi a contare lImpiastri.
Ma: No! fece lOlghina.
E si sistem il collier.
Vorrei che si vedesse bene, spieg rivolta al brigadiere.
Sapete,  un pezzo unico.
Al Mannu venne il pensiero che la donna aveva al collo la bicicletta del figlio del Campesi.
Raro, piuttosto, osserv. Unico, proprio, non direi.
Ci fu qualche risolino che sal dalla folla che guardava aspettando lo scatto: riso di stampo femminile, un poco di invidia che trovava sfogo. Unombra appena appena smorz il sorriso dellOlghina.
Ma cosa dite, maresciallo!?
Non sono maresciallo, puntualizz il Mannu.
La gaffe della donna provoc qualche altra risatina, pi gutturale delle precedenti, erano pi i maschi a divertirsi adesso: lOlghina era proprio scema come si diceva in giro.
 solo un brigadiere, cara, intervenne il professore.
Ma forse la sa lunga in tema di numismatica.Poi, ruotando solo la testa verso di lui: Eh, giovanotto? chiese.
Efisio Mannu socchiuse gli occhi: lultimo che laveva chiamato giovanotto con quel tono era finito in una siepe di fichi dIndia e probabilmente non aveva ancora finito di togliersi di dosso gli invisibili aghi.
Numismatica? rispose. No. Mi occupo di altre cose.
Reati, appropriazioni indebite...
Nessuno pi rideva.
Intendereste dire? chiese, la lingua un bisturi, il Cerretti.
Niente, rispose, a bassa voce, nera di rabbia, il brigadiere.
Dopodich sembr che tutto si oscurasse.
Non venne scattata alcuna fotografia.
Capitolo 154.
Stanco.
Stufo.
Insomma, era in ballo dalle dieci della mattina.
Inquadrare i suoi, la messa, la predica, luuunga!, del signor prevosto, la cerimonia in municipio, il discorso, noioooso!, del podest, quello del Crispini di cui non sera capito un cazzo, pieno di citazioni latine e di frasi lunghe che solo ad ascoltarle toglievano il fiato; poi i saluti, i complimenti, il pranzo al Cavallino, aperitivo, antipasto, primo, secondo, dolce, caff, ammazzacaff e chiacchiere senza fine.
Ho tutti i diritti, si sfog Beppe Canizza con la Dorina verso le cinque del pomeriggio di domenica, di averne pieni i coglioni.
Daltronde, sospir dal divano occhieggiando le caviglie della moglie e paragonandole a quelle dellAnita Campesi, il dovere era dovere. Ma, se non fosse stato segretario, col piffero che sarebbe rimasto fino alla fine.Avrebbe fatto piuttosto come il professor Cerretti, furbo lui!, che a un certo punto, con linossidabile giustificazione dellanniversario di laurea e festa conseguente, aveva salutato la compagnia danzante e se nera andato con la bella mogliettina.
Vista limpossibilit di avere Lidio alla sua tavola, il Cerretti aveva disposto di destinare la nipote Eufemia al pranzo presso II Cavallino, quale rappresentante della famiglia, e al fine di non lasciarla sola soletta aveva chiesto a Lirica di farle compagnia.
Lirica aveva accettato con finto entusiasmo ma, per tutta la durata del pranzo, anzich gustare le prelibatezze del ristorante si era nutrita della bruttezza dellEufemia.Cos che alla sera la sua colite si risvegli, obbligandola a coricarsi presto, la boule dellacqua calda sulladdome e la reliquia di san Leone sotto il cuscino.
Mi spiace tanto, disse al figlio, ti dir domani com andata.
Riposa bene, le augur Lidio, una mano in tasca a palpare una cartina.
Quella dove, segnato in rosso, cera il sentiero che da Colonno portava allalpe omonima.
E poi, sai dove, mamma? mormor tra s quando fu pure lui a letto.
Ma  ovvio, in Svizzera!
Capitolo 155.
Domenica sera il maresciallo Maccad aveva riaperto con un sospiro larmadio dove aveva riposto la divisa per quella settimana di tribolata licenza.
Luned mattina usc immergendosi in un panorama di luci e linee ancora incerte dopo aver guardato il piccolo che dormiva accanto a sua moglie e con una certezza nellanimo: quella che, essendo finita la sua licenza, erano finiti anche i guai e gli imprevisti e dora in avanti avrebbe avuto settimane sonnolente come il piccolo mondo che gli stava intorno, avviato verso il letargo dellinverno.
A riceverlo in caserma trov il solo Cassamagna cui, tanto per dire qualcosa, chiese come fosse andata la Giornata del Ringraziamento.
Per il Cassamagna, giovane e rispettoso, la domanda del maresciallo suon come ordine.
Part con una relazione puntigliosa, tornando indietro quando si accorgeva di aver dimenticato qualcosa, elencando i presenti e le fasi salienti della cerimonia. Tent anche un riassunto dei discorsi uditi. Il maresciallo si pent quasi subito di avergli fatto quella domanda, iniziava gi ad annoiarsi come se ci fosse stato anche lui, ma cambi atteggiamento quando il Cassamagna disse che, poi, dopo, fuori dalla chiesa, sul sagrato, mentre tutti si salutavano e alcuni sbaciucchiavano, cera stato uno scambio di battute un po...
Velenose, le defin, tra il signor brigadiere ed il professor Cerretti.
Sarebbe a dire?
Quello s che era un tono dordine!
Il Cassamagna si impappin.
Daltronde era l, vicino al terzetto che lImpiastri voleva fotografare, aveva sentito, forse proprio non tutto, ma il tono...
Che tono? Di chi?
Di tutti e due, rispose il Cassamagna.
Del brigadiere Mannu e del professor Cerretti. Secco, non certo quello di due che si stavano scambiando complimenti.E gli era sembrato che tutto fosse cominciato da quel gioiello...
Quale gioiello?
Quello della signora Cerretti, rispose il Cassamagna.
Il collier? specific il maresciallo.
Proprio, da quel collier che la moglie del professore portava al collo.
Maledizione! esclam il Maccad picchiando una gran manata sul tavolo.
Testa di sardo! Cocciuto come un mulo!
Lavesse avuto sotto mano: ma il Mannu aveva approfittato di una giornata di ben meritato permesso per recarsi a Lecco da un suo amico, sarto siciliano, per farsi prendere le misure di un vestito.
Il maresciallo rivisit la certezza di poco prima, quella sui guai che sarebbero finiti insieme con la sua licenza.Guard il Cassamagna.
Risent le parole del brigadiere, la promessa che gli aveva fatto, lasciar perdere, dimenticare, basta!
Era cos che teneva in conto i suoi consigli?
Proprio con quello giusto era andato a pestarsi i calli!
E appunto, prosegu il Cassamagna visto che il maresciallo continuava a guardarlo senza parlare, a partire dal collier c stato il velenoso scambio... Macch velenoso scambio, lo interruppe il Maccad.Scazzo!
Scazzo vero e proprio. Chiamiamo le cose col loro nome.
Agli ordini, fece il carabiniere.
Sperando che fosse finita l.
Capitolo 156.
Mio figlio? Non c! disse la signora Lirica.
Era ancora in vestaglia, spettinata, il viso bolso, spiritato.
La colite laveva tormentata tutta notte. Bastava chiudere gli occhi e gli attacchi partivano. Perch se chiudeva gli occhi rivedeva la nipote del professore che le era stata al fianco per tutta la durata del pranzo, mangiando silenziosamente tutto quello che le avevano messo nel piatto. Le uniche parole che aveva detto erano state i S in risposta alle sue domande, Ti piace?. Le piaceva tutto. Per non vederla aveva dovuto tenere gli occhi aperti tutta la notte. Ma cos non era riuscita a dormire e adesso era un po nervosa.
Ah, no? fece il postino, come stupito.
Ma era il caso di stupirsi?, disse Lirica.
Come si poteva pretendere di trovare in casa a quellora, le nove occhio e croce, un uomo che lavorava?
Un direttore dei lavori che, anzi, proprio quella mattina aveva la consegna dellultimo lavoro eseguito, finito al pelo il giorno prima, anche se era domenica!
Quindi, concluse la donna, se lo voleva doveva andare su, in cantiere, a Ombriaco.
Sul viso del postino cal una smorfia di malumore.
Per un telegramma... borbott.
Telegramma? chiese Lirica.
S, dalla Svizzera, puntualizz il postino.
A quelluscita Lirica si sent gelare.
Svizzera? ripet.
Ma s, fece il postino.
Doveva essere, aggiunse, per via di quei lavori che avevano in ballo con gli svizzeri.
Quali lavori?
Se non lo sapete voi... ribatt il postino.
Lui sapeva solo quello che gli aveva detto limpiegato Menarelli che, a sua volta, sapeva appunto quello che Lidio in persona gli aveva detto: che aveva in ballo dei lavori con la Svizzera.
Ah! fece la donna.
Adesso ricordava.
S, certo...
Be, propose, se voleva evitarsi la scarpinata, il telegramma poteva consegnarlo a lei.
Magnifico, fece il postino. Tra laltro stamattina mi fanno giusto male i calli.
Dieci minuti pi tardi Lirica laveva letto gi tre volte.
Capitolo 157.
Grazie tesoro piselone stop Grazie anche tuo amico vecchio coione profesore stop Tesoro serfe a me e a mio nuovo amore eterno stop Perdona Helga perdona sua figa damore stop Tante fortune stop.
A parte gli errori.
A parte la volgarit.
A parte tutto.
Rilesse il testo del telegramma una quarta volta ma a voce alta, in camera da letto, davanti alla fotografia del suo povero marito, come se potesse sentirla.
Lidio, mormor.
Suo figlio aveva cercato di ingannarla, aveva tramato alle sue spalle con quella...
Prima di proseguire Lirica si guard intorno. Ma era sola in casa e, in fin dei conti, stava solamente pensando.Abbass, comunque, il volume del pensiero.
... quella puttana di una svizzerotta!
E poi...
Oddio, il mondo le stava crollando addosso.
Cosa centrava il professor Cerretti?
Perch non aveva dubbi che il vecchio coione fosse lui.
Che avesse potuto allearsi con Lidio, aiutarlo nel suo progetto?
Pensare di farla su, con tutte quelle balle della beata giovent che si infiamma e poi si sfiamma subito?Farla a lei?
Che aveva dimostrato gi di sapersela cavare, che sera presa in mano unimpresa edile senza sapere di che colore fosse un mattone o che forma avesse un chiodo! E laveva tenuta in piedi, ampliata, resa una delle pi ricercate del territorio?
Forse pensavano che fosse rimbambita.
Ah, s?
Allora avrebbe dimostrato a tutti, e al professore in primis, vecchio coione!, che si sbagliavano.
Senza perdere tempo.
Lirica rilesse il telegramma per la quinta volta.
Vecchio coione! mormor.
Dieci colpi di spazzola, cipria, il vestito buono, quello che aveva indossato il giorno prima, cappotto e collo di volpe.
Si guard allo specchio.
Pronta.
Part.
Capitolo 158.
Il vecchio coione stava parlando da oltre mezzora con don Tremecoli, chiuso nel suo studio. Allo scopo di vigilare sulla privatezza del colloquio aveva messo a guardia della porta suor Arginia, ingiungendole che non voleva essere disturbato per nessun motivo al mondo tranne, naturalmente, eventuali urgenze operatorie: la faccenda in discussione infatti era delicata e complessa e non priva di risvolti etici e morali che andavano sviscerati e soppesati da persone colte e di buon senso. Perch il Nero era ormai fuori pericolo e il professore aveva deciso, tempo uno o due giorni, di dimetterlo, liberando il letto.
Alla notizia il degente sera dapprima chiesto che fare della sua vita e subito dopo aveva mandato a chiamare il sacerdote che sera fatto carico del problema.
Dubbi circa il pentimento del giovanotto non ne aveva:
lo conosceva bene lanimo umano, da cinquantanni navigava tra miserie e nobilt!
Ci scommetterei, aveva detto al Cerretti, se labito
che indosso non me lo vietasse!
Toccava a loro due, un guaritore di anime e uno di corpi, aiutarlo. Senn sarebbe stata la rovina.Capisco, aveva ribattuto il professore.
Ma non poteva dimenticare di essere anche responsabile del buon andamento dellospedale. E occupare un letto sottraendolo magari a chi ne aveva necessit non gli sembrava unazione eticamente corretta.
Concordo, stava dicendo don Tremecoli nel preciso momento in cui Lirica giunse davanti allo studio dove i due stavano dibattendo.
Suor Arginia, vedendo la donna fermarsi proprio davanti alla porta e notando il suo atteggiamento bellicoso, intervenne immediatamente.
Sci! ingiunse. Era nota per essere piuttosto brusca di modi.
Non sono una gallina, rispose Lirica.
La religiosa fece per controbattere. Lirica la anticip.
E se non mi annunciate subito al professore giuro che
mi metto a bestemmiare, annunci. E poi dico che siete
stata voi!
Io avrei pensato... stava annunciando don Tremecoli, quando le nocche di suor Arginia, che essendo nata in campagna aveva la mano pesante, calarono sulla porta dello studio.
Capitolo 159.
Al toc che sent nascere dal legno della porta, il professor Cerretti alz la mano, troncando la parola al sacerdote.
S? fece.
Ma breve, secco. Aveva dato un ordine ben preciso.
Suor Arginia apr la porta di quel tanto che bastava per infilare la testa nello studio. Tent di dire qualcosa ma, dietro di lei, Lirica, allung una gomitata alla suora che la spost di lato, diede una botta anche alla porta e la spalanc. Quindi entr e, una volta al centro dello studio, diede dapprima un rapido sguardo dinsieme: scrivania, libri, uno scheletro che, in un angolo, pendeva da un gancio, quadri e diplomi alle pareti, un divanetto. Poi annus, colse odore dincenso. Pos gli occhi su don Tremecoli che non sera girato per vedere cosa capitava perch quei movimenti di torsione gli erano impediti dallartrosi.
Lasciateci soli, ordin Lirica. Io e il professore.
Suor Arginia, desolata, era tornata sulla soglia dello studio in attesa che un fulmine del cielo colpisse linvasata o, in alternativa, di unocchiata del Cerretti alla quale avrebbe risposto avanzando su Lirica, prendendola per il coppino e portandola di peso fuori dallo studio.
Dalla bocca del Cerretti non usc una parola. Chiuse gli occhi invece, per reprimere il desiderio di sistemare da s linvasata: non fosse stata la madre di Lidio, a quellora Lirica si sarebbe gi amaramente pentita del suo agire, sdraiata in un letto dospedale ed ivi tenuta grazie a cinghie di cuoio sino a che un paio di iniezioni, dolorosissime, di bromuro di potassio non lavessero portata nel mondo dei sogni. Quando li riapr bast unocchiata, una folgore grigia e fredda. Rivolta al sacerdote per.
Scric, scroc, suon nellaria. Don Tremecoli si alz e si avvi. La suora stava ancora aspettando il fulmine quando Lirica, senza girarsi, grid: La porta!.
E, cloc!, allordine segu il rumore.
Adesso erano soli, il professore e lei. Estrasse dalla tasca il telegramma e lo lanci sulla scrivania, sotto gli occhi del Cerretti.
Cos sta roba, cosa significa? chiese.
E stava per aggiungere vecchio coione, ma si trattenne.
Capitolo 160.
Quando, un quarto dora dopo, senza che avesse detto una parola, il professor Cerretti sollev lo sguardo dal telegramma, a Lirica stava ricominciando un attacco di colite.E la luce grigia dello sguardo che luomo le piant in faccia non fece che peggiorarla.
Il professore non sera nemmeno mosso, pinzava tra le dita il telegramma. Dapprima strinse la bocca a culo di gallina poi corrug la fronte quindi spian del tutto i muscoli del viso ed emise la sentenza.
Di questa faccenda me ne occupo io.
Comodo, pens Lirica. Ma lei voleva sapere.
Io...
Le palpebre del Cerretti batterono velocemente.
Voi questo telegramma non lavete mai visto, disse.
Io per vorrei capire... obiett la donna.
Eviterete di parlarne con vostro figlio, prosegu imperterrito il professore.
La soluzione migliore sarebbe stata darsi malata. Inventarsi un attacco di colite, di quelli coi fiocchi, che lobbligasse a letto, al buio e che nessuno la disturbasse!Veramente un po di colite ce lho gi, osserv Lirica.
Bene, approv il Cerretti. Cos avrebbe evitato il peccato veniale della bugia.
Per... tent ancora Lirica.
Ma il professore sollev lindice destro.
Fate come vi dico.
E fino a nuovo ordine.
Capitolo 161.
Mi serve il vostro convertito.
Il povero don Tremecoli, passin passetto, non era nemmeno arrivato a met strada tra lo studio del professore e le sue stanze quando suor Arginia lo avvis che il Cerretti aveva urgentemente bisogno di lui. E, scric e scroc, ritorn sui suoi passi.
Do per avere, disse il Cerretti. E che non faccia storie! Dare.
Dava una bella tubercolosi al Nero, che gli avrebbe consentito di essere esentato dal servizio. Cartelle, referti medici, esami e radiogrammi. Tutto perfetto. Falso, ma perfetto.
Avere.
Per una volta, lultima, facesse mente locale e tornasse alla sua vita precedente. Tornasse in campo usando tutto ci che gli serviva, contatti, amici, delatori, spie e li mettesse sulle tracce di...
Il professore rilesse il nome.
Tal Helga Ritter, Zurigo.
Perch mai? chiese don Tremecoli.
Perch, rispose il professore, se non veniva a capo di una certa faccenda, e in fretta, avrebbe dimesso il convertito quel giorno stesso, restituendolo ai suoi pari: che andasse da loro a raccontare della conversione, del pentimento e della volont di redenzione. Mentre, se laiutava, aveva in animo un mezzo progetto per sistemarlo che gli avrebbe dato il comodo di pensare con calma a tutto il male che aveva fatto e tutto il tempo che gli necessitava per purgarsi dai suoi peccati.
Affare fatto? chiese il professore.
Mi sembra che ci sia poco da scegliere, osserv il sacerdote.
Appunto, conferm il Cerretti.
Che poi, di nuovo solo nello studio, mormor: Vecchio coione, eh?.
Vedesse adesso il Cerevelli quantera vecchio.
E pure quanto coione.
Capitolo 162.
Cosa c? chiese il Canizza guardando verso la porta della sede del Partito sulla cui soglia era comparso il Pitars.
Vuoi iscriverti al Partito?
No, rispose quello.
E nemmeno voleva entrare in una sede del Partito. Siccome, per, doveva consegnargli un biglietto era l.Facesse il piacere di andare a prenderlo o altrimenti lo appoggiava sul pavimento. Il Canizza squadr la figura mingherlina dellometto.
Di chi ?
Il Pi tars scroll le spalle. Gli davano la mancia per fare le commissioni, mica per contare di chi e di che. E se era arrivato a ottantanni, era perch sera sempre e solo impicciato di campare la vita.
Va be, disse il Canizza alzandosi, arrivo.
Lo lesse l sulla soglia, in piedi.
O cazzo! mormor subito dopo.
O cazzo cazzo cazzo!
Si guard intorno come se potesse trovare la risposta alla domanda che gli era nata nella mente: cosa poteva aver mai fatto, dove poteva aver mai sbagliato per guadagnarsi quellinvito?
Invito a cena, a casa del professor Cerretti, per quella stessa sera!
Ma se per non incrociare la via del professore aveva cestinato anche la terza lettera di quel Bombetti...
Bombacci o come cazzo si chiamava, quello che Caro camerata voleva avere a tutti i costi notizie del Degiurati!Eppure, eccolo l linvito.
Presenza indispensabile.
Richiesta puntualit, otto di sera.
E sotto, sigillo e firma, professor Cerretti.
Ma ce laveva un nome oppure lavevano battezzato cos, da sempre professore?
Capitolo 163.
Fu lOlghina, diobono che tette!, a riceverlo. Erano le otto spaccate, le stava battendo anche il campanile.Beppe Canizza sera messo elegante, profumato e pettinato.
Ma si sentiva freddo dentro, come se lavessero gi giustiziato.Tanto che nemmeno la vista delle straordinarie tette della padrona di casa riusc a infondergli un po di calore.
Da quando aveva ricevuto il biglietto di invito, il Canizza non aveva fatto altro che tormentarsi sul motivo dello stesso. Mentre si preparava per uscire ne aveva parlato anche con la Dorina usando un tono come se si giustificasse e nel contempo volesse convincersi che lunica ragione per invitarlo a cena era assicurarsi che lui non avrebbe mai e poi mai risposto alle lettere di quel Bombacci di merda, che non si impicciasse insomma dellaffare Degiurati.
Perch?
Non lo sapeva e nemmeno lo voleva sapere.
Ma la Dorina aveva la berretta in piedi, le rodeva di non essere stata invitata e non aveva voluto dare alcuna soddisfazione al marito, rispondendo alle sue domande con sommessi boh... mah... chiss...
Fu lOlghina in persona a servire a tavola, mentre il Cerretti prese immediatamente il pallino della conversazione passando in rassegna ogni possibile argomento.Politica locale...
Mi sembra un buon podest quello che abbiamo.
Domanda trabocchetto?
S, disse il Canizza, che avrebbe confermato in ogni caso.
... e nazionale.
Speriamo che lEtiopia possa avviarsi senza ostacoli lungo la via della civilizzazione adesso che ha il suo imperatore.
Il segretario contrasse la fronte.
Sar al corrente, immagino, che ras Tafari  diventato Hail Selassi, imperatore dEtiopia, aggiunse il professore.
Anzi, la voleva sapere una cosa? Un suo buon amico, che pochi mesi prima si era seduto alla sua tavola...Proprio nel posto che lei occupa adesso.
... aveva fatto parte della delegazione italiana, capeggiata dal principe ereditario Umberto, che aveva assistito alla cerimonia di incoronazione.
Costume e spettacolo. Secondo il professore, bene aveva fatto il regime a fondare listituto LUCE, dando una spinta al cinema (Arte nascente grazie alla quale si potr educare il popolo), mentre non comprendeva come lo stesso regime potesse permettere a uno sciocco come quel Petrolini di rincretinire la gente con le sue insensate battute.
Vero  che il popolo  un po bue, disse.
E s, conferm il Canizza.
Ragione di pi per non farlo diventare anche somaro.
Certamente.
Quando il secondo era gi in tavola, stufato con la polenta, il Cerretti pass allo sport: Nuvolari, quello s che era un vero uomo, un esempio di coraggio e arditezza da additare alle nuove generazioni.
Aveva presente il Canizza con che piglio aveva vinto la Mille Miglia?
Su quellargomento il segretario avrebbe potuto tenere una conferenza, visto che pure lui era un tifoso del pilota, ma il Cerretti non gli permise di emettere alcun parere.
Non lo conosco personalmente, disse.
Ma un suo conoscente, intimo di Tazio, gli aveva fatto avere una copia della rassegna mensile Lo sport fascista, con tanto di saluti e firma di Nuvolari sulla copertina.
A quel punto, fu il pensiero del Canizza, mancava che il Cerretti gli dicesse che ogni tanto saliva nellalto dei cieli per scambiare due chiacchiere col Padreterno!
Nonostante tutte quelle chiacchiere da salotto, il dubbio non aveva mai mollato il segretario.
Per cosa diavolo laveva invitato a cena? Per parlare di sport, politica, cinema e quantaltro?
Che poi non era stato parlare, un monologo piuttosto del professore, e lui a fare da pubblico attento e silenzioso.
No, riflett il Canizza mentre il professore stava dicendo che un altro dei suoi buoni amici, comasco, stava pensando di organizzare una serie di Giornate dellala in vari paesi del lago: tutto quel chiacchierare aveva solo uno scopo, prepararlo alla botta finale dopo avergli fatto intendere di quanto potere potesse disporre.
Insomma, il professore stava solo affilando la lama.
E il momento giusto per usarla gli sembr arrivato quando lOlghina serv il caff. Per porgerlo al segretario si chin esageratamente, offrendo al suo sguardo limmensa valle che correva tra le due colline sulle quali il Degiurati sera arrampicato: lultimo desiderio del condannato a morte.
Dopo il caff il professore guard la moglie.
A nanna, disse.
Beppe Canizza augur la buonanotte, lora della sentenza era arrivata.
Mentre lOlghina, il rumore dei cui passi echeggiava sino in sala da pranzo, andava verso la camera da letto, il professore espose al Canizza la sua richiesta.
Il segretario rest di stucco, non riusc a dissimulare la sorpresa. Si sarebbe aspettato di tutto, tranne...Ho le mie buone ragioni, tagli corto il Cerretti.
Il che significava che il Canizza non doveva chiedere n perch n per come ma accontentarsi di poter rendere un favore al Cerretti.
Tutto sommato, ragion, dopo aver immaginato chiss che disgrazie per s, gli era andata di lusso: se il Cerevelli era entrato in conflitto col professore, cazzi suoi!
Per il sollievo di aver scampato un guaio, avvert nascere una potentissima erezione.
Fino a nuovo ordine, ordin il professore prima di congedarlo.
Non dubitate, lo rassicur il Canizza.
E si avvi verso casa con la vivace speranza che sua moglie lavesse atteso sveglia.
Capitolo 164.
Sveglissima.
Figurarsi! Rosa comera dalla curiosit di sapere come fosse arredata la casa del professore e che vestito indossasse lOlghina e se era vero che cenassero con posate dargento e ci fossero ben tre cessi eccetera eccetera, alla Dorina non era venuta nemmeno lidea di dormire.
Quando suo marito rientr in casa fischiettando, gli corse incontro e not subito il rigonfio. Nemmeno il freddo della sera aveva potuto niente. Il segretario, tornando verso casa, non aveva fatto altro che pensare alle tette dellOlghina e a come questa gli avesse offerto vista e caff. E hai voglia!
Per, pens Dorina tornando a letto e mentre suo marito si spogliava, se quella sera la voleva il Beppe doveva pagare pegno prima ed evadere le sue curiosit.
Ci volle una mezzora buona, nel corso della quale il Canizza dovette ricorrere a balle belle e buone perch il professore mica gli aveva fatto visitare tutta la casa, prima che la lingua della Dorina si acquietasse.
Prima che uscisse dalle sue labbra quellultima domanda:
perch mai laveva invitato a cena?
Politica, rispose telegrafico il Canizza.
Mai le avrebbe detto che il professore gli aveva chiesto, a lui e ai suoi, una sorveglianza continua e discreta su Lidio Cerevelli. E di informarlo in caso di movimenti sospetti.Fino a nuovo ordine.
E adesso? chiese la donna.
Al segretario la fantasia si incendi.
Abbiamo del bicarbonato in casa? chiese.
Ti brucia lo stomaco?
Per niente. Ma gli piaceva lidea che la Dorina andasse a prendergliene un dito e glielo porgesse poi, chinandosi su di lui, come lOlghina un paio dore prima, quando gli aveva servito il caff.
Capitolo 165.
Fu lOs de Mort luned sera, al crepuscolo, ad ammettere con profondo dispiacere che il lavoro, nonostante gli incidenti di percorso, era stato eseguito a regola darte.Non lo fece usando parole.
Alla domanda del podest se avesse obiezioni da fare, rispose chiudendo gli occhi e scuotendo brevemente la testa.
Bene allora, concluse il podest rivolto al Cerevelli che in quellultima mezzora, tanto era durata lispezione dellOs de Mort, non aveva fatto altro che saltellare e fregarsi le mani: un po la paura che quel gratta balle dellEsangui se ne venisse fuori con qualche novit e un po, anzi, soprattutto la tensione dellattesa per il telegramma col quale Helga, secondo un codice criptico, gli avrebbe comunicato di aver ricevuto la merce, averla depositata in una cassetta di sicurezza a Locarno, dopodich non gli restava che fuggire dal paese ed andare incontro alla sua nuova vita.
Ci si vedeva gi nei panni del giovin signore sfaccendato, con lunico pensiero di come e dove spendere il denaro, baciato, oltre che da Helga, dalla fortuna.
Dea cieca?
Forse. Certamente non in quel frangente perch, oltre ad aver fatto filare tutto liscio nonostante ostacoli e imprevisti, gli aveva anche schiantato a letto sua madre con un memorabile attacco di colite per far passare il quale, secondo gli ordini perentori del professor Cerretti, doveva stare a letto, digiuna, al buio e senza disturbo alcuno per almeno giorni tre, cos che lui avrebbe avuto, anche in casa, piena libert dazione. Non aveva che da aspettare il segnale di partenza, il telegramma.
Avrebbe desiderato averlo tra le mani gi quello stesso luned ma era impossibile, troppo presto. Molto pi facile, quasi sicuro, che arrivasse il giorno seguente, marted.
Capitolo 166.
Non mancava molto, marted, alluna quando Anzio Codega, uno dei camerati del manipolo, si scus con lui al telefono, aveva sbagliato numero.
Allo squillo Lidio sera precipitato sulla cornetta, certo che allaltro capo ci fosse un impiegato delle Rgie Poste che lo avvisava di avere un telegramma per lui, andasse a ritirarlo. Il postino infatti non era ancora passato quella mattina.
Chiss, forse era ammalato, in giro cera linfluenza.
Deluso: Fa niente, rispose Lidio al Codega.
Poi salut e rest mezzo minuto con la cornetta in mano.
Cont.
Il Codega era il quarto camerata che gli capitava tra i piedi quella mattina.
Alle sette e mezzo infatti, non sopportando pi la lentezza con la quale passavano i minuti sullorologio della cucina, era uscito di casa per bere un caff allImbarcadero e fare poi due passi sul lungolago quando, appena uscito dal portone, era quasi andato a sbattere contro il Canizza, che era fuori orario, perch non apriva mai prima delle nove del mattino, e pure contromano, visto che la sua barbera era nella direzione diametralmente opposta.Tanto per dire qualcosa, dopo essersi salutati, il Canizza, pur non richiesto, aveva spiegato che stava andando dalla pescivendola Cancrena per vedere se nel corso della notte suo figlio fosse riuscito a catturare pesci persici.
Caff, dopo il Canizza, poi lungolago, come da programma.Poi, zufolando, sera avviato alla volta delle Rgie Poste, come se potesse intercettare in qualche modo il telegramma, ed era incappato in Astenio Panateo che, cannetta in mano, tentava di pescare latitanti pesci nelle acque del molo. Veemente, il Panateo gli aveva tirato due coglioni cos circa linsensatezza di certe leggi sulla pesca da diporto che, a suo dire, erano fatte apposta per favorire i pescatori professionisti a danno di quelli dilettanti, come se i pesci non fossero un bene comune che il buon Dio aveva creato e messo nelle acque anche per sfamare coloro che non potevano permettersi di acquistarli in pescheria.
Toltosi dalle balle il Panateo, anzich verso le Rgie Poste Lidio era andato nel suo ufficio di via Manzoni.Aveva bisogno di corroborarsi e laveva fatto guardando per un po la cassaforte vuota, fantasticando su quellaltra, la cassetta di sicurezza che, a Locarno, lo aspettava bella piena. Non mancava che quel benedetto telegramma affinch tutte le sue fantasie diventassero realt. Vista lora, era uscito con la precisa intenzione di andare davvero allufficio postale e sera imbattuto in Primo Zucchetti che, gioviale per via di qualche bianchino gi scolato, laveva preso sottobraccio e obbligato a bersi un aperitivo con lui. Lidio non era riuscito a dire no. Lo Zucchetti, nel tempo che lui aveva impiegato a bersi il suo, ne aveva consumati tre, giusto il tempo per tirare mezzogiorno.Poi, visto che era di strada, aveva voluto accompagnarlo fin sotto casa. A Lidio non era rimasto altro da fare che salire: tra laltro non era ancora andato a dare unocchiata a sua madre per vedere come stesse.
Lirica era sempre a letto, il viso contratto in una maschera di dolori colici fittizi.
Come va? aveva chiesto lui.
Boh, aveva risposto lei. E tu?
Lui non era mica malato.
Perch? aveva chiesto.
Lirica era stata l l per venir meno alla promessa fatta al professore.
Ma era squillato il telefono, Lidio sera precipitato convinto che fosse in arrivo la notizia tanto attesa e invece era quellAnzio Codega che, chiss come, aveva sbagliato numero. Aveva riappeso la cornetta e, pur non rinunciando alla speranza, aveva ragionato che, per quel giorno, non ci sarebbero state novit.
Tornato in cucina la vista della tavola orfana di stoviglie gli tolse quel filo di appetito che avvertiva. Si rec nella sua stanza, senza fare niente, solo cercando di spingere il tempo a passare il pi rapidamente possibile affinch arrivasse lindomani. Perch ormai era questione di ore.
Verso met pomeriggio, Pinetto Settici detto Pianola perch suonava lorgano in chiesa, venne a chiedergli se volesse bere un caff con lui. Prima di rispondere il Cerevelli cerc di afferrare un pensiero vagabondo: il Pianola era il quinto camerata della giornata, ma che cazzo volevano?
Bevitelo te, rispose allora malamente dalla finestra di cucina.
Il Pianola non sembr offendersi per la malagrazia del Cerevelli.
Solo grazie al buio della sera, il buio terapeutico che calma le ansie e, ingannatore, sussurra promesse di felicit per limmediato futuro del giorno dopo, Lidio Cerevelli riusc a ritrovare la calma dello spirito.
Perch a mercoled non mancavano che poche ore ed il telegramma non poteva pi tardare.
Domani, sussurr a buio fatto, guardando dalla finestra il cielo limpido, le stelle luminose: chiss se anche la Helga guardava quello stesso cielo...
Domani, mercoled...
Si addorment con quelle due parole stampate sulle labbra.
Dorm profondamente. Il postino passava da loro alle undici, undici e trenta, a volte mezzogiorno.
Per un telegramma per avrebbe potuto fare uneccezione, le nove, massimo nove e mezzo.
Certo non alle sei, ora alla quale, mercoled mattina, il Cerevelli si svegli, guard dalla finestra la giornata ancora limpida, la montagna colorata dautunno che gli stava di fronte oltre la quale cera la Svizzera. In una parola, Helga.
Capitolo 167.
Un altro?
Limpiegato postale Menarelli si pent subito del tono di voce, troppo alto, che aveva usato.
Ma aveva da poco liquidato tal Piacenti Rosa che, mercoled mattina, aveva preceduto di pochissimo il Cerevelli al bancone ed aveva attaccato una solfa di protesta che era durata quasi venti minuti: perch lei si rendeva conto che il paese ospitava una sua omonima e che, occasionalmente, la corrispondenza destinata a lei potesse invece essere consegnata a quellaltra, bench avesse indirizzo diverso.
Su una prima consegna errata aveva fatto finta di niente.
Ma dopo tre volte e con le lettere che suo figlio,
emigrato in Argentina, le scriveva ogni due mesi, aveva deciso
che era arrivata lora di agire. Perch laltra Piacenti
Rosa le lettere: Mie di me! gliele faceva avere. Ma aperte,
scusandosi e dicendo di non aver fatto caso
allindirizzo.
Balle!
Quella le apriva apposta per ficcare il naso nei suoi affari, perch era impossibile non riconoscere una lettera proveniente dal Sudamerica, non fosse che per i francobolli cos diversi da quelli nostrani. E a proposito di francobolli, una volta sulla busta nemmeno cera, qualcuno se lera fregato.
Il Cerevelli, in attesa che la Piacenti Rosa chiedesse al Menarelli se lui poteva mettere fine a quella vergogna o se dovesse rivolgersi al direttore o addirittura informare i carabinieri, sera mangiato tutta lunghia del pollice e aveva attaccato quella dellindice sino a quando sera sentito intorno linconfondibile odore di colla del camerata ciabattino Vinci Profumo.
Anche tu qui? aveva detto a mo di saluto il Profumo.
No, aveva risposto Lidio ed era tornato a interessarsi della questione Piacenti Rosa giunta ormai a uno snodo cruciale: il Menarelli infatti stava assicurando che sarebbe stata sua cura vagliare per bene la corrispondenza e avvisare il postino di non commettere pi errori nella consegna. Sul fatto che la sua omonima aprisse le lettere destinate a lei, invece, non poteva fare niente. Ma se le apriva, aveva ribattuto la Piacenti Rosa, era perch le venivano consegnate, quindi si capiva bene che lerrore era in partenza, cio l, nellufficio postale. Il Menarelli a quel punto aveva ribattuto che altro non poteva fare se non svolgere con scrupolo il lavoro per il quale veniva pagato. La Piacenti Rosa aveva rimbeccato che probabilmente doveva mettercene di pi. Il Menarelli aveva risposto nervosamente che non doveva azzardarsi a mettere in dubbio la sua seriet. La Piacenti Rosa aveva chiuso la discussione dicendo che in caso di nuovo errore lavrebbe ritenuto personalmente responsabile ed inviato un esposto scritto al direttore. Dopodich, finalmente, se nera andata naso allaria mentre al Menarelli tremavano le mani. Cos quando Lidio gli fece la domanda rispose con un tono di voce un po troppo alto.
Si scus subito.
Poi disse: No.
Un altro telegramma indirizzato a Lidio Cerevelli non era arrivato.
Il Cerevelli incass la risposta, si chiese se avesse formulato male la domanda o limpiegato avesse capito peggio, ma era impossibile...
Come, un altro? gli usc dalle labbra.
Il Menarelli inal un bel po daria prima di rispondere:
che anche il Lidio fosse l per rognare e mettere in dubbio la sua seriet?
Calmo, spieg che, dopo quello giunto luned, nessun altro telegramma che avesse lui quale destinatario era arrivato.
Ma... fece il Cerevelli.
Momento, lo interruppe il Menarelli.
Si allontan un istante per tornare con in mano il blocchetto delle ricevute.
Consegnato!
Facevano fede la firma, spieg, picchiando con lindice l dove Lirica aveva apposto nome e cognome, data e ora della consegna.
Qualcosa non va? chiese limpiegato notando che il Cerevelli aveva sgranato gli occhi e lo fissava, ma come non lo vedesse.
Nemmeno lo sent, il giovanotto.
Senza parlare liber il posto e lentamente si avvi fuori dallufficio.
Sua madre!
E adesso?
Adesso era giunta lora di giocare a carte scoperte, gliene fregava un cazzo, madre o non madre.
Colite o non colite.
Capitolo 168.
Colite o no, lui li voleva l.
Quella stessa sera, alle otto in punto.
Lei e suo figlio.
E senza discussioni.
Senn...
Se no?
Ma il professor Cerretti non aveva pi parlato e Lirica era rimasta l, con la cornetta in mano, come una statuetta del presepe.
Gliela tolse di mano il figlio.
Il telegramma dov?
Lirica lo guard.
Coshai combinato? chiese.

Capitolo 169.
Il professore a capotavola, giacca, gilet, cravatta.
LEufemia alla sua destra, alla sinistra Lidio, smorto quasi come la nipote.
Allaltro capo della tavola Lirica, pure lei smorta ma con una sfumatura verde smeraldo e ventriloqua per via dei borborigmi intestinali, veri stavolta.
LOlghina si occup di servire in tavola.
Un antipasto di affettati, bresaola, salame, lardo nostrano.
Lirica segu con gli occhi acquosi la deliziosa mogliettina che si occup di lei per prima.
Niente salame, disse.
Per via della colite.
Il professore approv. Un po di lardo invece s, puliva gli intestini.
Eufemia solo bresaola, perch faceva sangue.
Dopo di lei il Cerretti, goloso di salame.
Infine Lidio.
Invece...
Cosera mai?
Davvero era tanto scema quell Olghina come si mormorava in giro...
Oppure era villana, rozza? In fondo era nata come donna di servizio...
In ogni caso, perch aveva saltato pari pari Lidio, senza fermarsi a chiedere se gradisse una fetta di questo o di questaltro?
Lirica si sent in dovere di far notare il vergognoso sgarbo, apr la bocca ma un cenno del Cerretti la ferm.Le spiegazioni dopo, disse il professore.
Lidio guard sua madre che chiuse gli occhi: marcava male la serata, e in sovrappi sent una bolla daria che si stava facendo largo nel suo addome, indecisa se scendere o salire.
Il primo piatto, risotto col pesce persico, cucinato secondo tradizione: riso bollito, condito col burro della friggitura e sopra i filetti, dorati dallimpanatura, fritti allistante. Per cui, disse lOlghina sorridente, la si doveva scusare se non poteva servire tutti contemporaneamente ma, secondo il protocollo, prima la bella signora Lirica...Poi la nostra Eufemia.
... e infine il maritino.
E Lidio?
Lirica sospir, la bolla si confuse col sospiro. Lidio taceva.
L cera in ballo un gioco, un trucco, un
trabocchetto.
Ma cosa sera messo in testa il vecchio coione?
Nessuno sera mai permesso di trattarla cos, per cui...
Ma...
La mano del Cerretti la ferm. Aveva appena inforcato il primo di una montagna di filetti e con la bocca piena non era cortesia parlare: bastava il gesto.
Poi, subito dopo, lOlghina risbuc dalla cucina portando su un vassoio una gavetta piena di brodaglia e un pane che, a una prima occhiata, poteva avere tre e forse anche quattro giorni.
Con grazia depose il tutto sotto il naso del Cerevelli.
In pi, secondo gli ordini ricevuti: Buon appetito, disse al giovanotto.
Be, quello era troppo.
Lirica si lev.
Seduta! scatt il Cerretti.
Seduta, vecchia melanzana!
Obbed. Ma decise che non sarebbe uscita da quella casa senza avere delle spiegazioni.
Dopo il caff.
Ma non ci fu caff.
Il professore giudic per tutti che latmosfera fosse fin troppo elettrica.
Il momento delle spiegazioni, le sue, non quelle che Lirica aveva in mente di chiedere, era arrivato.
Quindi: A nanna, disse allOlghina. E con un cenno conged anche lEufemia.
E agli ospiti: Veniamo a noi, adesso.
Capitolo 170.
Vai che fai tardi, disse Maristella Maccad al marito quando le sette del mattino erano passate da qualche minuto.
Era gi tardi. Ed era gi la terza volta che lei glielo diceva.
Ma cosa ci poteva fare lui se non gli riusciva di staccare gli occhi da quel quadro di mamma e figlioletto che succhiava come unidrovora?
Il piccoletto tittava ad occhi chiusi, gonfiando e sgonfiando le gote. Non si ferm nemmeno quando il campanello di casa suon violentemente, manco l dentro fossero tutti sordi: pi volte il Maccad sera ripromesso di cambiarlo con uno che avesse un suono pi discreto, ma se nera sempre dimenticato.
Vado io, disse.
Vorrei ben vedere, sorrise la signora.
Chi diavolo potesse essere a quellora del mattino il maresciallo proprio non riusciva ad immaginarlo. Fosse stato anche il demonio, il Maccad se ne sarebbe sorpreso meno. Perch quello che si trov davanti proprio non se laspettava.
Voi... riusc a dire.
No! fece quello.
Ma come no, ribatt il maresciallo.
In effetti s, disse il Nero, ma anche n.
Era lui, non lo poteva negare. Ma nello stesso tempo non era pi lui.
Pentito e redento.
Ma che minchiate dite? sbott il maresciallo.
Il Nero socchiuse gli occhi.
So che pu sembrarvi strano, ma  vero, posso spiegarvi.
Allora fatelo, disse il maresciallo.
Ma non sulla porta di casa.
Non vorrei disturbare, umilmente, il Nero.
Il Maccad non credeva alle sue orecchie. Lo stava prendendo per il culo?
Entrate.
Un ordine.
Il Nero obbed ma rifiut di accomodarsi.
Ho fatto voto di rifuggire le comodit, quando possibile, si giustific.
Nemmeno un caff?
Ho fatto anche voto di continenza, non potrei mai tradire la promessa fatta al mio padre spirituale.Cio, don Tremecoli.
E nemmeno quella fatta al mio benefattore terreno.
Cio il professor Cerretti al quale era riuscito a fornire i nomi di tutta la filiera, dal Gorelli al Resegacci, passando per un certo Jrgens detto lAlbino, svizzero del cantone di San Gallo e infine di un manovale al soldo dell OVRA, Amerigo Modera, il quale sera incaricato di fare una certa visita a tal Helga Ritter di Zurigo per convincerla a restituire senza troppe storie un lumacone onde ritornarlo al legittimo proprietario.
Dopodich il terreno benefattore gli aveva concesso la possibilit di cambiare vita: basta con gli intrighi.
La prova era l, disse il Nero, davanti al signor maresciallo, in carne ed ossa.
Per incominciare aveva cominciato a mettere in ordine larchivio delle cartelle cliniche, espletando nel contempo altri piccoli incarichi, come quello che laveva portato a casa Maccad quella mattina.
E sarebbe? chiese il maresciallo.
Fare consegne, spieg il Nero.
A me?
Esattamente, assent il Nero, allungandogli un biglietto.
Biglietto di invito a cena, per quella stessa sera.
Capitolo 171.
Caro il mio giovanotto...
Aveva esordito cos il Cerretti la sera prima una volta rimasto solo con Lirica e figlio.
Caro il mio giovanotto, aveva detto sorridendo, quello che aveva fatto preparare per lui quella sera era il menu classico delle galere: brodaglia e pane posso.Era stato di suo gusto?
Voleva continuare a riempirsene la pancia per un po?
Lidio aveva tentato una replica ma Lirica laveva battuto sul tempo.
Sarebbe a dire? era insorta.
Il Cerretti non aveva fatto una piega. Didattico aveva
spiegato che in galera mangiavano pi o meno cos. E la
galera, aveva sottolineato, era quel posto dove finivano
coloro che commettevano reati di appropriazione indebita,
contrabbando, trafugamento di preziosi, esportazione
fraudolenta di valori, associazione per
delinquere...
Posso continuare, se volete.
Ma insomma! aveva strillato Lirica, un occhio a Lidio e laltro al professore.
Buona! laveva zittita il Cerretti, un indice levato in alto.
A spiegarle tutto ci avrebbe pensato il suo stesso figlio, dopo, con comodo: a lui lonore.
Adesso, piuttosto, era il momento degli affari.
Che affari? era sbottato Lidio. Insomma, qualcosa doveva dirla anche lui.
Il professore gli aveva fissato in viso quegli occhi color topo.
Felice di sentire la tua voce, aveva detto.
E, subito: Da dove vengono?.
Cosa? aveva interloquito Lirica.
Mamma, ti prego...
Il Cerretti non aveva spostato lo sguardo dal giovanotto.
Poteva confessarlo a lui..., aveva detto.
Oppure, se preferiva, dirlo ai carabinieri.
Lirica non ne poteva pi, n lei n il suo intestino, bolla su bolla. Una di queste le era salita in bocca. Per evitare di esporsi a qualche figuraccia, aveva tentato di ricacciarla e nello sforzo le si erano tappate un po le orecchie proprio nel momento in cui suo figlio aveva soffiato la risposta.
A stappargliele aveva provveduto lo stesso professore che, picchiando una manata sul tavolo, era esploso in un vigoroso: Bene!.
Galera garantita, aveva poi aggiunto.
Quando non addirittura il Tribunale Speciale, ove si sospettasse che quei capitali avrebbero potuto finanziare attivit contro il regime. Testimoni ce nerano fin troppi.Lui in testa a tutti, aveva concluso il professore.
Quindi? aveva chiesto Lidio.
Il Cerretti aveva incrociato le braccia sul davanti.
Aveva una nipote da sistemare...
Lidio divenne verde quasi quanto la madre che, pur non capendo per intero i termini della questione, aveva avuto la certezza che laspettava almeno un mese filato di colite.
Ma il professore non aveva ancora finito. Nipote da sistemare, e in fretta.
Ci riflettessero bene, entrambi: tutta quella faccenda poteva finire in archivio e non se ne sarebbe pi parlato.In caso contrario in archivio ci sarebbe finito il geometra, che poi geometra non era, Cerevelli Lidio. E per un pezzo.
Lirica, a quel punto, non vedeva lora di lasciare la casa del vecchio coione per avere una spiegazione esauriente.Ma il figlio sera trovato la lingua come fosse diventata di cartone. E dopo, in strada, infilando una mano nel cappotto, un foglio: il telegramma della svizzerotta che, in un momento in cui aveva chiesto licenza di lasciare la tavola, il Cerretti gli aveva infilato in una tasca.
Capitolo 172.
Nervoso e con una mezzora secca di ritardo, al Cassamagna che laveva salutato con uno squillante Buongiorno maresciallo! il Maccad rispose: Buongiorno un cazzo!.
Dopodich si chiuse nel suo ufficio, si sedette, tir fuori dalla tasca il biglietto e lo rilesse per lennesima volta.
Avrete la cortesia di portare con voi anche il signor brigadiere.
Purissima vaselina.
Se si era illuso che lo scazzo della domenica tra il Mannu e il professore fosse passato in cavalleria, quel biglietto di invito a cena lo sconfessava untuosamente.
Quali altri motivi aveva infatti il Cerretti per convocare lui e il suo collega?
Pretendere spiegazioni, magari scuse...
Scuse... mormor tra s.
Scuse per cosa?
In fin dei conti il Mannu non laveva mica offeso, n lui n la sua signora che tra laltro, a quanto si diceva in giro, era intelligente quanto una gallina. Magari il brigadiere aveva usato quel tono un po troppo secco che ogni tanto usava... e va bene! Ma anche il professore, poi, chi credeva di essere, il Dio in terra?
Scusarsi!
Mica gli andava tanto per la quale, al Maccad, lidea di prostrarsi davanti al Cerretti e scusarsi. E nemmeno, per dirla tutta, gli andava che lo facesse il suo brigadiere.Per...
Cera quella faccenda, quella di cui si mormorava negando subito dopo, che il professore fosse un po, forse del tutto, framassone, che avesse le mani lunghe, appigli, conoscenze, maniglie dappertutto.
Al pensiero il Maccad chiuse gli occhi per cercare di chiarirsi le idee, ma non gli riusc che di vedere unisoletta lontana lontana, i suoi figli che, tra sassi e sterpi, crescevano come selvaggi, sua moglie apatica, scontenta, disordinata...
Sud.
Si chiese addirittura con quali parole avrebbe potuto comunicarle di essere stato trasferito.
Calma, si consigli.
Bella parola.
Si alz.
Cassamagna! grid.
Forse un po troppo.
Calma, si ripet.
Comandi, maresciallo, giunse dal basso.
Di al brigadiere di venire nel mio ufficio.
Ma non ce ne fu bisogno. Aveva gridato con tanta foga che, anche se fosse stato in piazza della chiesa, il Mannu avrebbe sentito.
Capitolo 173.
Il maresciallo Maccad, un gessato che gli tirava un po sulle spalle, camicia bianca, cravatta nera. Poteva andare bene anche per un funerale.
Il brigadiere invece non aveva rinunciato alla divisa.
Anzi, laveva fatta stirare e spazzolare per bene. Rivedendolo lOlghina pens che era proprio bello.
Era una sera di vento che non si decideva a sfogare:
stava l, come appostato dietro il profilo netto delle Prealpi.Avrebbe potuto essere, come disse il maresciallo un po scherzando appena prima di entrare in casa del Cerretti, una delle ultime per entrambi sulle rive del lago di Como.
Pure il menu che il professore fece preparare, pesce di lago in tutte le possibili varianti, assunse agli occhi del Maccad il valore di un addio: un gastronomico addio coi fiocchi.
Dei tre, lunico che non aveva troppi pensieri, piuttosto fame, fu il brigadiere Mannu.
Tanto che il professore: Beata giovent! comment a un certo punto, notando che il Mannu mangiava come se dovesse fare scorta.
Lesclamazione fu un colpo di pugnale per il maresciallo.
Giovane e scapolo il brigadiere non avrebbe patito pi di tanto un trasferimento.
Lui, invece...
Lultimo agone spar dal piatto del brigadiere, che ne avanz solo una testa dallocchio vacuo che sino al giorno prima aveva visto il fondo del lago.
Caff? chiese allora il Cerretti.
Ci vuole proprio, rispose il Mannu.
LOlghina comparve.
Caff, ordin il padrone di casa. Poi porta quella cosa.
Gli sguardi dei due carabinieri si incrociarono: era forse venuto il momento del violino?
No.
Sorbito un caff cos cos, lOlghina fece il suo ingresso spingendo un carrello sul quale troneggiava una grossa pentola coperchiata.
Eccoci al dunque, disse il professore.
E rivolgendosi alla moglie: A nanna.
Al dunque il brigadiere Mannu avrebbe preferito un po di dolce, magari una fetta di crostata. Lo disse come battuta.
Il dolce c, l dentro, rispose il professore, andando verso la pentola.
Dopodich chiese ai due di alzarsi e avvicinarsi al carrello.
Quindi, con un gesto cerimonioso, serio come se fosse al tavolo operatorio, scoperchi la pentola.
Al Maccad scapp unesclamazione e si port una mano alla fronte come per proteggere gli occhi dalla vista di decine e decine di monete doro, lucide come se fossero appena uscite dalla zecca, che riempivano quasi per intero la pentola.
Piuttosto inusuale come dolce, comment il Mannu.
Ma quante sono? chiese il Maccad.
Trecentoquindici. Ed  per questo che vi ho voluto qui, in casa mia, rispose il professore.
Ah, s? chiese il maresciallo.
S, conferm il Cerretti, perch si tratterebbe di dare a Cesare quel che  di Cesare. In sostanza, restituire ai legittimi proprietari, che sono due, queste monete. E vorrei studiare insieme con voi il modo migliore per farlo senza che nessuno, io men che meno, appaia.
Capisco, mormor mentendo il Maccad. Ma tutto
questo bendiddio da dove arriva?
Diciamo che arriva dalla Svizzera, dovera finito in mani non del tutto irreprensibili. Ma per fortuna, grazie allaiuto di alcuni amici, siamo riusciti a riportarlo a casa.Il brigadiere Mannu tossicchi.
Scusate se mi intrometto, professore, ma da casa loro come sarebbero arrivate sino in Svizzera. Volando forse? Il maresciallo scocc unocchiata al brigadiere.Piano, voleva dire, smorzare i toni. E bando allironia!
Diciamo, rispose il professore, che poco importa ormai. Ci che conta  che siano qui e fra un po nelle mani dei legittimi proprietari.
Che sarebbero? chiese il Maccad.
Due enti, due istituti...
Cio? interloqu il maresciallo.
Un momento, fece segno il Cerretti.
Due enti che, allatto della sottrazione del tesoro non sapevano di possederlo, non ne erano a conoscenza.
Possibile?
Possibilissimo, conferm il professore. Era nascosto.
Dimenticato!
Be, fece il Maccad, dimenticarsi una fortuna del
genere...
Murato, puntualizz il Cerretti.
Murato! esclam il maresciallo. E dove?
Forse nelle ex scuole di Santa Marta? butt l il brigadiere.
Il Cerretti gli piant gli occhi in viso.
Non ha importanza, disse.
Forse per voi, ribatt il Mannu.
In ogni caso io non lho detto, il professore.
Al Mannu il grigio sguardo del chirurgo non dava poi tutti quei brividi.
Nel caso per fosse cos, prosegu, diciamo che si potrebbe anche risalire a chi se ne  indebitamente appropriato per poi, magari, diciamo, accompagnarlo in Svizzera.
Diciamo che questo aspetto della cosa non mi interessa, sentenzi il professore.
Diciamo che potrebbe interessare noi carabinieri, osserv il Mannu.
Non ci sono prove, testimoni... interloqu il Cerretti.
Diciamo che si potrebbero trovare...
Diciamo che...
Scusate! intervenne il maresciallo.
Un altro scazzo? E l, in casa del Cerretti?
Diciamo che si  fatto tardi? propose.
Tutto sommato non era poi cos sbagliato.

Capitolo 174.
Qui c di mezzo il Cerevelli, sbott il brigadiere, fatti due passi, rompendo il silenzio.
Il vento stava cominciando a soffiare. Raffiche alte per intanto. Solo di l a un po, abbassandosi progressivamente, avrebbe cominciato a sollevare onde bianche di spuma.
Al maresciallo il vento, quello forte e freddo dellinverno, non piaceva. Dicevano che portasse malattie e quando soffiava proibiva categoricamente a sua moglie di uscire di casa coi figli.
Si ferm, ricevendo in viso le prime raffiche. Guard il brigadiere.
No, ribatt, c di mezzo il Cerretti.
Uno che, con le maniglie che aveva a disposizione, avrebbe potuto farli trasferire su un isolotto. Invece, tutto sommato, era andata bene e loro potevano continuare a godersi le bellezze del lago, vento compreso.
Per ci ha mollato la grana delle monete, obiett il Mannu.
Grana...
Insomma, maresciallo, scusate se ve lo dico, ma noi siamo carabinieri. Mica ci possiamo inventare di aver trovato la pentola col tesoro sotto larcobaleno! Un minimo di giustificazione dovremo darla... Tranquillo, fece il Maccad ormai prossimo a casa sua.Non si preoccupasse, dormisse bene.
La soluzione ce laveva lui.
Capitolo 175.
Chi infatti meglio dellavvocato Stefanardi?
Che, ben volentieri, in cambio dellassicurazione che i suoi patrocinati, i filantropi Pandolfi, nulla avevano da temere, si assunse lincarico di ricevere lanonima donazione di trecentoquattordici monete doro zecchino da ripartire tra le casse dellamministrazione pubblica e quelle della parrocchia.
Salomonica decisione favorita soprattutto dal numero pari delle monete, disse, ridacchiando, il vecchio libertino a missione compiuta.
Il maresciallo Maccad si profuse in ringraziamenti per limportante collaborazione ma, mentre lo Stefanardi parlava, gli era salita in gola una domanda.
Tacque, per.
Tacque perch gli sembr indelicato nei confronti dellanziano leguleio esternargli il dubbio, come se volesse insinuare...
No, si disse, meglio lasciar perdere.
Il dubbio per gli rimase. Se lo tenne per due, tre giorni.
Infine decise di parlarne col brigadiere Mannu.
Si ricordava quello che il Cerretti aveva detto la sera della cena circa il numero delle monete?
Trecentoquindici, oppure lui ricordava male?
No, conferm il Mannu, trecentoquindici.
E allora... mormor il maresciallo.
Come aveva fatto lavvocato Stefanardi a salomonicamente dividerle, visto che erano dispari?
Perch nel frattempo sono diventate pari, fu la risposta del brigadiere.
Vuoi dire che lavvocato... fece il Maccad mimando con la mano il gesto del voleur.
No, rispose il brigadiere. Io.
Vorresti dirmi che tu...
Che ho trasformato una moneta in una bicicletta, confess il Mannu.
Nuova di pacca, acquistata dal Venini di Varenna titolare del negozio Cicli e bicicli.
Laveva portata lui stesso in casa Campesi.
Omaggio dei regi carabinieri per laiuto che il figlio aveva fornito, seppur involontariamente, per unindagine.Che indagine? aveva chiesto il muratore.
Forse  meglio non indagare oltre. Siete daccordo? aveva risposto il Mannu.
Il Campesi aveva taciuto. Il brigadiere aveva fatto la mossa di andarsene. Ma era solo una mossa perch aveva due altre cose da fare: una, lasciare sul tavolo di casa il denaro avanzato, dopo lacquisto della bicicletta, dalla vendita della moneta. La seconda, suggerire al Campesi di darsi una calmata dora in avanti.
I figli crescono e alla fine giudicano, aveva detto.
Il muratore sera grattato la testa.
Dite a quei carabinieri che terr conto, aveva risposto.
Pure il Maccad si gratt la testa.
Bene cos, disse, col tono del padre di famiglia.
Poi, ripreso quello del carabiniere, fece due conti.
Una moneta stava al collo della bella Olghina.
Unaltra nei cassetti dei Pandolfi.
La terza era diventata una bicicletta.
Non solo, interloqu il Mannu.
Anche, coi soldi avanzati, certe gonne appena sotto il ginocchio e certe calze che aveva visto indosso allAnita: roba che al Canizza, quando gli capitava di vederla, venivano le fantasie e correva a casa.
Siamo sicuri, chiese il maresciallo, che non ce ne
sono pi?
Tre altre, rispose il brigadiere.
Ancora?
Maresciallo, so dove sono e se volete posso andare a sequestrarle.
Il Maccad comprese che lavrebbe fatto: malvolentieri per. Insomma, non era cosa.
Ma no, concluse, era cos per dire.
Allora, se era cos per dire, meglio lasciarle dove stavano.
Magari, grazie a quelle, il figlio del Campesi sarebbe riuscito a diventare geometra e a costruire case belle, come gli aveva detto quella sera, di almeno cento stanze.
Capitolo 176.
A una settimana dal Natale, presso lufficio del direttore didattico delle scuole elementari si riun, presieduta dal maestro Fiorentino Crispini, la commissione che avrebbe dovuto decretare il vincitore del concorso per celebrare degnamente la mussoliniana battaglia del grano.
Lidea, patrocinata dallamministrazione comunale ed estesa a tutta la popolazione minorenne, era stata del direttore Ambrosio Percalli il quale, a dispetto del cognome, era nato in quel di Santa Maria Rezzonico e, da anni, stava cercando di tradurre lOdissea nel dialetto del lago, scontrandosi con pronunce e parole che variavano di paese in paese, cosa che lo aveva obbligato a una serie di infinite note a pie di pagina. Il premio per il vincitore del concorso era assai ambito: il primo classificato, infatti, insieme con altri pari suoi di altre scuole della provincia di Como, avrebbe partecipato alla trasmissione radiofonica Il Cantuccio dei Bambini.
A garanzia della massima seriet dellagone, gli elaborati erano stati consegnati in busta sigillata e contrassegnata da un motto che solo dopo, a giudizio emesso, avrebbe consentito di risalire allidentit del vincitore, a sua volta chiusa in una seconda busta.
Della commissione giudicante facevano parte anche le maestre Pamela Stracci e Adelina Limonati. La discussione dur non pi di unora al termine della quale vinse, strenuamente sostenuto dal maestro Crispini, il poemetto intitolato Grano grano anche tu sei italiano che risult essere uscito dalla penna di Salvonio Cerretti, il figlio del professore.
Il Crispini ne lod la sintesi, luso oculato delle rime e di certe immagini metaforiche: un verseggiare, dichiar, in totale sintonia con lausterit dei tempi correnti che chiamavano ciascuno a una missione da compiere. Di stendere la motivazione si prese lincarico il direttore: ormai la sua personale fatica di traduttore era alla fine, i proci stavano per essere sterminati, dopodich gli sarebbe servito un finanziatore per dare alle stampe la sua fatica.Il Cerretti, pens, poteva essere il suo mecenate.
Sciolta la riunione i giurati si salutarono augurandosi un felice Natale. Il Crispini, finalmente solo, si freg le mani soddisfatto, la sua personale missione laveva compiuta: quella che la sera della cena a casa del professore il Cerretti gli aveva affidato, chiedendogli di dare unocchiata alle rime che il Salvonio gli aveva spedito da Treviglio corroborandole con qualche consiglio al figlioletto affinch potesse ben figurare nel concorso.
Lui infatti, aveva affermato, si intendeva solo di chirurgia che con la poesia faceva solo rima, niente di pi!
Missione compiuta bellamente e bellamente condotta in porto perch, per dirla tutta, la poesia laveva scritta lui.
E, modestia a parte, gli sembrava proprio niente male.
Capitolo 177.
Per Natale gli espertoni del tempo davano nuvole e, forse, un poco di neve.
Lantivigilia Lidio Cerevelli si svegli che era ancora buio, roso da un pensiero che lo tormentava da giorni.Guard dalla finestra, il cielo era cupo, ne fu felice, il suo umore non era da meno. I cantieri erano fermi, aveva davanti a s una giornata vuota, a meno di starsene in casa tutto il giorno con sua madre e sentirla sproloquiare attorno alla cena della sera seguente: cena di Natale, a casa del professor Cerretti.
Piuttosto una martellata sui piedi!, ragion Lidio. E decise di dare corpo al pensiero.
Quindi: Esco, comunic dalla soglia della camera da letto a sua madre che, ancora sotto le lenzuola, stava dicendo le preghiere del mattino.
Dove vai? chiese la donna.
Non lo so.
Invece lo sapeva.
Pagando in anticipo tre ore di noleggio, si fece dare lauto pubblica dal taxista Vesini poi part, destinazione Cadenabbia, villa Sunferrelt: era quella lidea che da giorni lo tormentava. Tornare l, guardare ancora una volta, lultima, il luogo della sua beata felicit perduta, chiudere gli occhi e, come un eroe romantico, sfogliare lalbum dei ricordi davanti al cancello chiuso della villa.Che invece chiuso non era.
O cazzo! esclam Lidio non appena spento il motore.
Tel ch! sbott il custode che stava dando lolio ai cardini.
Per era un po in anticipo, aggiunse: L prst!.
Lidio si avvicin alluomo: Presto per cosa?.
Il custode si soffi sulle mani martoriate dai geloni.
A me mi han detto che prima del pomeriggio rven minga.
Ma chi?
Quei l, no? I mt! Quelli di questa est!
Ma tutti? chiese Lidio eccitato.
So unostia mi, precis il custode. A me mi han detto apri la villa e mi la dervi.
Lidio guard le ore, le nove e trenta.
Do noia se aspetto qui? chiese al custode.
Col frcc che fa? ribatt quello.
Ma Lidio si era gi chiuso in macchina, deciso fermamente ad aspettare.
Come il Vesini che alle undici, scadute le tre ore del noleggio, decise di aspettare unaltra ora: conosceva il pollo, unora di ritardo laveva messa in conto in tutti i sensi. A mezzogiorno per ruppe gli indugi. Usc e a passi da incazzato si diresse a casa Cerevelli dove Lirica, al suono del campanello, tir un sospiro di sollievo.
Finalmente, ebbe solo il tempo di dire prima di trovarsi faccia a faccia col taxista.
Inverso, il Vesini tralasci le buone maniere: ne aveva piene le balle di quel modo di fare di Lidio, se voleva farsi i cazzi suoi che si comprasse finalmente una macchina e lasciasse perdere la sua che era destinata al servizio pubblico.
Al sentir parlare di macchina, Lirica immagin subito tragedie.
E se avesse avuto un incidente?
Pure! sbott il Vesini.
Ci mancava anche che gli avesse sfasciato la vettura.
Io vado dai carabinieri, disse.
No, fece Lirica. Ho detto cos per dire.
Peggio per lei, doveva stare zitta.
Ci vado lo stesso, conferm il Vesini facendo la mossa di andarsene.
Lirica tir fuori ununghia.
E come giustificherete il fatto di aver noleggiato la
macchina ad uno senza permesso di guida?
Il Vesini impallid.
Non ce lha?
Mai avuto! conferm Lirica quasi felice.
Unorribile parolaccia destinata alla donna sal alla lingua del taxista, ma la trattenne.
Io torno a casa, disse. Spero che non sia successo
niente, che tutto fili liscio, ma...
Ma?
Dimenticatevi di me dora in avanti. Per voi, io non
esisto pi!
Per Lidio, invece, era il tempo che aveva smesso di esistere.
Luna, le due.
Nessun pensiero, se non quello di stare l, attendere.Aveva anche smesso di sbirciare lorologio di tanto in tanto. Che fossero le tre lo apprese dal tocco di un campanile la cui terza nota si confuse con il rumore di macchine in avvicinamento.
Comprese immediatamente. La strada non portava che alla villa. Non potevano che essere loro.Infatti.
Le targhe, svizzere.
Allaprirsi delle portiere un frastuono di risate e frasi gridate in tedesco. Il custode si fece sulla soglia della villa, si avvicin a una delle due macchine, mormor qualcosa, indicando col braccio il cancello.
Helga scese, contemporaneamente a Lidio, ma, anzich seguire gli altri allinterno della villa, si avvi verso di lui.Ciao piselone, salut.
Lidio era senza parole.
Io spiace, disse ancora la svizzera.
Il Cerevelli ebbe un brivido di freddo.
Helga lo guard con tenerezza. Allung una mano.
Vieni, disse.
Capitolo 178.
Verso le sei di sera qualche fiocchetto di neve cominci a cadere dal cielo. Lidio stava attraversando il ponte del Passo: non solo un banale tratto di strada che lo riportava dalla riva occidentale del lago a quella orientale.Metafora, piuttosto.
Per un paio dore aveva vissuto in un sogno, beatamente incosciente di quello che si era lasciato alle spalle la mattina e che, purtroppo, lo aspettava.
Quando Helga gli aveva detto: Vieni, il tempo si era sospeso. Si era lasciato trascinare dentro la villa e poi in camera sua, laveva guardata ridere per il freddo che vi regnava, laveva ascoltata dire: Adesso ti scaldo io, ripetendo le stesse parole che aveva pronunciato sulla riva del lago lestate precedente. Per unora e mezzo non avevano parlato, dandoci dentro con atletica foga, tanto che alla fine Lidio si sentiva come se avessero fatto a botte.
Mentre si rivestiva, Lidio aveva sparato la domanda che gli premeva.
Adesso sposerai quello brutto e ricco?
Helga aveva alzato le spalle, non aveva alternative.
E tu? aveva poi chiesto lei.
Lidio aveva pensato allEufemia, in quanto a bruttezza stavano uno pari.
Non so, aveva risposto.
Si erano baciati. Lui avrebbe voluto lasciarla con una frase memorabile ma non gli era venuto in mente niente.Addio, aveva sussurrato.
Poi sera avviato, le gambe molli. Aveva acceso il motore, era partito e, una volta entrato nei confini del paese, la prosaica realt sera fatta avanti.
Il Vesini, prima di tutto.
Chiss comera incazzato!
Lidio non fece nemmeno in tempo a suonare il campanello di casa che quello comparve.
Le chiavi, i soldi e fuori dai coglioni! mitragli il taxista.
Lidio cerc di giustificarsi, non ci riusc.
Ho detto fuori dai coglioni! ribad il Vesini.
Poi sua madre che, temendo comunque disgrazie, aveva fatto voto di non toccare cibo sino al ritorno del figlio.
Lo disse non appena Lidio entr in casa. Il giovanotto mostr di non essere colpito dalla cosa.
Si pu almeno sapere dove sei stato? indag Lirica.
In paradiso, avrebbe voluto rispondere Lidio.
No, disse invece.
E buonanotte.
Capitolo 179.
Proprio lantivigilia di Natale a Beppe Canizza giunse lennesima lettera del Caro camerata.
Cazzo! esclam trovandola infilata sotto la porta della sezione.
Ma non mollava mai quello?
Cosera, una zecca?
Bisognava averne il cervello se, dopo tutte quelle lettere scritte senza ottenere risposta, ancora insisteva Bombacci o Bombetti di merda o Bombelli o quel che lera!Strapp la busta.
Caro camerata.
Mezza paginetta. Strano, ma meglio cos.
Il Canizza non si sedette nemmeno per leggerla e alla fine lappallottol gettandola alle spalle.
Ma vadavialc, mormor pensando a quanto avesse fatto bene a non rispondere mai. Perch secondo quanto il Bombacci o Bombelli aveva scritto il Degiurati con moglie e figlia era emigrato in Belgio, dimostrando cos di avere in scarso conto le sorti della Patria e, per logica conseguenza, di essere inadatto allincarico di ragioniere di una ditta che dellitalianit, pur producendo banali scatole, avrebbe fatto il suo punto donore.
Per cui caro camerata, chiudeva lo scrivente, si pregiava di ringraziarlo per lattenzione che gli aveva riservato e si scusava per il disturbo arrecatogli nel corso di quelle settimane.
Infine, e prima dei prescritti saluti fascisti, assicurava di ritenerlo a sua disposizione per qualunque cosa potesse essere in grado di fare.
Il Canizza non poteva farci niente, sempre l andava a finire il suo pensiero.
Qualunque cosa?
Anche prestargli la moglie?
E, poich di fantasia ne aveva, mentre prendeva a calcetti la lettera, cominci immediatamente a immaginare come potesse essere fatta la moglie del Bombacci, Bombetti o come diavolo si chiamava.
Capitolo 180.
Lo specchio non mentiva.
La faccia ce laveva proprio da picio, da tonto nato, dedusse per lennesima volta il Resegacci mentre nellaria della notte risuonavano le note delle campane che chiamavano alla messa di Natale.
Maschera perfetta per ingannare i sedicenti furbi che, come lo specchio, si fermavano l, alla superficie.Dietro, per, cera un cervello.
Che ragionava.
Eh, s, signori miei, comunic allo specchio il Resegacci.
Spiacente di non aver tempo e voglia di aspettarvi!
N i soci della catena di cui era stato, pur incolpevole, lanello debole nel fallimentare esito del lumagt, e nemmeno gli altri, i comparucci del fresco convertito che, cera da scommetterci, non avrebbero tardato a farsi vivi per farlo cantare come unallodola.
La barca quella notte serviva a lui. Non aveva pi santi in paradiso. Ma aveva in mano un mestiere doro, sapeva cucinare. E in Svizzera, in Germania, in Francia, ovunque fosse planato, era sicuro di potersela cavare.
Prima di uscire dal retro del ristorante il Resegacci diede unultima occhiata alla sala da pranzo, perfettamente apparecchiata per il giorno seguente.
Tutto esaurito!
Gli scapp un gestaccio. Poi ritorn nelle vesti del finto tonto. Si inchin.
Felice Natale e buon appetito! disse.
Capitolo 181.
La notizia filtr.
Come, per quali vie, difficile saperlo.
Forse allOlghina era scappata una parola di troppo.
Anche qualche suorina aveva la lingua un po troppo lunga, possibile che ne avesse parlato con un degente o con un parente, e il gioco era fatto.
Il prevosto, no.
La perpetua, piuttosto, ecco, quella s che avrebbe potuto venirlo a sapere, magari in via riservata dallo stesso sacerdote oppure origliando la sera in cui il professor Cerretti sera trattenuto a colloquio col prete e poi darlo in pasto a chiunque incontrasse.
In ogni caso dai primi di dicembre, viste le pubblicazioni esposte allalbo pretorio del comune, non era pi un segreto che la nipote del professore avrebbe sposato Lidio Cerevelli. Ma che lavrebbe fatto il 5 gennaio 1931 s. Cio, avrebbe dovuto esserlo. Invece la mattina del 5, sin dalle dieci, alcuni come se passassero di l per caso, altri invece con la precisa volont di non perdersi larrivo di sposa e sposo, cominciarono a riempire la piazza san Giorgio, davanti alla chiesa grande, sopportando il freddo affilato della giornata, fumando, chiacchierando, facendo ipotesi via via sempre pi catastrofiche mentre il tempo passava e non compariva nemmeno uno straccio di invitato.
I pi sensibili, al freddo e alla delusione, mollarono lappostamento verso le undici.
Gli eroici e i fancazzisti alzarono bandiera bianca sul fare di mezzogiorno, poich la fame  fame e allo stomaco non si poteva comandare.
A mezzogiorno spaccato, sotto lo sguardo impassibile del professor Cerretti che aveva occupato le ore della mattina operando unindaginosa ernia ischiatica, un lipoma del dorso e per finire ununghia incarnita, Eufemia e Lidio si giurarono fedelt eterna.
Ma presso la cappelletta dellospedale, per espressa, inderogabile volont di Lirica che, una volta resa edotta delle malefatte di suo figlio aveva dovuto accettare, obtorto collo, lalternativa offerta dal professore. Con un pensiero, per, alle occhiate dei curiosi che si sarebbero posate su quella sposa tanto brutta e alla sua colite che, per limbarazzo, ne avrebbe tratto nutrimento.
Al professore la proposta non era dispiaciuta. Non gliene fregava niente in fondo, purch lEufemia andasse fuori dai piedi. Il prevosto aveva concesso lautorizzazione ed adesso eccoli l.
AllOlghina era toccato il ruolo di testimone della sposa:
con la sua bellezza faceva sembrare ancora pi brutta lEufemia, sempre che fosse possibile. Il geometra Piercarlo Vitali, sul viso unespressione incredula, mntore del Cerevelli. E don Tremecoli a celebrare, assistito, in qualit di chierichetto, dal neoredento Nero.
Circa a met cerimonia il celebrante, mentre si svolgeva il rito dello scambio degli anelli, merc un brusco movimento, si blocc, con una smorfia di dolore sul volto.Un colpo della strega.
Segno del cielo, giudic Lirica, cattivo auspicio.Forse, per il malessere dellofficiante, la cerimonia poteva essere interrotta, le nozze rinviate e poi chiss?Macch!
Pur con evidente sofferenza don Tremecoli marci sino alla meta e infine non manc di tenere un predicozzo sui doveri reciproci degli sposi e sui valori della famiglia.
Chiuse con una mano sulla schiena dolorante, dando un braccio al Nero.
Che festa sia!
Festa, in verit, ce ne fu poca. Un piccolo rinfresco allestito nella sala mensa dellospedale, daltronde di invitati non ce nerano, tranne un paio di suore e qualche degente che aveva pensato a una messa fuori orario e non se lera voluta perdere.
Solo lOlghina, unica fra tutti, si avvicin allo sposo con un bicchiere di spumantino dolce in mano e lo baci.
Ora che siamo un po parenti possiamo darci anche
del tu, disse ridendo. Non ti pare?
Certo, rispose il Cerevelli, cupo, lo sguardo fisso al collier che la donna portava al collo.
Poi risal a guardare quel viso garrulo.
Eccome se glielo avrebbe dato.
Da quella stessa sera, se gli fosse stato possibile.
Quando la sua fresca mogliettina gli chiese se non era tradizione, in quel paese, appendere una calza al camino.
Ma se non cera neanche il camino, nel piano alto della palazzina. Laveva ristrutturato lui stesso, e il Cerretti laveva donato agli sposi quale regalo di nozze!
Fu per grazie allosservazione dellEufemia che il Cerevelli not la coincidenza: come da calendario, la Befana gli era piombata in casa. A differenza dellaltra per, quella che aveva appena sposato non se ne sarebbe andata.
Si addorment, dimenticandosi che avrebbe dovuto consumare, pensando che forse sarebbe stato meglio farsi un po di galera.
Della qual cosa il brigadiere Mannu, che aveva fatto visita al suo maresciallo portando un po di caramelle per il figlio pi grande, era assolutamente certo.Lo disse prima di augurare la buonanotte ed andarsene.
Rispose ridendo, per conto del marito, la marescialla.
Molto meglio!
E se lo dice lei, aggiunse il Maccad.

Capitolo 182.
Il 5 febbraio 1931 ci fu una memorabile nevicata. A causa dei disagi provocati dalla neve, per Alessio Testa di Tremenico, ernia inguinale, e Crosio Bestelli di Dorio, vene varicose, fu impossibile raggiungere lospedale Umberto I di Bellano ove ricoverarsi e sottoporsi a intervento.
Avvisato delle defezioni, il professor Cerretti decise allora di anticipare loperazione, che aveva programmato di l a qualche giorno sulla nipote.
Unghia incarnita, di certo non il massimo per un chirurgo della sua abilit, ma tantera.
Mand la moglie ad avvisarla. LOlghina sal cos comera, in vestaglietta: da qualche tempo aveva sempre caldo. Avrebbe dovuto immaginare che, con quella neve, i cantieri sarebbero stati fermi e quindi avrebbe potuto trovare anche Lidio.
In ogni caso, vedendolo, sbott in un: Oh! mano alla bocca, la stessa che prima stringeva al collo la vestaglietta la quale, aprendosi, permise al Cerevelli di dare unocchiata golosa al suo prosperoso seno.
LOlghina resistette allocchiata.
Anzi: Sei preoccupato? chiese.
In fondo era pur sempre un intervento, anche se dunghia incarnita.
Insomma... bofonchi Lidio mentendo.
Vuoi che ti faccia compagnia?
Il Cerevelli ragion, decise di giocare la carta che sentiva di avere in mano: se lOlghina era davvero cretina, non lavrebbe capita e amen.
A patto che te lo metta, spiccic.
Cretina, decise il Cerevelli passato un quarto dora.
Tuttaltro, invece.
Mezzora dopo, mentre lEufemia stava per sottoporsi ai ferri dello zio, lOlghina si ripresent, vestaglietta e collier appeso al collo.
Senza nessuna fretta, Lidio la denud poi se la rimir con cura: un bendiddio!
Lo tolgo? chiese lOlghina facendo il gesto di sfilarsi il gioiello.
No, rispose Lidio, guardando la moneta che sera incastrata nel solco tra le tette.
Pensando alle altre tette, quelle di Helga, e alle altre monete.
Di cui sarebbe stato legittimo possessore della met, quale scopritore, secondo larticolo 18 della legge 20 giugno 1909 n. 364 sulle antichit e belle arti.
Lavesse saputo!
Ma la legge  legge.
E, come diceva quel buontempone dellavvocato Stefanardi, non ammette ignoranza.
...
FINE.